20/03/2026
Il congedo parentale in Italia è fermo al XX secolo?
La decisione del governo italiano di bocciare il congedo parentale paritario obbligatorio parla di quanto il nostro Paese rimanga indietro nelle politiche familiari, nonostante la retorica sulla denatalità. La proposta, avanzata dalle opposizioni in Parlamento, avrebbe rappresentato un passo avanti storico per le famiglie italiane, in particolare per le coppie che faticano a conciliare lavoro e vita privata e per quelle che vedono il diritto alla genitorialità ostacolato dalle disuguaglianze di genere.
Non si tratta però semplicemente di una disparità pratica, ma anche simbolica: le donne sono ancora viste come le principali responsabili delle cure familiari, una visione che mina le loro possibilità di carriera e alimenta la discriminazione nel mercato del lavoro. Le lavoratrici sono infatti spesso considerate un rischio dai datori di lavoro, proprio per il congedo obbligatorio che hanno diritto di prendere.
Intanto, mentre in Italia il congedo parentale paritario resta un sogno irraggiungibile, altri Paesi europei sono riusciti ad attuare politiche di parità di genere più avanzate.
La Spagna, a partire dal gennaio 2021, ha introdotto un congedo di 16 settimane non trasferibili per ciascun genitore. In Portogallo, i genitori possono scegliere se restare a casa per 120 giorni con retribuzione al 100%, o 150 giorni all'80%. Questi esempi dimostrano che la parità nella cura dei figli è una priorità politica, non un lusso che solo i Paesi nordici possono permettersi.
Il rifiuto del governo di accogliere la proposta di congedo parentale paritario non è solo una delusione per le famiglie italiane, ma anche un chiaro segnale della necessità di un cambiamento radicale nelle politiche familiari e sociali. In questo contesto, Semia continua a impegnarsi per l'uguaglianza di genere, per la parità di opportunità e per il riconoscimento dei diritti delle donne in tutti gli ambiti della vita sociale e lavorativa.
Non è solo una questione di equità, ma di giustizia sociale.
Photo credits Boston Public Library