27/09/2026
Anch’io, come te, cerco verità negli sguardi delle persone che camminano accanto a me. Cerco qualcuno davanti al quale poter posare la mia stanchezza, senza doverla spiegare. Parole sincere, gesti semplici, una presenza che sappia restare anche quando non ho più niente da raccontare.
Come te, mi aspetto tanto da questa vita. Forse è per questo che certe delusioni fanno così male: perché arrivano proprio dove avevo lasciato spazio alla fiducia. Ci sono giorni in cui vorrei restare lontano da quel palcoscenico, lasciare la valigia chiusa e concedermi il diritto di essere fragile. Aspettare che qualcuno si accorga di me e mi chieda, con il tempo di ascoltare la risposta: «Come stai, davvero?».
Poi torno. Appoggio il mio bagaglio, lo apro e tiro fuori quello che ho: i sogni ancora vivi, le ferite che mi hanno insegnato la delicatezza, la forza che qualche volta trovo soltanto quando qualcuno ha bisogno di me.
E mi metto in gioco. Per far sorridere chi mi è vicino, per raggiungere chi è lontano, per trovare una parola che non lasci solo chi soffre. Anche quando quella parola servirebbe a me.
Penso ai bambini che la guerra costringe a conoscere troppo presto la paura. A quelli che cercano sul volto degli adulti una risposta che nessuno sa dare. A una piccola mano che stringe la propria valigia, senza sapere quando potrà riportarla a casa.
Davanti a quella mano, sento quanto poco possano fare certe parole. Vorrei poter promettere che tutto finirà, che nessuno si farà più male, che ogni persona amata tornerà ad aprire la porta. Ma ci sono promesse che non posso fare. Posso esserci. Abbassarmi alla loro altezza, ascoltare, aspettare che si fidino. Fare posto a tavola e nella mia vita. Lasciare che tornino a essere bambini, senza chiedere loro di raccontare ciò che ancora non riescono a dire.
Poi arriva la sera. Chiudo la valigia, scendo dal palco e il silenzio mi raggiunge. Sento tutta la stanchezza che durante il giorno ho tenuto da parte. Ripenso a ciò che sono riuscito a fare e a tutto quello che resta fuori dalla portata delle mie mani.
È allora che mi dico: «Non mi aspetto più niente».
Ma se ascolto fino in fondo il mio cuore, so che non è del tutto vero. Aspetto ancora una carezza inattesa, una voce che mi cerchi senza avere bisogno di nulla. Aspetto qualcuno con cui poter essere semplicemente me stesso, anche stanco, anche in silenzio.
Intanto continuo a donare e a donarmi. A volte con gioia, altre volte con gli occhi pieni e il cuore affaticato. Perché conosco il dolore di sentirsi soli e, quando posso, vorrei risparmiarlo a qualcuno.
Il tempo mi scivola tra le dita. Cerco di raccoglierlo, granello dopo granello, e mi accorgo che una parte è già lontana: nelle persone incontrate, nei saluti, nelle braccia che ho stretto troppo poco, nelle occasioni in cui avrei voluto dire «ti voglio bene» e ho creduto di avere ancora tempo.
Per quello che mi resta, vorrei imparare a non rimandare l’amore.
Vorrei che un giorno uno di quei bambini, ormai grande, ricordasse un particolare piccolo: il suo posto apparecchiato, qualcuno che gli rimboccava le coperte, una luce lasciata accesa perché il buio faceva paura. E che, ripensandoci, sentisse ancora un po’ di quel calore.
Forse non ricorderà il mio nome. Ma se la vita lo metterà davanti alla paura di un altro, spero che saprà avvicinarsi. Che troverà dentro di sé un gesto ricevuto tanti anni prima e lo farà vivere ancora.
Ecco cosa vorrei lasciare, mentre la sabbia continua a scorrere.
E se mi chiedessero quando ho sentito davvero il senso di tutto questo, penserei a un bambino che, dopo avermi stretto a lungo la mano, finalmente la lascia e corre a giocare.
Lo guarderei allontanarsi, restando lì ancora un momento, con le dita aperte.
Perché lui, finalmente, non avrebbe più bisogno di aggrapparsi a me.
E io avrei bisogno di quel momento per tutta la vita.
di Sergio De Cicco