USB Unione Sindacale di Base

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USB Unione Sindacale di Base Siamo un sindacato di classe e conflittuale USB è affiliata alla WFTU - World Federation of Trade Unions; Federazione Sindacale Mondiale -FSM

USB - Unione Sindacale di Base
USB ha una struttura confederale articolata sul territorio nazionale, regionale e provinciale ed una forma snella e pratica, prevedendo due macro-aree intercategoriali (il settore pubblico e il settore privato) sulla scia di quanto già avvenuto in molti paesi europei come Germania e Grecia. USB è il sindacato del conflitto, finalizzato all’acquisizione di nuovi diritti e nuove tutele, per una contrattazione che abbia come presupposto il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita per milioni di lavoratori non finalizzata unicamente alla riduzione del danno. Oltre 600 delegati, di tutti i settori del mondo del lavoro e provenienti da ogni parte d’Italia, hanno scelto di dare vita alla USB, Unione Sindacale di Base, la nuova confederazione varata il 23 maggio 2010 al Teatro Capranica di Roma.

14/10/2026
08/10/2026

30 ottobre è sciopero generale

L’Unione Sindacale di Base ha proclamato per venerdì 30 ottobre lo sciopero generale di tutte le categorie del lavoro pubblico e privato ed invita a costruire una grande giornata di protesta in tutto il Paese. In gioco c’è l’impennata dei prezzi, a partire dai carburanti, che pesa fortemente sui magri salari di milioni di lavoratori e lavoratrici che ormai non recuperano neanche più l'inflazione, di contro, l’inconsistenza dei provvedimenti assunti dal governo Meloni, schierato apertamente dalla parte delle compagnie petrolifere e delle banche.
Con il prezzo di benzina e gasolio schizzato oltre i 2 euro al litro, l’inflazione dei prodotti della spesa salita in 5 anni dal 30 al 50%, le bollette di luce e gas che subiscono rincari superiori al 30%, la situazione per chi vive di lavoro o pensione è sostenibile solo se c’è un adeguamento delle retribuzioni al costo della vita e se, allo stesso tempo, il governo interviene a calmierare i prezzi o, ancora, ad azzerare l'iva sui beni di prima necessità. Ma il governo Meloni ha deciso di non agire in queste direzioni, lasciando che il paese impoverisca e consentendo alle grandi aziende e alle grandi banche di continuare a speculare sulle nostre vite.
La boutade, assolutamente insufficiente, tardiva e già naufragata, del tetto al prezzo del carburante è la dimostrazione di un governo asservito e complice delle logiche di mercato.

In Europa le proteste divampano, dalla Spagna alla Francia alla Germania. Movimenti giovanili e organizzazioni sindacali stanno promuovendo grandi mobilitazioni per rivendicare diritti sociali e difendere le condizioni di vita e di lavoro. In Italia le grandi organizzazioni sindacali restano a guardare, anzi scelgono di provare a stringere con le organizzazioni padronali un accordo su rappresentanza e salari quando ci sarebbe bisogno di organizzare la protesta.

Diverse organizzazioni sindacali dei lavoratori portuali hanno lanciato per la data del 30 ottobre uno sciopero internazionale contro il traffico delle armi, contro le politiche di riarmo e la militarizzazione dei porti. Si tratta di un evento di portata storica che sta progressivamente coinvolgendo lavoratori e lavoratrici di sempre più paesi, estendendosi oltre il Mediterraneo e raggiungendo il Nord Europa ma anche l’India, il Messico, il Sudafrica e gli Stati Uniti.
I lavoratori dei porti stanno chiamando a mobilitarsi contro la guerra e le politiche di aggressione ai popoli portate avanti dagli Stati Uniti e da Israele e contro la complicità dei paesi dell’Unione Europea.

L’Unione Sindacale di Base considera la lotta contro il carovita e contro la moderazione salariale strettamente legate alla lotta contro il riarmo. L’enorme spesa pubblica messa a disposizione dell’acquisto e della costruzione di nuovi armamenti, con un balzo di decine di miliardi di euro nel bilancio statale per la difesa, c***a con l’indisponibilità a difendere i nostri salari e le nostre pensioni. E invece di pensare a dare una vera politica industriale all’Italia, il governo smantella quello che è rimasto, dall’ILVA all’automotive, e punta tutto sugli armamenti.

In questa situazione nessuno può pensare di salvarsi da solo. C’è bisogno di unire le proteste e costruire una mobilitazione generale che unisca tutte le categorie sociali e del lavoro per rivendicare la messa sotto controllo dei prezzi, il rilancio di salari e pensioni, una spesa pubblica indirizzata verso i servizi sociali e non alle armi.

Lo scorso anno una grande ondata di mobilitazioni ha scosso la pen*sola per protestare contro la complicità del governo Meloni con lo stato terrorista di Israele. Il governo ha risposto a quelle proteste con i Decreti sicurezza e ora con una legge che vuole impedire di criticare il genocidio dei palestinesi. Hanno paura che le persone si mobilitino e che i giovani scendano nelle piazze. Hanno paura che le persone si mettano assieme al di là delle differenze e che trovino le parole d’ordine giuste per unirsi. L’Unione Sindacale di Base lancia lo sciopero generale del 30 ottobre per unire le proteste e invita a costruire le mobilitazioni in tutte le città.

Abbassate i €prezzi, abbassate gli e i , abbassate le , abbassate le

Alzate i , alzate le

il 30 ottobre

03/10/2026

Il prossimo 30 ottobre in oltre 40 porti del Mediterraneo e dell’Europa si svolgerà una giornata internazionale di mobilitazione contro la guerra, il genocidio, il riarmo e la militarizzazione dei porti lanciata dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori portuali CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia). Si tratta di una delle più grandi iniziative internazionali per la pace promossa dalle organizzazioni dei lavoratori negli ultimi decenni.

Stiamo vivendo in un mondo nel quale assistiamo alla moltiplicazione delle aggressioni condotte dagli Usa e da Israele dal Medio Oriente all’Iran fino a Cuba, al Venezuela e al Sudan, mentre prosegue impunito il genocidio del popolo palestinese. I governi europei, intanto, continuano a promuovere una f***e corsa al riarmo, trascinandoci in una spirale sempre più pericolosa e con effetti ogni giorno più pesanti sulle condizioni di vita e di lavoro. In questa situazione, peraltro, i prezzi continuano a salire e i salari e le pensioni rimangono fermi al palo. Si restringono gli spazi di agibilità democratica e si moltiplicano i decreti sicurezza e le leggi bavaglio e si diffonde anche nelle scuole una cultura militarista e di sostegno alle scelte di guerra. E si avvertono sempre più drammatici gli effetti della crisi climatica, mentre i governi, invece di affrontarla, dedicano tutte le risorse disponibili al riarmo. Cresce infine un clima di odio contro la popolazione immigrata, frutto della precisa volontà di farne la responsabile del peggioramento generale delle condizioni di vita e di accesso ai servizi.

Di fronte a questa situazione i lavoratori portuali si oppongono fermamente al piano di militarizzazione dei porti che riguarderà anche le altre infrastrutture strategiche (MMA) varato dalla UE. Vogliono che il progresso tecnologico, l’automazione e l’IA non siano utilizzati per eliminare i posti di lavoro e compromettere i diritti di chi lavora. E che i contratti servano a garantire veri aumenti salariali, occupazione stabile, riduzione dell’orario di lavoro e un sistema pensionistico dignitoso.

Mentre sembra quindi che per i popoli non ci sia più spazio per far sentire la propria voce e che il nostro destino sia completamente nelle mani di chi ci sta spingendo verso un futuro da incubo, dal mondo del lavoro parte una mobilitazione che vuole costruire una prospettiva diversa.

NOI organizzazioni e movimenti sociali vogliamo raccogliere l’appello che viene dai lavoratori portuali e costruire assieme la Giornata Internazionale del 30 ottobre.

Per questo ci incontreremo il prossimo 3 ottobre a Genova per sostenere il blocco dei porti e decidere assieme le forme e le modalità con cui allargare e rafforzare la mobilitazione e lo sciopero.

02/10/2026
28/09/2026

+++EDITORIALE+++

ENI: è ora di mettere un tetto ai loro profitti

I dati ricavabili dai bilanci ENI dal 2021 al 2025 ci dicono che la società ha realizzato circa 29,7 miliardi di euro di utile netto. Se includiamo anche il 2020, caratterizzato dalla forte perdita legata alla pandemia e al crollo dei prezzi del petrolio, il saldo del periodo 2020-2025 scende a circa 21,1 miliardi di euro.
Per utile netto deve intendersi quanto rimane all’azienda dopo aver sottratto dai ricavi tutti i costi e le imposte. Quindi, per un periodo di ben 6 anni, volendo considerare anche l’anno nero 2020 in cui si sono registrate forti perdite, la società ENI S.p.A. ha fatto registrare guadagni netti, cioè veri e propri profitti, per la ragguardevole somma di 21,1 miliardi di euro. Di questi, ben 16,5 miliardi sono stati distribuiti in dividendi e sono quindi andati a retribuire i diversi soci azionisti di ENI, tra i quali anche lo Stato italiano.
Ora guardiamo alla scelta di questi giorni da parte della compagnia di mettere un tetto al prezzo della benzina e a quello del gasolio, rispettivamente a 1,99 euro e a 2,19 euro al litro. Le stime ufficiali di quanto costerebbe questa decisione ad ENI parlano di 100 milioni al mese e quindi, nell’eventualità della proroga fino a fine anno, 300 milioni. Nel solo 2025 ENI ha realizzato un utile netto di 2,61 miliardi di euro, quindi se rapportati ai guadagni dell’anno scorso i 300 milioni di costo dell’operazione annunciata costerebbe una riduzione degli utili dell’11,5%.
Va detto che la perdita stimata di 300 milioni è molto approssimativa. Intanto potrebbe registrarsi un aumento delle vendite, se non ci fosse un allineamento delle altre compagnie. E poi, la perdita è calcolata sui 17 centesimi di sconto al prezzo attuale, sul quale però gravano altre voci e non solo i guadagni di ENI. In concreto, quindi, la perdita effettiva sarebbe probabilmente molto più bassa.
La conclusione di questi facili calcoli rintracciabili sul web è che l’operazione di questi giorni non fa che mettere in evidenza quanto già ripetiamo da tempo: i prezzi delle materie prime e dei generi di prima necessità possono essere calmierati senza produrre alcun danno al sistema delle imprese, le quali dovrebbero semplicemente rinunciare ai profitti esorbitanti ottenuti nel corso di questi anni.
Abbiamo certamente bisogno di un tetto ai prezzi, a cominciare da quello del gasolio e della benzina. Nel 2025, per esempio, la benzina costava 1,73 euro al litro e il gasolio 1,65 al litro, il che ci fa capire che il tetto introdotto temporaneamente da ENI è molto al di sopra di quello che pagavamo soltanto l’anno scorso. Un contenimento serio del prezzo dei carburanti deve quindi guardare a quelle cifre e non alla micro-riduzione appena introdotta.
Ma il vero tetto di cui abbiamo bisogno tutti, dagli autotrasportatori ai tassisti, dagli agricoltori a tutti quelli che per lavorare devono usare la macchina, fino a chi per vivere e spostarsi non può fare a meno di fare rifornimento, è quello ai profitti delle aziende che si arricchiscono mentre noi ci impoveriamo.
Introdurre un calmiere sui prezzi dei beni di prima necessità, e i carburanti sono tra questi, comporta un taglio dei profitti. Altre soluzioni non ci sono.

21/09/2026

AVETE LA FACCIA COME IL BOLLO
Il 23 settembre contro il carovita portiamo la protesta sotto il Ministero delle finanze in via XX settembre (ore 16.30)

Il governo Meloni alla fine ha partorito il topolino. Dopo aver prorogato la sospensione delle accise in cerca di una soluzione, ha finito per approvare una misura ad hoc per l’appuntamento elettorale, evitando di intervenire come dovrebbe sul fattore inflazione, che è ormai diventata una condizione strutturale del nostro sistema.
Mentre i salari sono in riserva da anni, i prezzi continuano a salire. L’aumento dei prezzi dell’energia si è riversato nel carrello della spesa con aumenti sui generi alimentari che oscillano dal 30 al 50% (dati ISTAT luglio 2021 al luglio 2026): altro che tassa sul bollo auto, servono interventi seri e strutturali per controllare i prezzi e far tornare a salire le retribuzioni.
La vergogna del momento sono Cgil Cisl e Uil che stanno trattando con Confindustria una nuova stagione di moderazione salariale, confermando per il calcolo dell’inflazione il ricorso all’indice IPCA NEI che non considera i costi delle importazioni energetiche. Un’autentica beffa che si aggiunge alla drammaticità della crisi che stiamo vivendo.
Per uscire dall’emergenza servono misure strutturali, che diano risposte alla cittadinanza ed alle categorie più svantaggiate del nostro Paese.
Vogliamo l’abolizione dell’IVA sui beni di prima necessità, il blocco dei prezzi dei beni essenziali e delle tariffe energetiche, affitti legati ai salari e rilancio dell’edilizia popolare, l’istituzione di Osservatori sui prezzi nelle Prefetture aperti alle organizzazioni sociali, la tassazione al 100% dei profitti accumulati dalle imprese che hanno speculato sulla guerra e sui prezzi delle materie energetiche, una nuova scala mobile per riallineare le retribuzioni al costo della vita.
Unione Sindacale di Base

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