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04/10/2026
IL BAR CHE SCOMPARE È UN PEZZO D’ITALIA CHE SE NE VAIn Italia stanno chiudendo bar a un ritmo che dovrebbe farci riflett...
03/10/2026

IL BAR CHE SCOMPARE È UN PEZZO D’ITALIA CHE SE NE VA

In Italia stanno chiudendo bar a un ritmo che dovrebbe farci riflettere: circa undici attività ogni giorno. Non parliamo soltanto di saracinesche che si abbassano, insegne che si spengono e tavolini che rimangono vuoti. Parliamo di un pezzo della vita quotidiana italiana che lentamente sta cambiando volto.

Secondo i dati riportati da Confesercenti, tra il 2019 e il 2025 il numero dei bar è passato da 169.839 a 145.766. Significa oltre 24 mila attività in meno in sei anni, con una riduzione nazionale del 14,2%. In alcune aree il fenomeno è ancora più evidente: nel Centro Italia la diminuzione arriva al 20,8%, mentre nelle Marche raggiunge il 25%.

Numeri enormi, soprattutto se proviamo a trasformarli in immagini concrete.

Un bar chiuso significa un luogo in meno dove il pensionato legge il giornale, il lavoratore beve il primo caffè prima di iniziare il turno, lo studente aspetta l’autobus, due amici si incontrano dopo mesi oppure qualcuno semplicemente entra per scambiare due parole con una persona conosciuta da anni.

Perché il bar italiano non è mai stato soltanto un’attività commerciale.

È stato una piccola piazza.

Un punto d’incontro.

Un osservatorio sulla società.

Un luogo dove generazioni diverse si sono incontrate senza bisogno di prenotare un tavolo, scaricare un’applicazione o appartenere a una determinata comunità sociale. Bastavano un bancone, una macchina del caffè e qualcuno disposto ad ascoltare.

Oggi però quella funzione sociale viene messa sotto pressione da una combinazione di fattori: aumento dei costi, affitti, energia, materie prime, personale, burocrazia, tassazione, cambiamento delle abitudini di consumo e trasformazione demografica delle città.

E c’è un altro problema che spesso dimentichiamo: non basta avere clienti per tenere aperta un’attività. Bisogna riuscire a farla funzionare economicamente.

Un caffè venduto a poco più di un euro può sembrare conveniente per il consumatore, ma dietro quel gesto apparentemente banale esistono personale, contributi, energia, attrezzature, manutenzione, prodotti, affitto, tasse, assicurazioni, commercialista e una quantità impressionante di costi che il cliente non vede.

La nostra cultura del “costa troppo” rischia quindi di diventare paradossale.

Pretendiamo prezzi bassi, servizio impeccabile, locali belli, personale qualificato, prodotti di qualità e apertura praticamente continua.

Poi ci sorprendiamo quando il conto economico non torna.

Secondo Confesercenti, la riduzione del numero dei bar avrebbe prodotto sui territori un impatto economico superiore ai 7,2 miliardi di euro.

Ma anche questo numero racconta soltanto una parte della storia.

Perché quando chiude un bar non scompare solamente il fatturato di quella singola impresa. Si riduce una rete economica fatta di dipendenti, fornitori, torrefazioni, panificatori, pasticceri, produttori, manutentori, lavanderie, artigiani e professionisti.

E soprattutto si perde presenza umana.

È questo forse l’aspetto più sottovalutato.

Le città possono diventare economicamente più efficienti e contemporaneamente diventare socialmente più povere.

Possiamo avere centri commerciali, grandi catene, piattaforme digitali e servizi sempre più automatizzati, ma quando spariscono le piccole attività di prossimità perdiamo anche una parte della relazione quotidiana.

Una città senza piccoli negozi, bar, trattorie, botteghe e mercati rischia di trasformarsi in un luogo dove si passa, non in un luogo dove si vive.

E il fenomeno riguarda anche i piccoli centri.

Quando un paese perde il bar, spesso perde uno degli ultimi luoghi rimasti aperti durante tutta la giornata. Prima chiude il negozio di alimentari, poi l’edicola, poi la banca, poi il bar. Alla fine rimangono le case, le automobili e qualche servizio pubblico.

Non è semplicemente una trasformazione commerciale.

È una trasformazione della società.

Per questo sarebbe un errore affrontare il problema soltanto chiedendosi come aumentare gli incassi dei bar.

La domanda dovrebbe essere molto più grande: che tipo di città vogliamo costruire nei prossimi vent’anni?

Perché il futuro non sarà fatto soltanto di tecnologia, consegne a domicilio, pagamenti digitali e intelligenza artificiale. Avremo ancora bisogno di luoghi fisici nei quali incontrarci, parlare, discutere, litigare persino.

Anzi, forse ne avremo ancora più bisogno.

Il bar italiano, con tutti i suoi difetti, è stato per decenni una delle infrastrutture sociali più semplici e democratiche del Paese.

Un caffè permetteva di sedersi accanto a uno sconosciuto.

Una brioche poteva diventare una conversazione.

Un bancone poteva diventare una piccola comunità.

Se continuiamo a perdere questi luoghi senza domandarci cosa li sta uccidendo, tra qualche anno potremmo accorgerci che non abbiamo perso soltanto 24 mila attività commerciali.

Abbiamo perso una parte del modo in cui gli italiani si incontravano.

E quando una città perde i propri luoghi d’incontro, lentamente perde anche qualcosa della propria identità.

Il problema, quindi, non è soltanto dove berremo il prossimo caffè.

Il problema è capire con chi parleremo mentre lo beviamo.

⚠ La Spagna sperimenta un nuovo sistema per rallentare il traffico senza ricorrere a dossi, autovelox o sanzioni. Si chi...
03/10/2026

⚠ La Spagna sperimenta un nuovo sistema per rallentare il traffico senza ricorrere a dossi, autovelox o sanzioni. Si chiamano "denti di drago" e sono triangoli dipinti sull'asfalto ai margini delle corsie, posizionati in prossimità delle strisce pedonali e nei tratti ad alta incidentalità.

Come funzionano? I triangoli creano un'illusione ottica che fa percepire la carreggiata più stretta del reale. Di fronte a questo effetto visivo, gli automobilisti istintivamente moderano la velocità e aumentano l'attenzione, senza dover affrontare divieti o multe. Secondo gli esperti, è un freno psicologico basato sulla percezione, non sulla paura delle sanzioni.

I primi risultati dei test nelle città spagnole sono incoraggianti: si registra una riduzione significativa della velocità nei tratti interessati dalla sperimentazione. Ogni segno si estende per circa 30 metri ed è stato tracciato sulle arterie principali insieme a segnalazioni a zigzag in corrispondenza degli attraversamenti pedonali.

Il progetto è ancora in fase sperimentale, ma l'interesse sta già coinvolgendo altri Paesi europei. Una soluzione semplice ma apparentemente efficace per contrastare uno dei fattori più frequenti di incidente stradale.

Indirizzo

Rome

Sito Web

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