06/10/2026
"Il Labour Party britannico è, da sempre, l’avanguardia delle forze progressiste europee. Sarà per la vicinanza agli americani, sarà per il ruolo di Londra come grande capitale globale, sarà per la lingua parlata e capita in tutto il mondo, sta di fatto che la Gran Bretagna spesso è l’isola del giorno prima, capace di anticipare tendenze che arriveranno nel continente più tardi o in forme diverse.
Dopotutto non è un caso se una delle storielle più amate nei corridoi del Foreign Office è quella del vecchio titolo di giornale: “Nebbia sulla Manica, il continente è isolato”.
La storia del Labour lo dimostra bene. Il Partito laburista ha inventato il primo modello di sistema sanitario nazionale (il mitico NHS, voluto nel 1948 dal governo Attlee, celebrato addirittura durante le Olimpiadi di Londra del 2012), la grande impresa pubblica, la “terza via” con Blair e Gordon Brown, fino alla svolta di sinistra radicale con Jeremy Corbyn, capace di arrivare nel 2017 a un soffio dalla vittoria sui conservatori di Theresa May.
Dopo la fine non straordinaria della segreteria del deputato di Islington, il pendolo è tornato a oscillare verso il centro: il Labour sembrava indirizzato verso un ritorno al centrismo di stampo blairiano con la leadership di Sir Keir Starmer, moderato, ex funzionario pubblico, capace di guidare il partito alla più grande vittoria elettorale dal 1997.
Anche quell’esperienza però è finita male, tra scandali (su tutti, il rapporto tra il finanziere pedofilo Epstein e l’ambasciatore negli Stati Uniti nonché potentissimo Rasputin del blairismo, Peter Mandelson), errori comunicativi e gravi passi falsi politici.
Dopo Starmer è arrivato alla guida del partito e del paese Andy Burnham, sindaco di Manchester, già giovanissimo parlamentare e ministro con Blair e Brown, considerato da pressoché tutto il gruppo parlamentare e dall’opinione pubblica britannica l’ultima speranza per i laburisti".
Nicolò Carboni per Fondazione Demo