Paolo Maddalena

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Paolo Maddalena Vice Presidente emerito della Corte Costituzionale e Presidente dell'Associazione Attuare la Costituzione

Il Fatto Quotidiano - La nuova legge sulla caccia è in palese contrasto con la Costituzione    Il ddl approvato in Senat...
23/07/2026

Il Fatto Quotidiano - La nuova legge sulla caccia è in palese contrasto con la Costituzione

Il ddl approvato in Senato amplia le aree e le specie cacciabili, allunga il calendario venatorio e toglie i limiti all'orrido uso dei richiami vivi. Provvedimenti che violano più articoli della Carta

Il testo del disegno di legge n. 1552, approvato dal Senato il 23 giugno 2026, recante modifiche alla vigente legge sulla caccia (la n. 157 del 1992), e ancora in corso di esame dal Parlamento, si caratterizza per aver ampliato gli ambiti dell’attività venatoria di carattere ricreativo, e per aver dimostrato una totale insensibilità per le sofferenze inflitte alla fauna selvatica e in particolare all’avifauna. E ciò non ostante la legge costituzionale n. 1 del 2022 avesse introdotto nell’art. 9 Cost., come principio fondamentale, la “tutela degli animali”.
L’ampliamento degli ambiti dell’attività venatoria a fini ricreativi è perseguita, innanzitutto, con l’apertura alla caccia delle “aree e dei territori del demanio forestale dello Stato, delle regioni e degli enti pubblici in genere”. Si tratta di un complesso forestale di 110 Km quadrati, costituenti il 33,8% dell’intero patrimonio forestale, cioè di un enorme territorio nel quale l’attività venatoria è vietata dalla legge attualmente in vigore, e che il disegno di legge mette a disposizione dei cacciatori. La finalità di ampliare gli ambiti territoriali di caccia è poi perseguita con altre numerose modifiche della legge vigente, come quella che “abroga” il “divieto dell’attività venatoria nelle zone non vincolate per l’opposizione manifestata dai proprietari o conduttori di fondi, o come quella che consente di cacciare “su terreni coperti in tutto o nella maggior parte di neve”.

Peraltro, oltre all’ampliamento degli ambiti territoriali di caccia, la finalità di consentire ai cacciatori di catturare un maggior numero di esemplari è perseguita dal disegno di legge in vari altri modi. Si pensi, solo per fare qualche esempio, alla riduzione delle specie protette (diventa cacciabile il lupo), all’allungamento dei termini del calendario dell’attività venatoria, alla previsione di una caccia senza limiti per gli uccelli di allevamento, alla eliminazione del divieto dei “fini di lucro” per le aziende faunistico venatorie, e soprattutto all’aggravamento dell’orrida pratica dei “richiami vivi”. Si consideri in proposito che si tratta di uccelli catturati o allevati, “confinati in luride gabbie piccolissime. Sbattuti, feriti, stressati, e usati come esca mortale. Tenuti per mesi al buio, vedono la luce solo quando devono attirare con il loro canto i loro simili” (così secure.avaaz.org).
In riferimento a questi poveri uccelli, la legge vigente limita l’utilizzo a fini di richiamo a poche specie di avifauna, tassativamente enumerate; il disegno di legge, invece, non richiama più detto elenco, estendendo questa abominevole pratica a tutti gli uccelli cacciabili o provenienti da allevamenti, precisando inoltre che “non sono posti limiti numerici all’utilizzo di richiami nati e allevati in cattività”.
Non è dubbio, tuttavia, che questo complesso di modifiche sia da ritenere in palese contrasto con i “principi fondamentali” della Costituzione. Innanzitutto, viene violato il citato l’art. 9 Cost., che tutela, non solo il paesaggio, il patrimonio storico e artistico della Nazione, l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi”, ma anche gli “animali”, la cui conservazione e il cui benessere sono fortemente peggiorati dal disegno di legge. Viene violato, inoltre, l’articolo 42 Cost., poiché la fauna selvatica è “patrimonio indisponibile dello Stato”, cioè è “proprietà pubblica” dell’intera collettività, e l’aumento degli esemplari che possono essere abbattuti costituisce certamente una perdita per tutti. Infine, per quanto riguarda le disposizioni sui “richiami vivi”, risulta violato l’art. 3 Cost., poiché è contro la dignità dell’uomo maltrattare gli animali.
Che il Parlamento voglia tener conto di queste osservazioni, e voglia riformulare questo disegno di legge alla luce dei citati principi fondamentali della Costituzione.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/23/ddl-caccia-incostituzionale-richiami-vivi-notizie/8456592/

Fauna a rischio e richiami vivi senza limiti. Paolo Maddalena spiega perché la riforma della caccia viola la Carta

Il TAR per l'Abruzzo ha bloccato l'abbattimento dei pini di Villetta Barrea su iniziativa della nostra associazione Attu...
09/07/2026

Il TAR per l'Abruzzo ha bloccato l'abbattimento dei pini di Villetta Barrea su iniziativa della nostra associazione Attuare la Costituzione - Associazione di promozione sociale

Attuare la Costituzione ritiene doveroso comunicare che il ricorso dalla stessa promosso, insieme con un cittadino, presso il T.A.R. dell’Aquila, brillantemente difeso dallo studio legale di Roma dell'Avvocato Paolo Pittori, per salvare dall’abbattimento 3410 Pini Neri (lascito dell’ultima glaciazione) della Pineta di Villetta Barrea , si è concluso favorevolmente con un sentenza di annullamento dell’autorizzazione paesaggistica rilasciata dal Comune di Villetta Barrea, il quale è stato condannato alle spese insieme con il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Questa volta ha vinto la tutela della Natura e del Paesaggio.

La Stampa - La mia intervista sulla riforma della Corte dei Conti   -E' dal controllo della Corte dei Conti che provengo...
12/06/2026

La Stampa - La mia intervista sulla riforma della Corte dei Conti -E' dal controllo della Corte dei Conti che provengono le notizie sulle malefatte degli amministratori pubblici

I blog del Fatto Quotidiano Perché la nuova legge delega sul nucleare contrasta coi referendum passati: cos’ha detto la ...
11/06/2026

I blog del Fatto Quotidiano Perché la nuova legge delega sul nucleare contrasta coi referendum passati: cos’ha detto la Consulta

L'accennata proposta legislativa contrasta palesemente con la deliberazione popolare contraria al nucleare, espressa con i due referendum del 1987 e del 2011

La Camera dei Deputati, in data 4 giugno 2026, ha approvato la proposta di legge delega n. 2669, che dispone in materia di energia nucleare, invero con indubbia ampiezza di vedute, ma senza escludere, e quindi ammettendo, la reintroduzione in Italia anche del nucleare ottenuto con il metodo, rischioso e dannoso, della “fissione”. Si tratta in effetti di una ammissione che non può assolutamente essere condivisa per motivi logici e giuridici.

Dal punto di vista logico, appare evidente che detta reintroduzione non è realizzabile per varie ragioni. Innanzitutto si tratterebbe di una operazione che diverrebbe effettiva e funzionante non prima del 2035 e, considerata la grave crisi economica attuale, non si capisce come possa ritenersi conveniente impiegare le ingenti somme richieste per una finalità che sarebbe attuata non prima di una decina di anni.

In secondo luogo c’è l’insolubile problema delle scorie, i cui effetti inquinanti durano per millenni e millenni, e che, con l’andare del tempo, non si saprebbe più dove e come isolare. Infine c’è il gravissimo problema del rischio che questo tipo di nucleare comporta. E’ ben noto, infatti, anche per le esperienze vissute (si pensi a Chernobyl e a Fukushima), che le centrali nucleari a fissione implicano un rischio di danni gravissimi all’uomo e all’ambiente, producendo, per un tempo indefinibile, un inquinamento irreversibile del suolo, dell’acqua, dell’aria, delle risorse naturali. Peraltro non è da dimenticare che, quando si parla di rischio, per la legge statistica dei grandi numeri, prima o poi l’incidente si verifica.
Inoltre, sul piano strettamente giuridico, è da sottolineare che l’accennata proposta legislativa contrasta palesemente con la deliberazione popolare contraria al nucleare, espressa con i due referendum del 1987 e del 2011, i quali, per costante giurisprudenza costituzionale, non possono essere contraddetti dal Legislatore. La Corte costituzionale, infatti, dopo aver affermato che “la natura del referendum è quella di un atto-fonte dell’ordinamento” (sentenza n. 468 del 1990), ha ripetutamente sancito che resta fermo l’obbligo del legislatore “in ordine all’osservanza dei limiti relativi al divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare” (sentenza n. 9 del 1997; vedi anche sentenza n. 33 del 1993 e sentenza n. 32 del 1993).

Al riguardo, l’accennata giurisprudenza costituzionale si è espressa anche sul significato preciso da dare alla frase “ripristino della normativa abrogata”. Molto chiarificatrice in proposito è stata infatti la sentenza n. 199 del 2012, la quale ha precisato che il “porre nel nulla l’esito della consultazione popolare” è impossibile senza che si sia verificato “alcun mutamento del quadro politico, né delle circostanze di fatto, (che possano giustificare, nda) un simile effetto”.

Non essendovi stato un mutamento del quadro politico, la proposta di legge si è riferita, in più di una occasione, a un mutamento delle circostanze di fatto, facendo riferimento a nuove “tecnologie nucleari”, che avrebbero reso le nuove centrali più sicure e comunque “piccole e nuove”. In realtà, non si può parlare di “piccole centrali”, considerato che esse produrrebbero fino a 300 MW di potenza. Né si può parlare di “nuove centrali”, perché, come si è visto, il nucleare in questione sarebbe sempre ottenuto con il metodo altamente nocivo e rischioso della fissione.

Insomma, non può assolutamente parlarsi di un “mutamento delle situazioni di fatto” e la proposta di legge delega in questione, limitatamente ai casi di “fissione nucleare”, è in pieno contrasto con il divieto giurisprudenziale di ripristino della legge abrogata per volontà popolare, e quindi assolutamente da respingere.

La proposta di legge sul nucleare approvata alla Camera contrasta con i referendum del 1987 e 2011. Ecco perché

Ha osato dire le cose come stavano, e ora l’amministrazione Trump punisce con sanzioni   , Relatrice Speciale delle Nazi...
08/06/2026

Ha osato dire le cose come stavano, e ora l’amministrazione Trump punisce con sanzioni , Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per la Cisgiordania e Gaza. Firmiamo numerosi la sua candidatura a Premio Nobel per la pace

Unisciti all'appello più grande del mondo e dimostriamo a Trump chi merita davvero il premio Nobel per la Pace!

Il Fatto Quotidiano Gli italiani hanno detto No ad un regime autocratico. Ora la politica si rimetta sui binari giusti  ...
27/03/2026

Il Fatto Quotidiano Gli italiani hanno detto No ad un regime autocratico. Ora la politica si rimetta sui binari giusti

Non solo la separazione delle carriere, ma un più ampio disegno di modifica della Costituzione. Gli italiani hanno capito e si sono precipitati in massa alle urne

Certamente la netta vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è da ascrivere allo straordinario impegno che magistrati (soprattutto Gratteri), giornalisti, intellettuali e politici della vecchia guardia, hanno posto nello spiegare la reale portata del quesito referendario: e cioè il doppio significato che questo quesito recava in sé: non solo la “separazione delle carriere”, ma anche e soprattutto il ridimensionamento del potere giudiziario e la subordinazione dei pubblici ministeri al potere esecutivo, con conseguente, gravissima distruzione dell’equilibrio dei poteri. Un equilibrio già fortemente alterato con la incorporazione nell’Esecutivo del potere legislativo del Parlamento, attraverso la pratica della sostituzione delle leggi di iniziativa parlamentare con il sistema dei decreti legge sottoposti all’approvazione delle Camere.

E tutto questo nella visuale di un più ampio disegno di modifica della Costituzione, da realizzare con le “autonomie differenziate”, la “separazione delle carriere” dei magistrati, e, infine, con l’attuazione del disegno di legge costituzionale sul “premierato”. Né si dimentichi l’affermazione del ministro Tajani, secondo il quale, dopo l’approvazione del “premierato”, si sarebbe provveduto a eliminare l’articolo 109 della Costituzione, secondo il quale “L’Autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”.

Il tutto, peraltro in un quadro politico che già aveva visto la abrogazione del reato di abuso di ufficio, per salvare i cosiddetti “colletti bianchi”, il forte ridimensionamento della giurisdizione della Corte dei conti, le limitazioni al diritto di manifestazione del proprio pensiero, effettuato con i due decreti sicurezza, l’attuazione di una politica economica e fiscale che ha favorito le grandi evasioni, una tassazione iniqua (la flat tax), che fa pagare il grosso delle tasse ai lavoratori dipendenti, favorendo i ricchi, una forza lavoro frantumata in lavoro a termine, precario e flessibile, la mancanza di misure di sicurezza sul lavoro, una povertà assoluta di sei milioni di persone e una povertà relativa di oltre dieci milioni di persone, una sistematica distruzione dell’ambiente con enormi consumi di suolo, la distruzione della sanità e le gravissime difficoltà dell’istruzione, l’incremento abnorme di spese militari, con conseguente dipendenza dell’Italia dalla politica dissennata di Trump, e così via. Insomma, in un sola parola, la trasformazione della nostra “democrazia” in un “regime autocratico”.

E gli italiani hanno capito, e si sono precipitati in massa alle urne, con una partecipazione che ha sfiorato il 60 per cento degli aventi diritto al voto. Singolare è stato la risposta dei giovani, che, si sono immediatamente resi conto che qui, si trattava della limitazione delle libertà costituzionali, e, con il loro entusiasmo, hanno dato un apporto molto significativo alla vittoria del No.

Ora si tratta di rimettere sui binari giusti la politica del nostro Paese. Si spera nelle prossime elezioni e nella capacità dei partiti vincenti di rendersi conto che il disastro nel quale viviamo dipende da una politica economica sbagliata, seguita negli ultimi trenta anni, sia dai governi di destra, sia dai governi di sinistra. Si impone, in altri termini, un radicale cambiamento. Occorre restituire agli italiani le loro fonti di produzione di ricchezza, alienate con le micidiali “privatizzazioni” delle Aziende pubbliche, che avevano prodotto il “miracolo economico italiano degli anni sessanta”, garantendo “produttività e posti di lavoro”. Occorre sostituire il vigente sistema economico predatorio neoliberista, fondato sull’accentramento della ricchezza, la forte competitività e l’esclusione dello Stato dall’economia, con il sistema economico di stampo keynesiano, che vuole la distribuzione della ricchezza e l’intervento dello Stato nella economia. Lo impone l’articolo 43 della vigente Costituzione della Repubblica italiana.

La vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati contro il più ampio disegno di riforma costituzionale in atto

Il Fatto Quotidiano - La posta in gioco è molto più alta della disciplina delle carriere: il governo vuole dominare la g...
17/03/2026

Il Fatto Quotidiano - La posta in gioco è molto più alta della disciplina delle carriere: il governo vuole dominare la giustizia

Tra i vari argomenti del No al referendum c'è: bastava una legge ordinaria, hanno modificato sette articoli della Costituzione. Perché? La risposta è ovvia

Tra i vari argomenti per votare NO al referendum per la separazione delle carriere dei magistrati ce n’è uno molto semplice e convincente: c’è da chiedersi perché, essendo a tal fine sufficiente una legge ordinaria, si è provveduto a modificare sette articoli della Costituzione. La risposta è ovvia: qui non si vuole agire soltanto sul piano tecnico della disciplina delle carriere, ma si vuole molto di più. Si vuole limitare fortemente il potere giudiziario sottoponendolo al controllo del potere esecutivo. In sostanza, il governo, come ha affermato la capo di gabinetto del ministro della Giustizia, vuole liberarsi dei magistrati, considerati un ostacolo all’azione governativa. In sostanza, il governo non vuole che altri fermino la propria azione, anche se essa è in palese contrasto con la Costituzione e violi, di conseguenza, i diritti fondamentali dei cittadini.

E’ noto che per lo svolgimento della vita civile, come affermò il Montesquieu, è indispensabile che un potere arresti l’altro potere, è indispensabile cioè l’equilibrio dei poteri. L’attuale governo, invece, dopo aver letteralmente assorbito il potere legislativo del Parlamento (nel 2025, solo 64 leggi sono state di iniziativa parlamentare e tutte le altre 171 leggi sono state di iniziativa governativa, o di approvazione di decreti legge), ora vuole avere la sicurezza di dominare anche il potere giudiziario.

In questo quadro, la separazione delle carriere dei magistrati (di per sé molto discutibile, perché toglie ai pubblici ministeri la mentalità del giudice, in base alla quale essi possono chiedere la condanna o l’assoluzione, conferendo loro la mentalità dell’accusatore che vuole soltanto la condanna), diventa un pretesto per ottenere ben altro: l’indebolimento del potere giudiziario e, in particolare, la sottoposizione dei pubblici ministeri all’esecutivo.
E vediamo le norme. Il sistema costituzionale attuale prevede che l’attività giurisdizionale, giudicante e inquirente, abbia come fondamento la “coscienza” del magistrato (secondo Calamandrei, la forza del cittadino sta nel poter ricorrere in ultima analisi alla “coscienza del Giudice”), e, ben sapendo che i magistrati sono comunque degli uomini che possono fallire, prevede inoltre ben tre gradi di giudizio, ai fini di correggere eventuali errori. Insomma si tratta di un sistema che unisce l’etica al diritto e che, per raggiungere questo fine assicura al giudice e al pubblico ministero una “indipendenza di giudizio”, e cioè la certezza che il proprio giudizio, non si torcerà contro di lui e avrà comunque in ogni caso diritto di cittadinanza giuridica.

E’ per questo che la Costituzione sancisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104 Cost,), e che, di conseguenza, i magistrati sono governati da un unico “Consiglio Superiore della Magistratura”, formato per due terzi da giudici togati, eletti da tutti i magistrati, e per un terzo da nominati dal Parlamento in seduta comune.

Con la riforma questo baluardo di indipendenza è spazzato via. Vengono creati due CSM, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, oltre un’Alta Corte disciplinare. Questi organi sono formati in modo da accrescere l’influenza dei politici. Infatti i giudici e i pubblici ministeri vengono estratti a sorte (si tratta di circa 10.000 magistrati), escludendo ogni valutazione di merito, mentre i nominati dal Parlamento sono dapprima eletti in una lista e poi estratti a sorte da questa lista medesima, in modo che sia assicurata la loro dipendenza dal governo, mentre la delicatissima funzione disciplinare, che tanto incide sulla indipendenza del magistrato, è affidata all’Alta Corte, eletta con lo stesso sistema.

Insomma quella sicurezza nella “indipendenza di giudizio” è vulnerata. E chi ci rimette è il cittadino comune.

Bastava una legge ordinaria, hanno modificato sette articoli della Costituzione. Perché? La risposta è ovvia (di Paolo Maddalena)

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