16/09/2026
Recollective Awareness Meditation con Stefano La Fontana
20 ottobre dalle 20:00 alle 21:30 - via Efeso 2A, Roma.
è previsto il Dana. per info e partecipare: [email protected]
Siamo lieti di ospitare al Centro Meditazione Roma un incontro di Recollective Awarness Meditation condotto da Stefano la Fontana.
Metodo ideato da Jason Siff, ex monaco buddista in Sri Lanka negli anni '80 e definito da Joseph Goldstein "Un approccio alla pratica della meditazione creativo e illuminante."
Recollective Awareness Meditation:
E se i pensieri non fossero un problema? Chi pratica meditazione conosce bene questa sensazione: ci si siede, si cerca di seguire il respiro, e quasi subito arriva un pensiero. Poi un altro. Poi un’emozione, un ricordo, una pianificazione sul resto della giornata. E con essi arriva spesso qualcosa di simile alla frustrazione — la sensazione di non riuscire a meditare nel modo giusto, di dover ricominciare da capo, di essere ancora una volta distratti da qualcosa che non dovrebbe esserci.
Questo modo di rapportarsi ai pensieri — come a qualcosa da gestire, da lasciar passare, da non seguire — è talmente diffuso da sembrare l’unico plausibile. Eppure vale la pena fermarsi su una domanda semplice: perché mai pensieri ed emozioni dovrebbero essere esclusi dall’esplorazione? Decidere che sono un ostacolo prima di averli attraversati è una prima rinuncia alla possibilità di conoscere se stessi.
La Recollective Awareness Meditation parte da questa domanda e la prende sul serio. In questa pratica non ci sono istruzioni da seguire rigidamente. Ci si siede, si chiudono gli occhi, e si accoglie qualsiasi cosa emerga. Un pensiero che arriva non sempre deve passare come una nuvola nel cielo — può essere seguito, esplorato, accompagnato nel suo sviluppo. Una fantasia che emerge non è una distrazione da correggere: è qualcosa che è apparso per ragioni che vale la pena incontrare. Un’emozione difficile non richiede di essere gestita o neutralizzata — richiede di essere osservata con la stessa curiosità con cui si osserverebbe qualsiasi altra cosa. Questo non significa abbandonarsi passivamente a qualsiasi cosa emerga. È come navigare a vela: il vento non è sotto il controllo del marinaio, ma il marinaio non è in balìa del vento. Chi naviga impara a leggere le condizioni e a muoversi spinto dalla forza di ciò che emerge naturalmente, senza fare affidamento a un movimento generato artificialmente. La deriva non è assenza di abilità — è una forma di abilità diversa, più complessa, che richiede tempo per svilupparsi. Allo stesso modo, sedersi senza istruzioni non significa sedersi senza attenzione. Significa portare l’attenzione su ciò che è realmente presente, invece che su ciò che si ritiene dovrebbe esserci.
A volte l’esperienza è intensa: un’emozione che sembra troppo vicina o inaccettabile, un ricordo che ha un peso sgradito, come un vento che diventa improvvisamente tempesta. Affrontarlo a vele spiegate non è un obbligo. Chi naviga sa che ridurre le vele non significa smettere di navigare — ma rimanere in equilibrio sul punto in cui il vento muove prima di diventare burrasca. Anche nella pratica è possibile regolare la distanza da ciò che emerge, senza per questo interrompere il movimento. Con il tempo, e spesso prima di quanto ci si aspetti, accade qualcosa di inatteso: i pensieri e le fantasie, lontani dall’essere un problema, portano in luoghi inaspettati. Poi, quando hanno avuto lo spazio per esprimersi completamente, si dissolvono da soli. Ciò che sembrava richiedere disciplina e controllo accade invece quando la mente viene lasciata libera di operare secondo la sua natura, una natura non preordinata, imprevedibile, qualcosa di più simile a un territorio vivo, che rivela se stesso solo a chi accetta di attraversarlo senza aspettative.
Non è necessario capire il senso di questa pratica prima di provarla. È sufficiente sedersi, chiudere gli occhi, e osservare cosa succede quando non c’è nulla da correggere. Il resto emerge da solo — o non emerge, e anche questo vale la pena osservare. Dopo la seduta, c’è un altro momento che fa parte della pratica: trascrivere quello che si ricorda, quello che sembra importante, quello che ha lasciato una traccia. Non si tratta di spiegare ciò che si è vissuto — nessuna parola ci riuscirà mai del tutto — ma di tracciare dei segni. Segni che col tempo possono rivelarsi elementi di una mappa, una mappa che non pretende di essere il territorio, e che sa già che il territorio si modifica costantemente. Eppure qualcosa di utile rimane: il gesto stesso di tradurre l’esperienza in segni, liberamente, senza un modello da seguire, è già una forma di esplorazione che continua oltre la seduta. Ed è anche il punto di partenza più onesto per confrontarsi con chi accompagna la pratica — non un resoconto di ciò che si sarebbe dovuto vivere, ma di ciò che si è effettivamente vissuto.
Per approfondire: Jason Siff, Unlearning Meditation — Shambhala, 2010 Jason Siff, Thoughts Are Not the Enemy — Shambhala, 2014