Scomodo

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Nel 2023 quasi l’80% dei nuovi contratti degli under 30 era precario: solo 1 su 5 è stato assunto con una forma stabile....
06/06/2026

Nel 2023 quasi l’80% dei nuovi contratti degli under 30 era precario: solo 1 su 5 è stato assunto con una forma stabile. Nel giornalismo, nello specifico, esiste un’intera generazione cresciuta dentro collaborazioni pagate poco, rinnovi che non arrivano e contratti rimasti fermi a un mercato del lavoro che non esiste più.

Si lavora continuamente, ma quasi mai abbastanza da sentirsi al sicuro. Infatti, il contratto stipulato con gli editori della Fieg per regolare il lavoro dei giornalisti dipendenti è scaduto da 10 anni, anni in cui gli editori hanno goduto di aiuti pubblici, mentre gli stipendi sono stati erosi dall’inflazione.

È anche da qui che nasce la sensazione diffusa di vivere senza futuro. Tutto ha una data di scadenza: gli affitti, i lavori, i rapporti, perfino gli oggetti che compriamo. Pianificare è diventato difficile non perché manchino ambizioni o desideri, ma perché manca la possibilità concreta di immaginarsi stabili da qualche parte.
Gli studiosi l’hanno chiamato Long Present, il Lungo Presente: una condizione in cui la precarietà economica e la velocità del consumo impediscono di costruire continuità tra presente e futuro. Si vive nel breve termine, dentro lavori temporanei, case temporanee, relazioni temporanee. Restare diventa un privilegio.

Ne abbiamo parlato con quattro racconti diversi di quattro voci sul nostro nuovo mensile. Questa è quella di

Ieri è iniziato il Primavera Sound: Blood Orange suona, si diverte e ringrazia emozionato. I Geese suonano, Berlioz nel ...
05/06/2026

Ieri è iniziato il Primavera Sound: Blood Orange suona, si diverte e ringrazia emozionato. I Geese suonano, Berlioz nel frattempo fa un bellissimo set ambient e tutte le persone felici ballano con i loro poncho sotto la pioggia. Il live luminoso di Oklou è bellissimo. Tutto va bene.

Poi piove. Su Reddit si dice che alcuni palchi hanno ceduto, qualcosa si è rotto, una cassa è caduta. I main stage iniziando progressivamente a chiudere e i concerti a essere cancellati. Per un’ora circa non succede niente e le persone ancora in fila non sanno se entreranno o meno. Doja Cat scrive su X che il suo live è saltato, l’organizzazione non dice niente. Le persone aspettano. Il live di Alex G è cancellato, quello di Mac DeMarco è cancellato, quello di Bad Gyal è cancellato. Il live dei Massive Attack è cancellato e poi riprogrammato 2 ore dopo: tutte le persone che ancora sono al Festival, e che non sono già andate via, arrivano lì per scoprire che il live è, invece, cancellato di nuovo.

Ma mentre tutto questo succedeva nell’ecosistema dei grandi palchi – dei main stage e degli headliner – e l’organizzazione del festival non riusciva a comunicare cosa sarebbe successo, il festival di tutti gli altri è andato avanti: decine di artiste e artisti hanno suonato, riempito i palchi ancora attivi riposizionandosi nelle priorità del pubblico che ha trovato rifugio lì. Ribaltando così la concezione di cosa dovrebbe essere un festival: persone che si trovano davanti a musica e proposte che non avrebbero ascoltato. Persone che scoprono musica e generi nuovi.

Dietro i grandi palchi e i grandi nomi c’è un festival intero.

Qui la selezione di e 🔌

Mentre succede tutto questo, è il 5 giugno 2026 e inizia la stagione dei festival in Italia e in tutta Europa, una delle...
05/06/2026

Mentre succede tutto questo, è il 5 giugno 2026 e inizia la stagione dei festival in Italia e in tutta Europa, una delle poche notizie cui vale la pena chiamare “cose belle” le cose. E fateci sapere il vostro preferito così magari ci andiamo 🌅

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Il 2 giugno ad Amendolara è avvenuta una strage: Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, quat...
04/06/2026

Il 2 giugno ad Amendolara è avvenuta una strage: Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad, quattro braccianti stranieri, sono stati uccisi e dati alle fiamme all’interno di un minivan. Lo shock di parte della politica e del giornalismo italiano è svilente, perché da anni le associazioni ei sindacati raccontano di come l’industria e la filiera agroalimentare del nostro paese si basa sullo sfruttamento dei poveri e degli emarginati, in particolare i migranti.

Secondo il VII Rapporto sul caporalato e agromafie in Italia della fondazione Placido Rizzotto, le agromafie e lo sfruttamento nella filiera agroalimentare attraverso l’unione delle aziende e di chi sfrutta i braccianti oggi vale più di 30 miliardi di euro. In Italia vi sono più di un milione aziende agricole, per un totale di 1.296.000 lavoratori di cui il 17,7% stranieri (dato ISTAT del 2021) il cui dato sull’incidenza delle giornate di occupazione agricola riferibili ai lavoratori stranieri: il 34,2% del totale. Questo significa che più di un terzo delle giornate lavorative in agricoltura è a carico di migranti.

I racconti delle associazioni e dei sindacati testimoniano di paghe al di sotto dei 2 euro l’ora, di turni massacranti, di abusi sessuali e doping attraverso sostanze stupefacenti degli agricoltori e allevatori per reggere il ritmo massacrante imposto dal mercato dell’agroalimentare. Ciò è possibile attraverso una triangolazione tra Stato - mercato - criminalità organizzata basata sullo sfruttamento di esseri umani invisibili e deumanizzati, che va a produrre ingiustizia sociale e scarti umani/sociali.

Finché la politica attacca il migrante attraverso idee criminali come la remigrazione ma non il sistema economico che abusa - sfrutta - uccide la manodopera straniera per il “Made in Italy” di cui va fiera, casi come quello di Amendolara verranno facilmente dimenticati e altri esseri umani verranno sfruttati.

di

Insieme a , abbiamo lavorato ad una fanzine sulle periferie.Questa fanzine è una possibilità per proporre un nuovo mod...
04/06/2026

Insieme a , abbiamo lavorato ad una fanzine sulle periferie.

Questa fanzine è una possibilità per proporre un nuovo modo per far stare in relazione, per tenere insieme ed integrare tra loro visioni ed esperienze che – nemmeno impegnandosi – potrebbero mai avvicinarsi ad una restituzione di ciò che la periferia è o potrà essere.

Scriviamo queste pagine per ricordarci che non sarà mai abbastanza, che non sarà mai confezionabile in alcun titolo, sottotitolo, testo, video o servizio televisivo. Scriviamo queste parole per stare nella contraddizione in cui siamo cresciute e cresciuti. Scriviamo queste righe per chi ha sempre desiderato rivedersi nelle idee di chi credeva fosse distante da sé e invece è così vicino, così prossimale, da essere interscambiabile.

La fanzine fa parte del programma curato da Save the Children per IMPOSSIBILE, la Biennale dell’infanzia e dell’adolescenza per affrontare le sfide che oggi negano i diritti fondamentali dei più giovani. Il tema di questa terza edizione, “Investire nelle periferie, investire nell’infanzia”, vuole analizzare la complessa realtà delle periferie italiane attraverso lo sguardo dei più giovani. Per questo, la nostra fanzine nasce come una lente d’ingrandimento su questi territori, per raccontare le storie e i luoghi che li compongono. Questo progetto non vuole offrire soluzioni, ma restituire storie vere.



Leggi il nostro numero speciale su scomodo.org

L’Emilia Romagna porta con sé numerose iniziative sul territorio - e con esse persone che non smetterebbero mai di occup...
03/06/2026

L’Emilia Romagna porta con sé numerose iniziative sul territorio - e con esse persone che non smetterebbero mai di occuparsene. “Lo spazio è un dato fisico. Il luogo è quando ci metti dentro qualcosa; è aperto, vissuto, con una dimensione pubblica. Riconoscere questi spazi e farli diventare luoghi dove le persone scelgono di rimanere: questo è il mio lavoro.”, racconta un’altra partecipante.

Siamo stati ai laboratori della scuola di Alta formazione Convergenze, progetto di Social Seed (.srl), società di formazione per il terzo settore da cui il progetto ha preso vita nel 2024 in Emilia Romagna.

Trovi il racconto del progetto e delle giornate su scomodo.org

Rispetto all’identificazione in tempo reale, il riconoscimento biometrico a posteriori (in Italia effettuato con il sist...
03/06/2026

Rispetto all’identificazione in tempo reale, il riconoscimento biometrico a posteriori (in Italia effettuato con il sistema SARI) applicato alle manifestazioni è considerato meno problematico dal punto di vista giuridico. Ma il confine tra le due modalità è sottile. Ogni ripresa video effettuata durante un corteo è potenzialmente un archivio di dati personali.

L’abitudine da parte delle forze dell’ordine di riprendere quanto accade durante i cortei e le proteste attraverso telefoni e videocamere è un pattern che Philip Di Salvo, ricercatore presso la School of Humanities and Social Sciences della Universität St. Gallen ed esperto di giornalismo investigativo, riconosce come strutturale nel contesto europeo. Di Salvo ci racconta come «Le proteste sono storicamente uno dei terreni di elezione per la sperimentazione delle tecnologie di sorveglianza: è nello spazio del dissenso pubblico che il riconoscimento facciale, ad esempio, è stato introdotto in diversi contesti e spesso prima che esistesse una cornice normativa adeguata», ci spiega.

Il quadro si complica ancora di più quando si aggiungono gli altri strumenti di sorveglianza che gravitano intorno alle manifestazioni pubbliche. Laura Carrer, giornalista freelance e ricercatrice, segnala due tecnologie su cui la trasparenza è quasi nulla. La prima sono i droni: le forze dell’ordine ne hanno dotazioni ufficiali, «ma non è chiaro se vengano impiegati sistematicamente durante i cortei, con quale frequenza, e soprattutto se le immagini aeree che producono vengano poi elaborate attraverso software di riconoscimento facciale o comportamentale». La seconda sono gli IMSI catcher: dispositivi che simulano una cella telefonica, intercettano i telefoni presenti in un’area e ne registrano il codice identificativo univoco, permettendo di associarlo alla persona che possiede quel dispositivo. Anche in questo caso la dotazione è nota, l’uso è documentato in contesti di indagine su criminalità organizzata o traffico di stupefacenti, ma l’impiego durante le manifestazioni resta una zona grigia.

Puoi leggere l’approfondimento completo su Scomodo n° 77. Abbonati per riceverlo a casa ✉️

Il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica, le e i  volontari del Servizio Civile Universale sfilano ai Fori...
02/06/2026

Il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica, le e i volontari del Servizio Civile Universale sfilano ai Fori Imperiali accanto ai corpi militari. Un’immagine istituzionale che per chi vive il servizio in prima linea nasconde profonde contraddizioni, ma anche lo spunto per una riflessione necessaria. Partecipare alle celebrazioni dello Stato è un momento importante, ma farlo con modalità coerenti con la natura del Servizio Civile lo renderebbe ancora migliore.

Il primo nodo cruciale riguarda la sfilata stessa: «Se il Servizio Civile ha una storia che fonda le sue radici nell’obiezione di coscienza, come alternativa alla leva militare obbligatoria, sfilare con il passo militare è un vero controsenso», spiega Lavinia, delegata del Lazio. Non si tratta di una polemica contro le forze armate, ma di rivendicare la propria identità. Come racconta Natalia, che ha partecipato l’anno scorso: «La nostra presenza è fondamentale, ma potrebbe esserlo ancora di più se riuscisse a rappresentare autenticamente il mondo del Servizio Civile».

Accanto all’identità c’è il tema logistico. Le settimane di prove richiedono sacrifici economici a carico delle e dei giovani, escludendo di fatto chi viene da fuori Roma e non può permettersi un alloggio a proprie spese, che riduce l’accessibilità alla commemorazione. Ciò nonostante alcune persone arrivano ad accettare i turni estenuanti delle prove pur di prendersi una pausa da sedi di assegnazione quotidiane ancora più frustranti.

La sfilata diventa così il megafono per accendere i riflettori sul “dietro le quinte” del Servizio Civile: regolamenti ambigui, progetti non corrispondenti alle promesse e casi ai limiti sfruttamento, con prestazioni richieste anche nei giorni festivi.

L’obiettivo della Rappresentanza oggi è risvegliare il senso critico delle e dei giovani per chiedere riforme concrete, a partire da tutele contrattuali chiare. Il Servizio Civile è una risorsa inestimabile per il Paese, ma deve basarsi sui diritti, non sul sacrificio indifeso dei giovani.

Di

X-Town, il progetto editoriale ideato da Scomodo e il fotografo Mattia Crocetti, in collaborazione con il Sindacato Pens...
01/06/2026

X-Town, il progetto editoriale ideato da Scomodo e il fotografo Mattia Crocetti, in collaborazione con il Sindacato Pensionati Italiani della Cgil diventa un festival!

Con più di 250 foto pubblicate e 100 interviste è il più grande lavoro editoriale sulle città-fabbrica italiane.
In questi due anni sono state mappate, da nord a sud, 10 città-fabbrica: Piombino, Porto Marghera, Carbonia, Augusta, Carrara, Fabriano, Terni, Crotone , la Val d’Agri e Pomigliano.

La serie di foto-reportage di X-Town racconta la trasformazione fisica e sociale delle company town italiane, territori la cui vita produttiva gira attorno a una o poche grandi fabbriche.
La loro condizione è rappresentativa di alcuni aspetti fondamentali dell’evoluzione di un modello economico e di sfruttamento del territorio molto ampio, sempre più insostenibile e pieno di contraddizioni.
X-Town mette in dialogo le varie generazioni che abitano e lavorano in queste aree: un dialogo con movimenti, collettivi e individui che provano a opporsi in qualche modo a un modello di sviluppo egemonico, e a cambiare le sorti del proprio territorio.

Il legame con il territorio e con le persone che lo attraversano è sempre stato, infatti, un elemento fondante del progetto. Per questo X-Town festival costituisce un momento non solo di restituzione del prodotto editoriale, ma anche di coinvolgimento attivo delle comunità raccontate,, al consolidamento di rapporti collettivi e al mantenimento di uno scambio vivo e reciproco.

Ci vediamo al in località il Pino-Parco della Sterpaia, Piombino, il 13 giugno, dalle ore 18, per un talk di presentazione della mostra fotografica, con alcuni ex ed attuali lavoratori delle tappe toscane, attivistə, il fotografo e di Scomodo.

A seguire dj set degli .sound.system 💐

Maria si muove rapida tra le aule dell’università in cui lavora. Rientra tra le lavoratrici esternalizzate assunte dall’...
01/06/2026

Maria si muove rapida tra le aule dell’università in cui lavora.

Rientra tra le lavoratrici esternalizzate assunte dall’istituzione tramite un’azienda esterna. «È un lavoro che a me piace perché mi permette di stare con il pubblico», ci dice alzando le spalle. «Ma le paghe orarie sono basse e ti garantiscono poco. La sopravvivenza diciamo, nulla di più».

Il lavoro di Maria, per più di vent’anni, le è valso la paga oraria di un operaio di secondo livello: sette euro l’ora. Una cifra che le impedisce di essere del tutto autonoma; un lavoro che la costringe a sacrificare il resto della vita: «Io vivo in questa città da sola», racconta, «però mi rendo conto che se dovessi avere dei bambini da accudire o delle persone anziane, con le mie turnazioni sarebbe im possibile».

Quello di Maria è un contratto part- time anomalo, uno dei tanti in Italia. Si tratta di una forma contrattuale che nell’ultimo trentennio ha contribuito in modo significativo alla diffusione del ‘lavoro povero’. Nel 2023 la quota di occupati part-time in Italia era del 17,6%. Di questi, il 54,8% avrebbe voluto lavorare di più.

Alla radice dei disagi vissuti da milioni di lavoratori, concorrono una serie di dinamiche: crescita delle disuguaglianze salariali, deregolamentazione del mercato del lavoro, stagnazione dei salari reali, nonché una strutturale difficoltà dei sindacati ad intervenire. La storia di Maria non è un caso isolato.

«Quando arrivano dei giovani mi rendo conto di quali siano i veri disagi. Li guardo e mi dico: ma guarda se uno a 25 anni si deve ritrovare in una situazione di questo genere. Io vado a lavorare tutti i giorni, mi alzo presto, mi sacrifico, sacrifico anche la mia vita sociale, e comunque non mi posso sognare di essere autonoma».

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