30/07/2026
Intercultura e scuola: educare alla convivenza, non alla paura (di Vincenzo Pira)
Il dibattito sull'intercultura nella scuola italiana, rilanciato dall'articolo di Ernesto Galli della Loggia
pubblicato sul Corriere della Sera del 29 luglio 2026 e dalla successiva risposta di Vanessa Roghi su
la Repubblica, offre l'occasione per riflettere sul significato dell'educazione in una società sempre
più plurale. Le due posizioni non divergono soltanto nella valutazione del fenomeno migratorio, ma
soprattutto nell'idea stessa di scuola e di cittadinanza.
L'argomentazione di Galli della Loggia sembra fondarsi sull'ipotesi che la crescente presenza di
studenti di origine straniera, e in particolare di religione islamica, possa compromettere l'identità
culturale della scuola italiana, fino a produrre forme di estraneità e di frammentazione della
comunità educativa. Una simile lettura, tuttavia, appare poco convincente sia sul piano empirico sia
su quello pedagogico.
I dati del Ministero dell'Istruzione mostrano infatti una realtà molto diversa. Gli alunni con
cittadinanza non italiana rappresentano meno del dodici per cento della popolazione scolastica e la
loro distribuzione è fortemente disomogenea sul territorio nazionale. La maggioranza degli studenti
continua dunque ad essere italiana e non esiste alcuna evidenza che giustifichi la previsione di una
trasformazione radicale dell'identità culturale della scuola. Ancora più riduttivo è identificare l'intero
fenomeno con la sola presenza islamica, ignorando la pluralità delle provenienze, delle lingue, delle
storie familiari e dei percorsi di integrazione.
La scuola italiana ha affrontato nel corso della sua storia cambiamenti ben più profondi:
l'unificazione linguistica del Paese, l'alfabetizzazione di massa, l'inclusione degli studenti con
disabilità, l'arrivo delle nuove tecnologie digitali. Ogni trasformazione è stata accompagnata da
timori e resistenze, ma la scuola ha saputo rinnovarsi senza perdere la propria funzione
fondamentale di formazione democratica.
Naturalmente l'integrazione presenta difficoltà reali: l'apprendimento della lingua italiana, le
differenze socioeconomiche, il dialogo con famiglie portatrici di tradizioni differenti e il contrasto a
ogni forma di fondamentalismo religioso o culturale. Sono problemi concreti che richiedono
politiche educative, investimenti, formazione degli insegnanti e ricerca pedagogica. Ma affrontarli
significa partire dalla realtà, non da rappresentazioni allarmistiche.
La pedagogia interculturale non nasce per sostituire la cultura italiana con altre culture, né per
promuovere un relativismo in cui ogni valore diventa equivalente. Essa propone piuttosto una
prospettiva diversa: riconoscere che ogni identità culturale cresce attraverso il dialogo, il confronto
e la reciproca conoscenza. L'intercultura non significa rinunciare ai principi costituzionali, ma renderli
concretamente accessibili a tutti.
In questa prospettiva appare ancora straordinariamente attuale l'insegnamento di Don Lorenzo
Milani e della scuola di Barbiana. Nella Lettera a una professoressa gli autori denunciavano una
scuola che selezionava invece di emancipare, che premiava chi possedeva già gli strumenti culturali
e abbandonava gli ultimi.
La celebre affermazione «sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia» esprime una
concezione della scuola come comunità inclusiva. Se oggi tra gli "ultimi" vi sono anche molti figli
dell'immigrazione, il compito della scuola rimane lo stesso: offrire a ciascuno gli strumenti linguistici,
culturali e civili per diventare cittadino. L'inclusione non è un favore concesso alle minoranze; è la
condizione stessa della democrazia.
Una prospettiva analoga emerge nell'opera del pedagogista brasiliano Paulo Freire, per il quale
l'educazione è sempre pratica della libertà. Freire criticava la "pedagogia bancaria", nella quale
l'insegnante deposita conoscenze in studenti passivi, proponendo invece un'educazione fondata sul
dialogo, sull'ascolto e sulla partecipazione. L'intercultura rappresenta precisamente questo: non una
semplice trasmissione unidirezionale della cultura dominante, ma la costruzione condivisa di
significati attraverso il confronto tra esperienze differenti. Il dialogo interculturale non indebolisce
l'identità; la rende più consapevole.
La risposta di Vanessa Roghi richiama opportunamente questa dimensione storica e pedagogica. La
scuola italiana è sempre stata il luogo nel quale si sono affrontate le grandi trasformazioni della
società, costruendo inclusione attraverso il sapere. Alimentare paure identitarie significa
dimenticare che l'identità italiana è essa stessa il risultato di continue contaminazioni storiche,
linguistiche e culturali.
Naturalmente l'intercultura non può essere ridotta a uno slogan. Essa richiede investimenti nella
formazione degli insegnanti, nell'apprendimento della lingua italiana, nella mediazione culturale,
nella collaborazione con le famiglie e nella prevenzione delle concentrazioni scolastiche che possono
produrre segregazione. Le criticità esistono e non devono essere negate, ma affrontate con
strumenti educativi e non con narrazioni allarmistiche.
La scuola italiana rimane fondata sulla Costituzione repubblicana, sulla lingua italiana, sulla storia
nazionale e sui valori democratici. Nessuno di questi elementi viene messo in discussione dalla
presenza di studenti provenienti da altri Paesi. Al contrario, proprio l'incontro con la diversità rende
più evidente il valore universale dei principi costituzionali di uguaglianza, libertà e solidarietà.
L'intercultura, dunque, non è il problema della scuola contemporanea; è una delle risposte più
efficaci alle sfide della società globale. Don Milani ci ricorda che la scuola deve includere gli ultimi;
Freire che l'educazione nasce dal dialogo; che la cultura si costruisce attraverso la narrazione
condivisa; che la democrazia vive grazie alla capacità di comprendere l'altro. Insieme, questi autori
delineano un modello di scuola capace di coniugare identità e apertura, memoria e innovazione,
appartenenza e pluralismo.
La vera sfida non consiste nel difendere la scuola dalla diversità, ma nel renderla sempre più capace
di trasformare la diversità in conoscenza, cittadinanza e coesione sociale. È questa la missione che
la pedagogia interculturale assegna alla scuola del XXI secolo.