27/05/2026
Sento il dovere di rompere il silenzio che circonda la strategia politica di questo governo. Non si tratta di una critica estemporanea, ma di una riflessione necessaria su una deriva che, pur evitando l'abrogazione formale delle tutele esistenti, sta agendo con una tecnica insidiosa per svuotare di sostanza i diritti faticosamente conquistati.
È in atto un’erosione silenziosa del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. La scelta di aprire i consultori, da tempo attiva in Lombardia, a realtà dichiaratamente pro-life non è una misura di supporto, ma un atto di violazione della natura laica e sanitaria di presidi che dovrebbero garantire ascolto privo di pregiudizi. Inserire soggetti terzi, ideologicamente orientati, nel percorso di una donna che sta vivendo un momento di fragilità significa trasformare il sostegno in pressione psicologica e colpevolizzazione, ponendo ostacoli burocratici e morali dove dovrebbe esserci solo competenza scientifica.
Parallelamente, il governo persevera in una visione familista che confonde il sostegno alla maternità con il sostegno alla donna. La strategia basata su bonus, decontribuzioni frammentarie e misure assistenzialiste non è una politica di genere: è, di fatto, uno strumento di relegazione sociale. Incentivare la natalità ignorando la necessità di infrastrutture capillari, asili nido accessibili e un congedo di paternità finalmente paritetico significa rinforzare un modello di divisione sessuale del lavoro che consideravamo superato. Si sta condannando la donna a una scelta impossibile tra carriera e famiglia, rendendo la maternità un fattore di penalizzazione economica.
Sconcerta, inoltre, una retorica identitaria che declina la figura femminile esclusivamente nel suo ruolo di madre, moglie o pilastro della famiglia. Questa visione cancella la donna come soggetto politico, sociale e individuale autonomo, riducendo la sua esistenza e la salute riproduttiva a variabili di una demografia nazionale che il potere politico pretende di gestire. È un’impostazione che ci riporta a paradigmi che speravamo consegnati alla storia.
Peraltro, le donne non vengono sostenute nel loro essere indispensabili nella vita dei figli, vedi Legge 54.
Anche in tema di violenza di genere, la risposta governativa appare purtroppo di superficie. L’enfasi posta esclusivamente sull’inasprimento delle pene - pur necessaria - trascura colpevolmente la prevenzione educativa, la formazione specifica del personale sanitario e il potenziamento di una rete antiviolenza che, per essere efficace, dovrebbe essere laica, capillare e scevra da ogni condizionamento ideologico.
Nell’attività quotidiana riscontro le ricadute di questo clima: la paura di chi cerca informazioni su una scelta riproduttiva, la precarietà di chi vorrebbe conciliare vita e lavoro senza dover rinunciare alla propria identità, l’isolamento di chi subisce violenza e il timore, per le donne con figli esposte a violenza domestica, delle conseguenze di una denuncia. Non è di assistenza caritatevole che le cittadine hanno bisogno, ma della libertà piena di autodeterminarsi senza essere considerate mero strumento di una visione di parte.
La nostra Associazione Vita di Donna OdV continuerà a denunciare ogni tentativo di arretramento. I diritti delle donne non sono merce di scambio elettorale, né possono essere sacrificati sull'altare di visioni ideologiche che non appartengono alla modernità.