Paolo Maddalena

Paolo Maddalena Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell'Associazione Attuare la Costituzione

Il Fatto Quotidiano Gli italiani hanno detto No ad un regime autocratico. Ora la politica si rimetta sui binari giusti  ...
27/03/2026

Il Fatto Quotidiano Gli italiani hanno detto No ad un regime autocratico. Ora la politica si rimetta sui binari giusti

Non solo la separazione delle carriere, ma un più ampio disegno di modifica della Costituzione. Gli italiani hanno capito e si sono precipitati in massa alle urne

Certamente la netta vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è da ascrivere allo straordinario impegno che magistrati (soprattutto Gratteri), giornalisti, intellettuali e politici della vecchia guardia, hanno posto nello spiegare la reale portata del quesito referendario: e cioè il doppio significato che questo quesito recava in sé: non solo la “separazione delle carriere”, ma anche e soprattutto il ridimensionamento del potere giudiziario e la subordinazione dei pubblici ministeri al potere esecutivo, con conseguente, gravissima distruzione dell’equilibrio dei poteri. Un equilibrio già fortemente alterato con la incorporazione nell’Esecutivo del potere legislativo del Parlamento, attraverso la pratica della sostituzione delle leggi di iniziativa parlamentare con il sistema dei decreti legge sottoposti all’approvazione delle Camere.

E tutto questo nella visuale di un più ampio disegno di modifica della Costituzione, da realizzare con le “autonomie differenziate”, la “separazione delle carriere” dei magistrati, e, infine, con l’attuazione del disegno di legge costituzionale sul “premierato”. Né si dimentichi l’affermazione del ministro Tajani, secondo il quale, dopo l’approvazione del “premierato”, si sarebbe provveduto a eliminare l’articolo 109 della Costituzione, secondo il quale “L’Autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”.

Il tutto, peraltro in un quadro politico che già aveva visto la abrogazione del reato di abuso di ufficio, per salvare i cosiddetti “colletti bianchi”, il forte ridimensionamento della giurisdizione della Corte dei conti, le limitazioni al diritto di manifestazione del proprio pensiero, effettuato con i due decreti sicurezza, l’attuazione di una politica economica e fiscale che ha favorito le grandi evasioni, una tassazione iniqua (la flat tax), che fa pagare il grosso delle tasse ai lavoratori dipendenti, favorendo i ricchi, una forza lavoro frantumata in lavoro a termine, precario e flessibile, la mancanza di misure di sicurezza sul lavoro, una povertà assoluta di sei milioni di persone e una povertà relativa di oltre dieci milioni di persone, una sistematica distruzione dell’ambiente con enormi consumi di suolo, la distruzione della sanità e le gravissime difficoltà dell’istruzione, l’incremento abnorme di spese militari, con conseguente dipendenza dell’Italia dalla politica dissennata di Trump, e così via. Insomma, in un sola parola, la trasformazione della nostra “democrazia” in un “regime autocratico”.

E gli italiani hanno capito, e si sono precipitati in massa alle urne, con una partecipazione che ha sfiorato il 60 per cento degli aventi diritto al voto. Singolare è stato la risposta dei giovani, che, si sono immediatamente resi conto che qui, si trattava della limitazione delle libertà costituzionali, e, con il loro entusiasmo, hanno dato un apporto molto significativo alla vittoria del No.

Ora si tratta di rimettere sui binari giusti la politica del nostro Paese. Si spera nelle prossime elezioni e nella capacità dei partiti vincenti di rendersi conto che il disastro nel quale viviamo dipende da una politica economica sbagliata, seguita negli ultimi trenta anni, sia dai governi di destra, sia dai governi di sinistra. Si impone, in altri termini, un radicale cambiamento. Occorre restituire agli italiani le loro fonti di produzione di ricchezza, alienate con le micidiali “privatizzazioni” delle Aziende pubbliche, che avevano prodotto il “miracolo economico italiano degli anni sessanta”, garantendo “produttività e posti di lavoro”. Occorre sostituire il vigente sistema economico predatorio neoliberista, fondato sull’accentramento della ricchezza, la forte competitività e l’esclusione dello Stato dall’economia, con il sistema economico di stampo keynesiano, che vuole la distribuzione della ricchezza e l’intervento dello Stato nella economia. Lo impone l’articolo 43 della vigente Costituzione della Repubblica italiana.

La vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati contro il più ampio disegno di riforma costituzionale in atto

Il Fatto Quotidiano - La posta in gioco è molto più alta della disciplina delle carriere: il governo vuole dominare la g...
17/03/2026

Il Fatto Quotidiano - La posta in gioco è molto più alta della disciplina delle carriere: il governo vuole dominare la giustizia

Tra i vari argomenti del No al referendum c'è: bastava una legge ordinaria, hanno modificato sette articoli della Costituzione. Perché? La risposta è ovvia

Tra i vari argomenti per votare NO al referendum per la separazione delle carriere dei magistrati ce n’è uno molto semplice e convincente: c’è da chiedersi perché, essendo a tal fine sufficiente una legge ordinaria, si è provveduto a modificare sette articoli della Costituzione. La risposta è ovvia: qui non si vuole agire soltanto sul piano tecnico della disciplina delle carriere, ma si vuole molto di più. Si vuole limitare fortemente il potere giudiziario sottoponendolo al controllo del potere esecutivo. In sostanza, il governo, come ha affermato la capo di gabinetto del ministro della Giustizia, vuole liberarsi dei magistrati, considerati un ostacolo all’azione governativa. In sostanza, il governo non vuole che altri fermino la propria azione, anche se essa è in palese contrasto con la Costituzione e violi, di conseguenza, i diritti fondamentali dei cittadini.

E’ noto che per lo svolgimento della vita civile, come affermò il Montesquieu, è indispensabile che un potere arresti l’altro potere, è indispensabile cioè l’equilibrio dei poteri. L’attuale governo, invece, dopo aver letteralmente assorbito il potere legislativo del Parlamento (nel 2025, solo 64 leggi sono state di iniziativa parlamentare e tutte le altre 171 leggi sono state di iniziativa governativa, o di approvazione di decreti legge), ora vuole avere la sicurezza di dominare anche il potere giudiziario.

In questo quadro, la separazione delle carriere dei magistrati (di per sé molto discutibile, perché toglie ai pubblici ministeri la mentalità del giudice, in base alla quale essi possono chiedere la condanna o l’assoluzione, conferendo loro la mentalità dell’accusatore che vuole soltanto la condanna), diventa un pretesto per ottenere ben altro: l’indebolimento del potere giudiziario e, in particolare, la sottoposizione dei pubblici ministeri all’esecutivo.
E vediamo le norme. Il sistema costituzionale attuale prevede che l’attività giurisdizionale, giudicante e inquirente, abbia come fondamento la “coscienza” del magistrato (secondo Calamandrei, la forza del cittadino sta nel poter ricorrere in ultima analisi alla “coscienza del Giudice”), e, ben sapendo che i magistrati sono comunque degli uomini che possono fallire, prevede inoltre ben tre gradi di giudizio, ai fini di correggere eventuali errori. Insomma si tratta di un sistema che unisce l’etica al diritto e che, per raggiungere questo fine assicura al giudice e al pubblico ministero una “indipendenza di giudizio”, e cioè la certezza che il proprio giudizio, non si torcerà contro di lui e avrà comunque in ogni caso diritto di cittadinanza giuridica.

E’ per questo che la Costituzione sancisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104 Cost,), e che, di conseguenza, i magistrati sono governati da un unico “Consiglio Superiore della Magistratura”, formato per due terzi da giudici togati, eletti da tutti i magistrati, e per un terzo da nominati dal Parlamento in seduta comune.

Con la riforma questo baluardo di indipendenza è spazzato via. Vengono creati due CSM, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, oltre un’Alta Corte disciplinare. Questi organi sono formati in modo da accrescere l’influenza dei politici. Infatti i giudici e i pubblici ministeri vengono estratti a sorte (si tratta di circa 10.000 magistrati), escludendo ogni valutazione di merito, mentre i nominati dal Parlamento sono dapprima eletti in una lista e poi estratti a sorte da questa lista medesima, in modo che sia assicurata la loro dipendenza dal governo, mentre la delicatissima funzione disciplinare, che tanto incide sulla indipendenza del magistrato, è affidata all’Alta Corte, eletta con lo stesso sistema.

Insomma quella sicurezza nella “indipendenza di giudizio” è vulnerata. E chi ci rimette è il cittadino comune.

Bastava una legge ordinaria, hanno modificato sette articoli della Costituzione. Perché? La risposta è ovvia (di Paolo Maddalena)

La mia recende intervista sulle concessioni balneari     L'Eurispes.it
11/03/2026

La mia recende intervista sulle concessioni balneari
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Concessioni balneari Bolkestein e gare pubbliche. C’è un rischio privatizzazione. Intervista a Paolo Maddalena.

X edizione MasterPA a.a. 2024_2025 - La mia lectio magistralis "Il territorio bene comune degli italiani tra paesaggio, ...
16/02/2026

X edizione MasterPA a.a. 2024_2025 - La mia lectio magistralis "Il territorio bene comune degli italiani tra paesaggio, ambiente e finanza"

Giornata conclusiva della X edizione MasterPA a.a. 2024_2025 - Il territorio bene comune degli italiani tra paesaggio, ambiente e finanza. 5 deimcbre 2025

AMBIENTEDIRITTO - LA MODIFICA COSTITUZIONALE PER LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DEI MAGISTRATIPer dare un giudizio scevro...
28/01/2026

AMBIENTEDIRITTO - LA MODIFICA COSTITUZIONALE PER LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DEI MAGISTRATI

Per dare un giudizio scevro da preconcetti in ordine al problema della separazione delle carriere dei magistrati, è opportuno, Znnanzitutto, leggere almeno le principali disposizioni del relativo disegno di legge costituzionale, approvato dalle due Camere, valutandone il peso modificativo della attuale disciplina costituzionale.
Mi sembra opportuno cominciare dall’articolo 3 del ddl, che riscrive l’articolo 104 della Costituzione, il quale presenta, a mio avviso, una inequivocabile contraddizione. Infatti, mentre, al secondo comma, di detto articolo, si sancisce che “La magistratura costituisce un
ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (una autonomia e indipendenza che si radica nel potere di autogoverno del Consiglio superiore), al terzo comma, si afferma invece,
che esistono due Consigli superiori, con ciò praticamente scindendo quell’unico “ordine”, cioè quell’unico “potere”, in due distinti poteri. E allora diventa lecito ritenere che il fine che
si vuol raggiungere, non è la “riforma della giustizia”, ma la divisione in due dell’unico potere magistratuale. Insomma, appare chiaro che l’obiettivo è quello di indebolire il potere giudiziario, secondo l’antico adagio “divide et impera”.
Analoga contraddizione la si ritrova nel precedente articolo 2 del ddl, che modifica l’art. 102, primo comma della Costituzione con l’aggiunta “in fine”, delle seguenti parole “le quali disciplinano altresì le distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti”, sicché il dispositivo costituzionale diventa il seguente: “La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme dell’ordinamento giudiziario, le quali disciplinano altresì le distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti”.
Come agevolmente si nota, si parla prima dell’unica funzione giurisdizionale esercitata da magistrati ordinari, e poi si afferma che tale funzione è esercitata da magistrati diversi, i giudicanti e i requirenti, con ciò logicamente sancendo l’esiste nza, non di una funzione, ma di due funzioni, l’una giudicante e l’altra inquirente. Insomma, si tratta di modifiche che vogliono conciliare l’inconciliabile e già, solo per questo, da respingere.
Questa contraddizione, come la precedente, nasconde peraltro una finalità reale davvero molto dannosa e preoccupante. In effetti, la separazione delle carriere, che, come si è visto, produce la distinzione dell’unico potere giudiziario in due distinti poteri e trasforma l’unicità della funzione giudiziaria in due funzioni diverse, mira, a ben vedere, a creare, nei giudici, due “mentalità diverse”: quella dei giudicanti, che resta ancorata al perseguimento del
“diritto” e della “Giustizia” e quella degli inquirenti, che si concentra necessariamente sull’accusa e perde di vista il dato fondamentale secondo il quale, sia il giudice, sia il pubblico ministero devono entrambi perseguire l’attuazione del “diritto”, tanto è vero che oggi il pubblico ministero può chiedere al giudice, non solo la condanna dell’imputato, ma anche la sua assoluzione.
E’ una gravissima perdita dal punto di vista dell’interesse generale dei cittadini. I quali, se inquisiti dalla polizia, hanno oggi la certezza di trovarsi di fronte a un pubblico ministero, che, in base a una accurata istruttoria, può anche assolverli, domani invece si troveranno di fronte a un pubblico ministero che non ha altro fine se non quello di perseguire l’accusa e, quindi, la condanna dell’imputato.
E c’è dell’altro, poiché non sfugge che porre il pubblico ministero sullo stesso piano accusatorio della polizia spinge a ritenere che la sua funzione non debba più essere assolutamente “imparziale e indipendente”, divenendo sostanzialmente assimilabile alla
funzione amministrativa. Di qui l’idea, oramai non più impensabile, di sancire la dipendenza del pubblico ministero dall’Esecutivo e cioè dal Ministro della giustizia. E qui si potrebbe davvero ritenere svelato in modo chiaro il vero intento della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere: quello di assicurare le mani libere al potere esecutivo.
All’indebolimento del potere giudiziario, questa volta con una operazione dall’interno, provvede poi il quinto comma dell’articolo 3 del ddl, nel quale si sancisce la composizione dei due Consigli superiori, stabilendo, che oltre ai componenti di diritto, e cioè il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione, “gli altri componenti sono estratti a sorte, per un terzo, da un elenco di professori ordinari di università in materie
giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione, e, per due terzi, rispettivamente, tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge”.
Come si nota, i magistrati sono privati del “diritto di voto” e la designazione dei due terzi dei componenti dei due Consigli spettanti alla magistratura avviene “a sorte”. Per converso, la
designazione di un terzo dei componenti spettante al Parlamento avviene, sì “a sorte”, ma con estrazione da un elenco di professori universitari e avvocati “mediante elezione” dal Parlamento stesso, entro sei mesi dal proprio insediamento. Si tratta, in effetti, della
preventiva scelta di persone che sono in pratica designate dalla maggioranza parlamentare e quindi gradite all’Esecutivo.
Né si può fare a meno di osservare che rimettersi alla sorte per l’estrazione dei magistrati che devono far parte dei due Consigli, non giova affatto all’efficienza dei Consigli stessi, poiché la “sorte” va “a caso”, e non assicura certo la designazione dei più meritevoli.
Si dice che l’estrazione a sorte evita la formazione delle correnti, ma niente evita che, se di correnti si tratta, queste possano formarsi anche dopo la designazione a sorte dei componenti dei due Consigli.
Ad ogni modo il sospetto che si voglia in qualche modo rendere più pressante il peso dell’Esecutivo all’interno del potere giudiziario, è reso ancora più evidente dal fatto che il sesto comma dell’articolo 3 del ddl in esame sancisce che “ciascun Consiglio elegge il
proprio vicepresidente tra i componenti designati mediante sorteggio dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune”.
E’ ben noto che raramente il Consiglio è presieduto dal Presidente della Repubblica e che è il vicepresidente che ha le redini del Consiglio stesso. Vietare che detto vice presidente sia eletto fra tutti i componenti laici (e cioè compreso quelli nominati dal Presidente della Repubblica, come prevede la Costituzione), ed imporre che sia eletto solo tra i componenti laici eletti dal Parlamento, dimostra molto chiaramente che si vuole aumentare l’influenza del
potere politico all’interno del potere giudiziario.
Questa finalità appare del resto ancor più evidente nell’articolo 4 del ddl, che modifica l’articolo 105 della Costituzione. Al secondo comma di detto articolo 4, si legge che “spettano a ciascun Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati”, mentre al terzo comma, si legge che “la giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari, giudicanti e requirenti, è attribuita all’Alta Corte disciplinare”. Tutti sanno che il potere disciplinare è lo strumento più forte per tenere sotto controllo i dipendenti, ed è certamente un altro duro colpo all’indipendenza della magistratura sottrarre la
competenza in questa materia ai Consigli superiori (cioè agli organi di autogoverno) e affidarla a un altro organo, l’Alta Corte, alla quale si conferisce una natura giurisdizionale. E questo colpo risulta molto chiaro se si pensa che questo organo, benché abbia, come si
legge nel comma quarto dell’articolo in esame, una composizione del tutto simile a quella dei Consigli, elegge il suo presidente, escludendo del tutto i componenti magistrati, e effettuando
la propria scelta soltanto tra “i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune” (comma quinto, dell’articolo in esame).
Molto significativo è, in particolare, l’ottavo comma di questo articolo 4, secondo il quale: “contro le sentenze emesse dall’Alta Corte in prima istanza è ammessa impugnazione, anche
per motivi di merito, soltanto dinanzi alla stessa Corte, che giudica senza la partecipazione dei componenti che hanno concorso a pronunciare la decisione impugnata”.
Si tratta evidentemente di una disposizione assurda, che in sostanza viola il principio fondamentale dell’articolo 24 della Costituzione, secondo il quale “tutti possono agire in
giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”. Nel caso di specie, infatti, tale tutela è, per così dire “monca”, in quanto, a prescindere dal dubbio che l’Alta Corte disciplinare possa essere considerata effettivamente un organo giurisdizionale e non un
organo puramente amministrativo, si parla di un ricorso, non a un altro soggetto giurisdizionale, ma allo stesso organo che ha emesso la decisione di prima istanza, peraltro amputato dei soggetti che hanno emesso la decisione impugnata, negandosi così il secondo
grado di giudizio.
Il che è un fatto gravissimo. Si può dire che la disamina del ddl sulla separazione delle carriere può chiudersi qui, considerato che le altre disposizioni non siano molto significative ai nostri fini.
A conclusione di questo excursus sulle singole norme del ddl di modifica costituzionale per l’attuazione della separazione delle carriere, può dirsi che certamente si tratta di una disciplina
assai farraginosa e contraddittoria, e pertanto sostanzialmente priva di reale consistenza giuridica.
Appare peraltro evidente che essa si innesta in quell’orientamento legislativo che da tempo tenta di trasformare la nostra democrazia in un regime autocratico che protegge i ricchi e che danneggia i poveri.
Si pensi all’abolizione del reato di abuso di ufficio, che rappresenta una spia per individuare i delitti di corruzione, ricorrenti tra i cosiddetti colletti bianchi e i politici che di loro si servono, si pensi ai numerosi decreti legge e decreti legislativi che hanno limitato la
libera manifestazione del pensiero e il cosiddetto diritto di resistenza passiva, si pensi infine al progetto di legge costituzionale sul “premierato”, che dovrebbe essere approvato subito dopo
l’approvazione con referendum della legge costituzionale sulla separazione delle carriere. Una modifica costituzionale che darebbe il colpo finale al fondamentale principio dell’equilibrio dei poteri.
Nel merito, deve peraltro dirsi che in essa non c’è nulla che, in qualche maniera, giovi al funzionamento della Giustizia. Può anzi affermarsi che si creano inutilmente una Alta Corte disciplinare e due Consigli superiori al posto di uno, con una spesa di circa 100 milioni in più, che molto opportunamente si sarebbero potuti impiegare per coprire i ruoli vuoti della magistratura, per aumentare il numero del personale ausiliario, per dotare i Tribunali del macchinario mancante e così via dicendo. Né la riforma in questione può servire a evitare gli errori dei giudici, come affermato dal Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni a proposito del delitto di Garlasco e della famiglia nel bosco. Quello che soprattutto manca è la preoccupazione di coltivare la
formazione professionale e culturale dei giudici e del pubblici ministeri, tenendo presente che, come diceva Calamandrei, quello che conta per i cittadini è di poter ricorrere alla “coscienza del giudice”.

LA MODIFICA COSTITUZIONALE PER LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DEI MAGISTRATI.     ______________ AMBIENTEDIRITTO ______________ – Anno XXVI – Fascicolo n. 1/2026 –   EDITORIALE LA MODIFICA COSTITUZIONALE PER LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DEI MAGISTRATI. PAOLO MADDALENA Vice Presidente Emerit...

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06/11/2025

Radio Radicale - Presentazione della nuova edizione del mio libro "Il territorio bene comune degli italiani. Proprietà collettiva, proprietà privata e interesse pubblico" (Donzelli editore)
Ecco il video del mio intervento

Un libro che già undici anni fa aveva individuato nell'accentramento della ricchezza, nelle privatizzazioni e nella esclusione dello Stato dall'economia, la causa della odierna disgregazione economica dell'Occidente

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09/10/2025

I blog del Fatto Quotidiano - La Flotilla ha compiuto una missione di grande valore etico: spero che la coscienza morale si risvegli per tutti

L'azione della Global Sumud Flotilla per rompere il blocco di Gaza e la reazione delle autorità israeliane che hanno arrestato gli attivisti

Come è noto, tutti gli attivisti della Global Sumud Flotilla sono stati arrestati e sono in attesa dell’espulsione. Di questi, quattro parlamentari sono stati rilasciati e sono già in Italia. Gli altri subiranno un processo ai fini dell’espulsione. Al riguardo il Ministro degli esteri israeliano ha affermato: “la provocazione di Hamas/Flotilla Sumud è finita. Tutte le navi sono state fermate ed una soltanto è rimasta a distanza e, se si avvicinasse, anche il suo tentativo di entrare in una zona di combattimento e violare il blocco navale verrebbe impedito. Tutti i passeggeri, sani e salvi, stanno viaggiando verso Israele, da dove saranno espulsi in Europa”. Una dichiarazione spavalda che elogia la prepotenza e, illogicamente, pone sullo stesso piano Hamas e la Flottiglia. In sostanza una chiara volontà di perseverare nell’uso della forza.

In realtà non è possibile negare che la Global Sumud Flotilla ha portato positivamente a termine, con enormi rischi personali, una azione di grande valore etico, dimostrando che nell’uomo, come diceva Kant, è insopprimibile la “coscienza morale” , la quale, in certe circostanze, come quella del genocidio del Popolo Palestinese, impone come “imperativo categorico” di agire necessariamente a tutela del bene dell’intera “umanità” di cui ogni uomo è parte.

In concreto si è trattato di portare avanti il tentativo di aprire un corridoio umanitario che attraversi il blocco navale posto da Netanyahu. Un blocco del tutto illegittimo, sia perché si estende per 150 miglia dalla costa, invadendo le acque internazionali, sia perché la costa, la Striscia di Gaza, non è israeliana, ma palestinese, sia perché esso vìola le precise disposizioni di cui all’art. 42 dello Statuto delle Nazioni Unite. Si comprende dunque perchè gli attivisti della Flottiglia non hanno ascoltato gli autorevoli consigli di tornare indietro, ed hanno messo da parte le loro “utilità personali”, comportandosi da veri “eroi”, ai quali va tributato onore e sincera gratitudine.

Ed è importante sottolineare che l’effetto della loro azione si è concretata nel risveglio della “coscienza morale” di gran parte dei cittadini, soprattutto giovani studenti, che hanno organizzato grandi manifestazioni pacifiche in tutta Europa, e soprattutto in Italia. Nel frattempo la Presidente del Consiglio dei ministri ha dichiarato che gli attivisti della Flottiglia sono degli “irresponsabili”, e pongono in crisi l’attuazione del piano di pace di Donad Trump.

La verità è che i governi italiani che si sono succeduti dal 1990 in poi hanno svolto una politica economica a tutto favore dei potentati economici (ai quali Israele è fortemente legata), ponendo come fine “l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi”, come metodo “la forte competitività” e come risultato “l’esclusione dello Stato (e cioè di tutto il Popolo) dall’economia”, nonché l’avvento dei regimi oligarchici. Fatto gravissimo, che ha ristretto l’economia “pubblica e privata” in una economia soltanto “privata”, provocando, la “dissoluzione del diritto”, come aveva da tempo previsto il grande civilista Salvatore Pugliatti.

E’ tuttavia lecito ritenere che la accennata riemersione della “coscienza morale” possa estendersi anche agli altri Italiani, inducendoli a chiedere, non solo all’attuale governo, il proseguimento nell’immediato degli sforzi necessari per realizzare un corridoio umanitario per Gaza, ma anche ad adoperarsi, in prospettiva, per un radicale mutamento dei rapporti fra gli Stati, in modo da ottenere il rifiuto della forza bruta e il ristabilimento della efficacia del “diritto internazionale”. In pratica, il ritorno a un sistema economico che garantisca l’eguaglianza economica e sociale e il pieno sviluppo della persona umana, un obiettivo che può raggiungersi attraverso la “redistribuzione” della ricchezza e “l’intervento” dello Stato (e cioè del Popolo) nell’economia, come sancito dagli articoli 2, 3, comma 2, 41, 42 e 43 della nostra Costituzione democratica e repubblicana. E’ la “coscienza morale” che è in ciascuno di noi che richiede questo inderogabile passo di civiltà

L'azione della Global Sumud Flotilla per rompere il blocco di Gaza e la reazione delle autorità israeliane che hanno arrestato gli attivisti

19/09/2025

Ultima generazione - una giornata cruciale si salpa per unire le flotte verso Gaza

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10/09/2025

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In trent’anni, l’Italia ha smantellato il proprio Stato pezzo dopo pezzo: industrie strategiche, beni pubblici, servizi essenziali sono stati ceduti al mercato, privatizzati sotto il pretesto dell’efficienza. Lo Stato liquido ricostruisce con precisione questa deriva, dalla stagione delle priv...

I blog del Fatto Quotidiano Il progetto della Global Sumud Flotilla non può e non deve fallire: la posta in gioco è molt...
05/09/2025

I blog del Fatto Quotidiano Il progetto della Global Sumud Flotilla non può e non deve fallire: la posta in gioco è molto alta Global Sumud Flotilla

Un atto estremamente rischioso e coraggioso, contro il quale si è già levata la minaccia del governo israeliano di “trattare tutti come terroristi”

Di fronte all’efferata violenza del governo Netanyahu, che ha perseguito con una crudeltà senza limiti il genocidio del popolo palestinese, procedendo poi all’occupazione militare di Gaza, dopo aver vietato qualsiasi aiuto umanitario (l’esercito è arrivato addirittura a sparare su bambini in fila per avere un po’ d’acqua), hanno suscitato disappunto e preoccupazione per un verso l’atteggiamento di Trump, il quale, ispirandosi al criterio della forza e negando validità al diritto internazionale, si è dichiarato pienamente “complice” di Netanyahu, chiedendogli di “fare presto” e sostenendo la proposta, non smentita, di creare sulle rive di Gaza una “Trump Riviera”; per altro verso l’atteggiamento, sia dell’Europa che si è limitata a condanne formali, sia del governo Meloni il quale ha continuato a mantenere rapporti economici con Israele e ha votato contro la proposta della Commissione Europea di adottare sanzioni, le quali molto probabilmente avrebbero potuto fermare i crimini in atto, considerato che Israele dipende quasi interamente dall’estero per i suoi approvvigionamenti.
Tuttavia di fronte a tanta crudeltà, a tanta depravazione, a tanto cinismo e a tanta corruzione, una luce improvvisa è scaturita da centinaia e centinaia di persone che non sono state sorde alla voce della coscienza e hanno dimostrato la loro più intima ribellione a tanta disumana prepotenza, con una serie di manifestazioni: a Milano, chiedendo la fine dei legami politici ed economici con Israele, a Stoccolma, accusando Israele di “genocidio”, a Berlino, chiedendo la fine dell’esportazione di armi, a Londra, chiedendo la fine della guerra e giustizia per le vittime palestinesi, a Roma, a Piazza S. Giovanni, dove sono convenuti oltre 300mila persone, al Lido di Venezia, in occasione della Biennale del cinema, a Genova con una affollatissima e fortemente sentita fiaccolata, e, soprattutto, via mare, con la grandiosa iniziativa del Global Sumud Flotilla, cui stanno partecipando decine e decine di imbarcazioni, provenienti da 44 Paesi diversi e dirette a Gaza per portare viveri e medicinali.
Un atto, quest’ultimo, estremamente rischioso e coraggioso, contro il quale si è già levata la minaccia del governo israeliano di “trattare tutti come terroristi”. Una atroce minaccia alla quale ha risposto uno dei valorosi partecipanti all’iniziativa, Tony La Piccirella, dichiarando “noi non abbiamo paura”.
Questo atto eroico non può e non deve fallire. Esso deve estendersi al maggior numero possibile di persone e dimostrare che, contro l’atteggiamento cinico e corrotto dei governi europei, è insorta, coraggiosa e vincente, la coscienza morale dei popoli. Non si dimentichi che i governi europei, in primis il nostro, seguendo l’erroneo pensiero “neoliberista” hanno agito proprio contro i popoli (e quindi contro gli Stati), realizzando, con leggi incostituzionali, l’accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, attraverso il metodo della forte competitività tanto caro a Mario Draghi, e l’esclusione dell’intervento dello Stato (e cioè dei popoli) dall’economia. Obiettivo, quest’ultimo, pienamente attuato, con le micidiali privatizzazioni. Una operazione che ha avuto come conseguenza necessaria la fine di democrazie efficienti e l’avvento di regimi “oligarchici”, come quello di Trump.
Come si nota, la posta in gioco è molto alta. E moralmente grave appare l’atteggiamento di chi non sostiene le descritte manifestazioni e, in particolare, l’iniziativa del Global Sumul Flotilla. Se ne dovrebbe dedurre che costoro hanno perso la propria coscienza morale, e sono divenuti sordi e indifferenti di fronte alle ingiuste sciagure di un popolo inerme.

Un atto estremamente rischioso e coraggioso, contro il quale si è già levata la minaccia del governo israeliano di “trattare tutti come terroristi”

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