26/08/2026
LEGGETE E DITE LA VOSTRA
Oggi parlando con un atleta grande anima e grande allenatore Enrico Ruffini ho scoperto che fino al 1960 si riteneva che le donne in atletica fossero troppo fragili per affrontare le lunghe distanze oltre 800 mt e lì mi è scattato un pensiero parallelo alla violenza…
Per anni si è pensato che una donna non potesse correre oltre una certa distanza, che il suo corpo fosse troppo fragile per sopportare uno sforzo prolungato. Non era la realtà a stabilire quel limite: era il pregiudizio.
Poi le donne hanno iniziato a correre. Più lontano, più forte, più a lungo. Hanno affrontato maratone, battuto record, superato limiti che qualcuno aveva deciso al posto loro.
Ed è proprio da qui che mi è nato un parallelismo molto più profondo.
Perché una donna non è resistente soltanto nello sport.
Una donna può essere straordinariamente resistente anche nella vita, nel dolore, nella paura, nelle prove che nessuno vede.
Nella violenza sulle donne questa capacità di resistere assume però un significato drammatico.
Una donna può sopportare per mesi o per anni parole che feriscono, umiliazioni, controllo, minacce, paura, svalutazione. Può continuare ad andare al lavoro, occuparsi dei figli, sorridere agli altri, svolgere la propria vita mentre dentro di sé sta combattendo una battaglia enorme.
Può sembrare forte proprio perché ha imparato a resistere.
Ma dobbiamo stare attenti a una cosa fondamentale: la capacità di sopportare non deve mai diventare una condanna a sopportare.
La resilienza di una donna non può essere utilizzata per chiederle di resistere ancora un giorno, ancora una minaccia, ancora un’umiliazione.
Essere resilienti non significa accettare la violenza.
Significa riuscire, nonostante quello che si è vissuto, a trovare dentro di sé la forza per riconoscere ciò che sta accadendo, chiedere aiuto, denunciare, ricostruire la propria vita e riprendersi quello spazio che qualcuno ha cercato di sottrarle.
Nello sport si allena il corpo a superare la fatica.
Nella vita, a volte, una donna è costretta ad allenare la mente a sopravvivere.
Ma la vera vittoria non è dimostrare quanto dolore una donna riesca a sopportare.
La vera vittoria è arrivare al momento in cui può finalmente dire: “Io non devo più sopportare”.
Perché la forza di una donna non si misura dal numero di colpi che riesce a incassare.
Si misura anche dalla capacità di rialzarsi, di riprendersi la propria voce, la propria dignità, i propri sogni.
E soprattutto dalla capacità di ricominciare a vivere.
Perché una donna può farlo.
Può ricominciare dopo la paura.
Può ricominciare dopo il dolore.
Può ricominciare dopo aver creduto di non avere più forza.
Può tornare a scegliere, a sorridere, ad amare, a progettare, a sentirsi libera.
Può ricominciare a correre, sì.
Ma questa volta corre verso la vita. Verso la sua vita.
F.to
Presidente Associazione Donne per la Sicurezza