01/05/2026
Il 1° Maggio 2026 non può essere ridotto a passerella istituzionale.
Non basta chiamarla festa del lavoro mentre in Italia si continua a morire nei cantieri, nelle fabbriche, nei campi, sui binari, nei magazzini e nei servizi.
Si lavora con contratti brevi, salari bassi, turni pesanti e precarietà permanente. Nei trasporti, nella sanità, nei servizi pubblici e nei luoghi di cura aumentano aggressioni, carichi insostenibili e condizioni sempre più degradate.
I dati raccontano una realtà che nessuna retorica può coprire:
➡ nel 2025 sono state presentate 597.710 denunce di infortunio sul lavoro
➡ i casi mortali denunciati nel 2025 sono stati 1.093
➡ nei primi due mesi del 2026 risultano già 102 denunce di infortunio mortale secondo elaborazioni su dati INAIL; al netto degli studenti, le denunce mortali sono 99
➡ nello stesso periodo del 2026 le malattie professionali denunciate sono già 17.036, in aumento del 14,2%
Il 28 aprile 2026, proprio nella Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, la Campania ha registrato l’ennesima morte sul lavoro.
Pasquale Perna, 37 anni, è morto ad Acerra, in provincia di Napoli, mentre lavorava in un impianto di trattamento dei rifiuti.
Non è una fatalità. È il risultato di un modello produttivo che continua a considerare la sicurezza un costo, il personale una variabile da comprimere e il rischio una conseguenza da scaricare su chi lavora.
A questo si aggiunge la repressione contro chi denuncia. Lavoratrici, lavoratori, RLS, RSA e delegati sindacali che segnalano condizioni insicure, violazioni contrattuali o responsabilità aziendali vengono troppo spesso isolati, colpiti disciplinarmente, pedinati, demansionati o licenziati.
Il caso dei delegati FLAICA CUB alla Sangalli di Monza è emblematico: Lorenzo, responsabile della sicurezza e delegato sindacale CUB, aveva segnalato criticità sul Documento di Valutazione dei Rischi; Irana, da oltre trent’anni dipendente dell’azienda, aveva denunciato problemi concreti sulle condizioni igieniche e organizzative del lavoro.
Invece di intervenire sulle criticità segnalate, l’azienda ha scelto controllo, pedinamenti tramite detective privati, fotografie, accuse disciplinari e licenziamenti.
Cosa festeggiamo?
Senza libertà sindacale, senza tutela reale di chi denuncia e senza potere effettivo di intervento per le rappresentanze dei lavoratori, la sicurezza resta una parola vuota.
Il lavoro povero, la precarietà, gli appalti nella filiera agroalimentare, la crisi del pubblico impiego, la militarizzazione della scuola, le aggressioni nei trasporti e nella sanità e la compressione del diritto di sciopero appartengono alla stessa realtà.
Per questo lo sciopero generale del 29 maggio, proclamato dalla CUB e da altri sindacati di base, è una risposta necessaria contro precarietà, salari poveri, sicurezza negata, repressione sindacale, riarmo e tagli a sanità, scuola e servizi pubblici.
Non c’è nulla da festeggiare se lavorare significa rischiare la vita.
Non c’è nulla da festeggiare se milioni di persone lavorano e restano povere.
Per la CUB il lavoro non è una festa quando diventa ricatto: è terreno di conflitto, lotta per salario, sicurezza, dignità e diritti.
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