21/10/2025
Ha raccontato guerre, crisi umanitarie, rivoluzioni.
Ha visto città bruciare, popoli fuggire, bambini senza casa.
E lo ha fatto sempre con voce calma, precisa, umana.
Si chiama Giovanna Botteri, e da più di trent’anni è una delle giornaliste italiane più rispettate al mondo.
Ha lavorato nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan, in Cina.
Mentre le bombe cadevano, lei era lì — con un microfono, una telecamera e il coraggio tranquillo di chi sa che il mestiere del giornalista non è mostrarsi, ma testimoniare.
Mai un eccesso, mai una posa.
Solo fatti, sguardo, coscienza.
Eppure, nel 2020, mentre da Pechino raccontava la pandemia, fu travolta da un’ondata di giudizi crudeli.
Non per ciò che diceva, ma per come appariva.
Capelli bianchi, niente trucco, abiti semplici.
Per molti, troppo “imperfetta” per la televisione.
Un paese intero si divise su una banalità, dimenticando ciò che contava davvero: la verità delle parole, non la lucentezza dello schermo.
Ma la risposta di Giovanna Botteri fu un esempio di stile e misura.
Nessuna rabbia, nessuna offesa, nessun post vendicativo.
Disse soltanto:
“Io non sono il mio trucco.
Sono il mio lavoro.”
Parole che pesano più di qualsiasi editoriale.
Una lezione per le scuole, per le redazioni, per i social.
Perché in un tempo ossessionato dall’apparenza, ha ricordato che la sostanza è un atto di resistenza.
Giovanna Botteri continua a fare quello che ha sempre fatto:
andare dove la notizia diventa vita,
dare voce a chi non ce l’ha,
raccontare con rispetto, guardare senza giudicare.
Ha visto il mondo nei suoi momenti peggiori, ma non ha mai smesso di credere nella sua parte migliore.
E ogni volta che qualcuno giudica una donna per come appare,
la sua voce ritorna, ferma e limpida, come una lezione necessaria:
la competenza non ha bisogno di mascara.
Piccole Storie.