17/06/2026
Nel Novembre del 1981 viene arrestato. Ci racconta cosa è successo?
«Il 20 Giugno 1981 i Mojahedin del Popolo Iraniano riuscirono a mobilitare a Teheran circa 500.000 persone riunitesi in una grande manifestazione pacifica. L’imponente partecipazione confermò la crescente influenza dell’organizzazione in ampi settori della società iraniana. Quella stessa giornata segnò però una svolta drammatica: su ordine di Khomeini, le Guardie Rivoluzionarie aprirono il fuoco contro i manifestanti. L’intervento provocò numerosi morti e feriti.
Ricordo che il giorno successivo a quella giornata, i quotidiani del regime, tra cui il Kayhan, pubblicarono le fotografie di giovani ragazzi e ragazze tra i 12 e i 15 anni, giustiziati nella prigione di Evin. Al momento dell’esecuzione non si conoscevano nemmeno i loro nomi. I giornali chiesero alle famiglie di recarsi a identificare i corpi dei propri figli e portarli via.
Dopo questi eventi, una vita normale non era più possibile. Per continuare la mia lotta e sfuggire all’arresto, scelsi con determinazione la strada della resistenza e della clandestinità. In quei giorni ricevevo continuamente notizie dell’arresto e dell’esecuzione di amici e compagni: Mostafa Marandi, Alireza Marandi, Houri Alaeini, appena quindicenne, Habib Khodaverdi e molti altri, i cui nomi e fotografie apparivano regolarmente sulla stampa del regime. Molti erano stati impiccati prima del mio arresto. Io stesso, nel novembre del 1981, fui identificato per strada da una guardia rivoluzionaria. Nel tentativo di non essere catturato vivo cercai di resistere, ma fui colpito ad una gamba e persi conoscenza. Mi risvegliai circa quarantotto ore dopo nella prigione di Evin, ferito ma ancora vivo.
Non appena ripresi conoscenza, fui condotto nelle sale di tortura e sottoposto a sevizie estremamente brutali: frustate con cavi, sospensione per le braccia, e altre forme di violenza. Il proiettile era ancora conficcato nell’osso della mia gamba destra, e persi conoscenza più volte.
Gli interrogatori avevano un unico obiettivo: ottenere informazioni sui miei amici, sui miei contatti con i MEK e sulle mie attività politiche. Nonostante le torture, trovai la forza di resistere, ispirato dal coraggio e dalla determinazione di molti altri detenuti. Nella prigione di Evin, un intero piano era dedicato alle torture, con circa sette stanze appositamente attrezzate. In quei locali uomini e donne di ogni età — dai ragazzi di appena dodici anni fino ad anziani di settanta o ottant’anni — venivano sottoposti a violenze e sevizie nel tentativo di spezzarne la volontà. Molti di loro, pur sotto pressione estrema, rifiutavano di rivelare informazioni. Anch’io, con lo stesso spirito e con orgoglio, non fornii alcuna informazione sui miei compagni.
Dopo un lungo periodo di torture, fui portato in tribunale su una barella, senza alcuna assistenza legale. Dopo poche domande, fui inizialmente condannato a morte; successivamente, in un secondo processo, la pena fu commutata in 15 anni di carcere. Nel dicembre del 1982, con la notifica ufficiale della sentenza, fui trasferito nella prigione di Ghezel Hesar».
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