19/04/2026
Le notizie raccontano di due giovani vite spezzate: una ragazza di 23 anni che, dopo aver abbandonato gli studi, non ha trovato la forza di dirlo ai genitori e si è tolta la vita; e un ragazzo di 13 anni che, sopraffatto da un profondo disagio legato alla scuola, ha compiuto un gesto estremo dicendo di essere “stanco”.
Davanti a questi episodi i provo un dolore profondo ma anche inquietudine e responsabilità: come genitore e come rappresentante di tanti altri genitori. È impossibile non chiedersi cosa non siamo riusciti a vedere, dove avremmo potuto esserci prima.
Di fronte a fatti come questi non si può restare indifferenti. Non siamo davanti a “episodi isolati”, ma a segnali profondi di un disagio che spesso non riusciamo a intercettare in tempo.
Una ragazza di 23 anni che arriva a temere più il giudizio dei genitori della propria sofferenza, e un ragazzo di 13 anni che si sente “stanco della scuola” al punto da non vedere alternative, ci interrogano tutti: famiglie, scuola, istituzioni. Non basta chiedersi cosa sia successo in quei momenti finali, ma cosa è mancato prima in termini di ascolto, di fiducia, di possibilità di esprimere le proprie fragilità senza sentirsi giudicati.
Dobbiamo avere il coraggio di rimettere al centro il dialogo vero tra genitori e figli. Un dialogo che non sia fatto solo di aspettative, risultati, voti o percorsi “giusti”, ma anche di errori, paure, cambi di strada. Nessun fallimento scolastico o universitario può diventare una colpa da nascondere.
Allo stesso modo, la scuola deve essere sempre più un luogo che educa alla persona, non solo alla performance. Quando un ragazzo dice di essere “stanco”, dobbiamo imparare a chiederci: stanco di cosa? Di pressioni? Di solitudine? Di non sentirsi all’altezza?
Come genitori abbiamo una responsabilità grande, costruire un rapporto di fiducia ed essere punti di riferimento solidi e resilienti affinché i nostri figli sappiano che possono dirci tutto, anche ciò che temono di più, senza paura di perdere il nostro amore.
Serve anche un impegno concreto, più supporto psicologico accessibile, più educazione emotiva, più formazione per adulti e docenti su come riconoscere i segnali di disagio.
Non possiamo permetterci di arrivare sempre dopo. Dobbiamo esserci prima. Sempre.