18/07/2026
𝐃 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚, 𝐃 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞
𝐷𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑎𝑙𝑢𝑡𝑒 𝑟𝑖𝑝𝑟𝑜𝑑𝑢𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎, 𝑑𝑎𝑙 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑜 𝑎𝑖 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖 𝑓𝑖𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒. 𝐿𝑎 𝑑𝑒𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑣𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑖𝑟𝑒 𝑢𝑛’𝐼𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑙𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑡𝑡𝑖 𝑝𝑖𝑒𝑛𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑒𝑙𝑎𝑡𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑠𝑒 𝑚𝑎𝑑𝑟𝑖
Articolo di Elisabetta Canitano
La Repubblica ha il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». È il secondo comma dell’articolo 3 della nostra Costituzione. Non è un auspicio: è il mandato imperativo su cui si fonda la cittadinanza in Italia. Se guardiamo alle vite delle donne, il progetto è esplicito. Il governo non considera le cittadine come soggetti politici titolari di diritti inalienabili, ma come strumenti di una “patria” che ha fame di figli, preferibilmente bianchi e preferibilmente privi di istruzione, manipolabili e addestrati alla guerra. Siamo di fronte a un neopatriarcato che usa la burocrazia, il silenzio del welfare e la manipolazione del linguaggio.
𝐋𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞
L'ultimo attacco ai diritti delle donne si è consumato il 14 luglio in Parlamento dove la maggioranza di destra ha tentato di riscrivere le regole del gioco sulla nostra pelle. La proposta di modifica avanzata da Galeazzo Bignami nel contesto del cosiddetto "Stabilicum" propagandata per un fantomatico ritorno al sistema delle preferenze non solo non le reintroduce - visto che per la maggior parte dei seggi rimarrebbero le liste bloccate - ma elimina la parità di genere. In buona sostanza, se fosse passato l’emendamento (bocciato per un voto), sarebbe saltato il vincolo di parità di genere nelle posizioni decisive per l’elezione, con il rischio di avere liste formalmente equilibrate ma capilista quasi tutti uomini. Questa 'idea' non è stata una svista, né un passaggio burocratico: è stato un assalto frontale alla rappresentanza politica dell'elettorato femminile.
Perché era pericolosa? Perché puntava a svuotare di sostanza la parità di genere, trasformando le tutele conquistate in carta straccia. Volevano blindare un’élite maschile impermeabile al cambiamento, relegando la parità a una facciata decorativa. È stato un bene che sia stata bocciata: un atto di igiene democratica contro chi considera l'aula un club per soli uomini.
𝐈𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚: 𝐥𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐮𝐭𝐞 𝐧𝐞𝐠𝐚𝐭𝐚
La prima, fondamentale, forma di ostacolo alla libertà femminile risiede nel controllo del corpo. Per chi governa, la contraccezione non è salute riproduttiva, non è autodeterminazione, non è prevenzione. Ai loro occhi, la capacità di una donna di decidere sul proprio corpo - di scegliere se, quando e come diventare madre - assume i tratti di un atto sovversivo, quasi un tradimento dell’ideale nazionalista che vorrebbe la donna confinata nel suo ruolo biologico. Quando, come associazione Vita di donna, interveniamo per garantire un impianto contraccettivo a una donna che non può permetterselo, non stiamo solo fornendo un dispositivo medico. Stiamo restituendo a quella donna il diritto di scelta sul proprio futuro professionale, economico e personale. Impedire o rendere difficoltoso l’accesso alla contraccezione è una forma di violenza istituzionale: è l’imposizione di una condizione biologica come destino sociale. Eppure, l’accesso alla contraccezione gratuita - che in molti paesi europei è considerata un pilastro della prevenzione - in Italia rimane un privilegio frammentato, dipendente dalla buona volontà di alcune regioni e non da una politica nazionale coerente.
A questo si aggiunge un’erosione più subdola e pericolosa: quella della Legge 194. L’apertura dei consultori alle associazioni anti-abortiste non è “pluralismo”, come viene ipocritamente definito, ma una violazione della privacy e della libertà di scelta. È un tentativo di trasformare un luogo di salute in un presidio di controllo morale, un terreno dove la donna non viene accompagnata nel suo percorso, ma colpevolizzata nella sua decisione. Dati alla mano, il crescente numero di obiettori di coscienza nelle strutture pubbliche sta rendendo l’interruzione volontaria di gravidanza una pratica sempre più difficile, costringendo le donne a spostarsi o a percorsi di umiliazione burocratica. La Legge 194 non è stata abrogata, ma viene svuotata dall’interno, trasformata in una norma di carta, inefficace nella realtà quotidiana.
𝐋’𝐞𝐜𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐦𝐢𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐥𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨
Il paradosso del governo Meloni è totale anche sul piano economico. Si sbandiera il sostegno alla maternità, ma lo si declina attraverso misure trappola. Le politiche proposte non servono a conciliare la vita lavorativa con quella familiare; servono a rendere l’una inconciliabile con l’altra. Il drastico ridimensionamento di Opzione donna è l’esempio più tangibile di questo scollamento. Quella che era nata come una misura di flessibilità, pur con il limite del ricalcolo contributivo, è stata progressivamente trasformata, nelle ultime manovre di bilancio, in un dispositivo residuale. Con l’introduzione di criteri di accesso rigidissimi - limitati a specifiche categorie come caregiver, persone con invalidità civile o lavoratrici in crisi aziendale - il governo ha di fatto estromesso la quasi totalità delle platee precedenti. Non si è trattato di un’abrogazione formale, ma di uno svuotamento sostanziale: una misura di “finta” flessibilità che ignora la realtà dei percorsi lavorativi femminili, caratterizzati da discontinuità e carico di cura, costringendo molte donne a una permanenza forzata nel mercato del lavoro senza il minimo supporto in termini di servizi di conciliazione. Le statistiche dell’Istat e le analisi del World economic forum sul Global gender gap dipingono una fotografia impietosa: l’Italia si colloca costantemente nelle retrovie per quanto riguarda l’occupazione femminile. Invece di investire in infrastrutture - asili nido, tempo pieno, servizi di cura universali - il governo preferisce elargire bonus una tantum che non risolvono la strutturale carenza di servizi. La “trappola della maternità” è l’ostacolo più insidioso. Quando una donna entra nel mercato del lavoro italiano, parte già svantaggiata.
Il gender pay gap non è solo una differenza di stipendio, è il riflesso di una società che non crede che le donne debbano guadagnare quanto gli uomini. Le misure fiscali del governo - come la parziale decontribuzione per le madri lavoratrici - sono specchietti per le allodole che non affrontano il nodo cruciale: il lavoro precario. Come si può programmare...
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