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Cobas Scuola Roma L'Associazione, politico sindacale, ha come scopo sociale la difesa ed il miglioramento delle condiz

Per i COBAS la scuola è di tutti/e e per tutti/e, nessuno/a è straniero/aIl D.L. n. 170 del 30 settembre 2026, agli arti...
14/10/2026

Per i COBAS la scuola è di tutti/e e per tutti/e, nessuno/a è straniero/a

Il D.L. n. 170 del 30 settembre 2026, agli articoli 12 e 13, è inaccettabile e deve essere respinto. Dietro una presunta politica di “integrazione” si nasconde un impianto fortemente propagandistico che rischia di trasformare le differenze in un problema di ordine pubblico e di responsabilità familiare, anziché affrontarle come una questione educativa e sociale. Già il titolo dell’articolo 12, “Interventi urgenti per la promozione dell’integrazione degli studenti stranieri nell’ambito scolastico”, è significativo. Non si parla di inclusione, ma di integrazione. La differenza non è soltanto terminologica. L’inclusione richiede che sia il sistema scolastico ad adeguarsi alle diverse esigenze, garantendo pari opportunità e valorizzando le differenze, non semplicemente inserendo gli alunni in un modello già definito.

La scuola italiana, nonostante la progressiva riduzione delle risorse, svolge da anni questa funzione e costruisce quotidianamente percorsi rivolti a studenti e studentesse provenienti da contesti linguistici e culturali differenti. Se si vuole davvero favorire l’inclusione servono più docenti, mediatori linguistici e culturali, formazione e risorse, non misure punitive. L’articolo 12, invece, introduce un meccanismo che rischia di trasformare la difficoltà linguistica dei genitori stranieri in una forma di controllo sulle famiglie. Il comma 1 prevede che le Istituzioni Scolastiche segnalino ai servizi sociali i casi in cui persistenti barriere linguistiche dei genitori ostacolino l’integrazione scolastica, il percorso educativo, il comportamento del minore o l’osservanza del Patto di corresponsabilità.

La collaborazione tra scuola e servizi sociali esiste già. Le scuole segnalano situazioni di grave disagio familiare, economico e sociale, indipendentemente dalla nazionalità, per garantire il diritto allo studio e tutelare i minori. Il problema è introdurre una procedura specificamente riferita ai genitori stranieri, facendo della condizione linguistica un possibile presupposto di interventi e sanzioni.Il comma 2 prevede che i servizi sociali possano predisporre un progetto di sostegno alla genitorialità comprendente, per i genitori stranieri, un percorso gratuito di alfabetizzazione e apprendimento dell’italiano presso i CPIA, fino almeno al livello A2, oltre a eventuali percorsi sulla corresponsabilità educativa.

I CPIA svolgono già da molti anni questa fondamentale funzione. Nati dall’esperienza dei CTP (anno 1997), assicurano l’insegnamento dell’italiano agli adulti stranieri, l’alfabetizzazione e l’istruzione degli adulti che non hanno potuto completare il proprio percorso scolastico. Lo fanno spesso con organici insufficienti e risorse limitate, nonostante la forte partecipazione ai corsi. Se il legislatore vuole potenziare l’apprendimento dell’italiano, la risposta è semplice: più docenti, più sedi, più corsi e maggiori risorse per i CPIA, non nuove procedure sanzionatorie.

Particolarmente grave è il comma 3, che prevede una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro per il mancato svolgimento del percorso linguistico, salvo comprovati motivi di salute, forza maggiore o altri gravi impedimenti. L’accertamento è affidato ai CPIA e la sanzione al prefetto. Si arriva così a colpire economicamente persone che possono trovarsi già in condizioni di fragilità sociale ed economica. La conoscenza della lingua italiana deve essere promossa come diritto e opportunità, non trasformata in un obbligo accompagnato da una multa. I CPIA devono accogliere e sostenere, non diventare strumenti di controllo.

Anche l’articolo 13 desta forte preoccupazione. Una situazione che dovrebbe essere affrontata caso per caso viene trasformata in una norma generale, introducendo un limite del 30% alla presenza di alunni con background migratorio che non parlano italiano nelle classi. Il rischio è quello di rappresentare la multiculturalità come un problema da contenere, anziché come una realtà da governare con adeguati strumenti didattici e formativi. Si rischia così di penalizzare proprio gli alunni che si dichiara di voler tutelare, costringendoli eventualmente a frequentare scuole lontane dal proprio territorio e interrompendo relazioni sociali e percorsi educativi. La scuola dovrebbe fare l’opposto: evitare la ghettizzazione, favorire l’incontro sociale e culturale e garantire pari opportunità.

Anche la facoltà dei collegi docenti di assegnare i neoarrivati alle classi senza considerare l’età può favorire esclusione, discriminazione e disagio, anziché garantire una reale inclusione. La risposta ai problemi linguistici e alla complessità delle classi non può essere la separazione. Servono organici adeguati, classi meno numerose, mediatori linguistici e culturali, potenziamento dei CPIA e risorse stabili per l’inclusione. La scuola non deve costruire barriere, ma abbatterle; non deve dividere, non deve sanzionare fragilità e povertà, ma garantire a tutte e tutti il diritto all’istruzione. La multiculturalità non è una minaccia da contenere, ma una realtà e una ricchezza della scuola italiana.

Esecutivo nazionale COBAS Scuola

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Il 23 ottobre in 25 città Convegno CESP “La  scuola disarticolata”Il 23 ottobre prossimo il CESP ha organizzato un Conve...
12/10/2026

Il 23 ottobre in 25 città Convegno CESP “La scuola disarticolata”

Il 23 ottobre prossimo il CESP ha organizzato un Convegno rivolto a tutto il personale della scuola, “La Scuola Disarticolata”, secondo un nuovo format sperimentato dal CESP nello scorso anno scolastico che ha riscontrato interesse e folta partecipazione dei docenti ai seminari organizzati secondo tale modalità. Il Convegno si svolgerà, infatti, in presenza in circa venticinque città, le cui sedi saranno collegate online con la sede nazionale del CESP a Roma. L’obiettivo di questa giornata di studio è analizzare la fase di mutazione profonda del sistema scolastico pubblico italiano, avvenuta sotto la spinta convergente delle riforme attuate negli ultimi decenni, dall’Autonomia scolastica all’Alternanza scuola-lavoro che trovano, nelle norme emanate nel biennio 2025/2026, dalle Nuove Indicazioni Nazionale per infanzia e primo ciclo, alle Nuove Indicazioni Nazionali dei Licei, alla Riforma Istituti Tecnici e Professionali disposti norme che ne scardinano ulteriormente i presupposti costituzionali e pedagogici. Il titolo “La Scuola Disarticolata” descrive l’esito di un progetto volto a sostituire una visione organica della cultura con l’erogazione di singoli segmenti di addestramento pratico e performativo e il convegno vuole indagarne l’impatto reale, attraverso quegli assi fondamentali che ridefiniscono il lavoro dei docenti e il destino degli studenti.

La prima parte del dibattito muove dall’analisi complessiva dei dispositivi normativi che stanno ridisegnando l’istruzione. L’introduzione delle nuove Linee Guida per l’Educazione Civica (DM 183/2024), l’ossessione per la rendicontazione continua delle competenze e la pervasività dei sistemi di valutazione standardizzata, non sono meri adempimenti burocratici. Rappresentano un radicale slittamento del fine ultimo della scuola: dall’attuazione dell’Articolo 3 della Costituzione – il pieno sviluppo della persona umana e la rimozione degli ostacoli sociali – alla produzione di soggetti iper adattabili, pronti a conformarsi alle richieste contingenti dei mercati globali. Questa visione utilitaristica piega il mandato della scuola pubblica a una logica puramente aziendale. L’educazione civica, svuotata della sua originaria spinta all’emancipazione e alla comprensione critica dei diritti e dei doveri, viene ridefinita in chiave individualista e securitaria, finalizzata a plasmare un cittadino-produttore disciplinato e acritico, più attento alla performance che alla partecipazione democratica e alla solidarietà sociale.

Nei percorsi generalisti e liceali, la disarticolazione opera svuotando i saperi teorici dall’interno attraverso il meccanismo dell’addestramento performativo. I programmi storici e logici vengono spezzettati in moduli brevi e funzionali all’accumulo di crediti, mentre il tempo dell’ascolto e della riflessione viene eroso dalla “dittatura delle griglie”. Il docente cessa di essere un “generatore di coscienza critica” per trasformarsi in un tecnico della programmazione, mentre lo studente viene addestrato alla prestazione immediata. Escludendo l’errore, il dubbio e il pensiero divergente, la classe smette di essere un laboratorio di democrazia e si trasforma in un dispositivo di disciplinamento e docilità intellettuale. Il docente, schiacciato da un sovraccarico burocratico fatto di monitoraggi costanti e report descrittivi, perde sempre più lo spazio per la propria autonomia progettuale e gli approfondimenti disciplinari.

L’attacco più frontale all’architettura scolastica si consuma tuttavia nella nuova filiera tecnologico professionale (modello 4+2) e nei segmenti d’istruzione storicamente rivolti alle fasce sociali più deboli. La riduzione dei percorsi a 4 anni istituzionalizza una grave destrutturazione dei saperi generali (italiano, storia, matematica), degradate a materie di servizio per fare spazio all’ingresso dei mansionari aziendali locali. Questo modello sancisce una precoce canalizzazione dei destini scolastici e personali degli studenti in base alla provenienza sociale. Sottraendo un intero anno alla maturazione culturale, si comprimono i tempi per una completa acquisizione degli strumenti critici fondamentali per decodificare la realtà, subordinando il diritto all’istruzione superiore alle necessità produttive immediate dei territori locali, frammentando così il sistema nazionale in una galassia di sotto-sistemi precari e piegati al profitto.

Questo addestramento precoce e iperspecializzato si estende drammaticamente ai corsi di secondo ciclo, ai CPIA e alle scuole in carcere. In questi contesti, dove la relazione pedagogica in presenza rappresenta l’unico reale strumento di riscatto e di emancipazione, la trasformazione dei Patti Formativi Individuali in calcolatori matematici di crediti e il tentativo di diffondere la “didattica blended” (online) come risposta alle difficoltà di gestione dell’istruzione degli adulti, dentro e fuori dal carcere, cancellano definitivamente la funzione sociale e costituzionale della scuola. L’introduzione dello schermo come surrogato della presenza fisica, proprio dove la marginalità sociale e le barriere strutturali richiederebbero una maggiore relazione, rappresenta una definitiva rinuncia dello Stato. Significa negare alla radice il valore dell’istruzione e della cultura come elemento centrale per la risocializzazione e l’eguaglianza sostanziale, trasformando i luoghi del riscatto in freddi terminali di erogazione di pacchetti informativi standardizzati.

Anna Grazia Stammati
Presidente CESP

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I COBAS: da 18 a 24 ore, danni per i precari e rischi per gli altri docentiMentre migliaia di precari aspettano ogni ann...
06/10/2026

I COBAS: da 18 a 24 ore, danni per i precari e rischi per gli altri docenti

Mentre migliaia di precari aspettano ogni anno una supplenza per lavorare, accumulare servizio e punteggio e sperare, prima o poi, nella stabilizzazione, il Ministero interviene sulla gestione degli spezzoni rafforzando la possibilità di attribuire fino a sei ore aggiuntive a chi possiede già una cattedra completa. È uno degli effetti più discutibili delle disposizioni introdotte per l’a.s. 2026/27 dall’O.M. n. 27 del 16 febbraio 2026 e dalle successive note MIM n. 11814 del 6 maggio e n. 16054 del 19 giugno.
La questione potrebbe sembrare tecnica, ma non lo è. Uno spezzone assegnato come eccedenza a un docente già titolare di 18 ore è uno spezzone che non arriverà alle successive operazioni e, una volta definitivamente attribuito, non potrà trasformarsi in un incarico per un precario. Per chi vive di supplenze quelle ore non significano soltanto avere uno stipendio: significano avere un servizio, un punteggio, un avanzamento nelle graduatorie e maggiori possibilità di ottenere altri incarichi e, infine, la stabilizzazione.

La possibilità di attribuire ore eccedenti non nasce nel 2026. L’art. 22, comma 4, della legge 448/2001 consente da tempo l’attribuzione degli spezzoni pari o inferiori a sei ore che non concorrano alla costituzione di cattedre o posti orario. Per l’a.s. 2025/26 la nota MIM n. 157048 del 9 luglio 2025 ne disciplinava l’assegnazione entro il limite delle 24 ore settimanali, prevedendo prioritariamente il completamento del personale a tempo determinato.

Ma per il nuovo a.s. cambia soprattutto la tempistica. L’O.M. 27/2026 introduce una ricognizione preventiva della disponibilità dei docenti a tempo indeterminato ad assumere ore aggiuntive. Entro il 15 luglio le scuole hanno acquisito la disponibilità dei docenti di ruolo, compresi quelli trasferiti in ingresso, ad arrivare fino a 24 ore settimanali; entro il 20 luglio tali disponibilità sono state comunicate agli Uffici territoriali.

Ed è qui che emerge il punto politico: perché organizzare già a luglio l’assorbimento interno di ore mentre il sistema deve ancora completare tutte le operazioni che precedono le supplenze? Tra queste ci sono anche utilizzazioni e assegnazioni provvisorie. Non si tratta di contrapporre il diritto alla mobilità dei docenti di ruolo alla possibilità dei precari di lavorare. Sono fasi diverse e successive dello stesso sistema. Le ore devono essere utilizzate secondo il loro ordine naturale: prima per costituire posti e cattedre e per le operazioni di mobilità annuale previste dalla normativa, poi per gli incarichi a tempo determinato e il completamento dei precari. Soltanto ciò che resta realmente residuale dovrebbe trasformarsi in lavoro aggiuntivo per chi possiede già una cattedra completa.

Le assegnazioni provvisorie, del resto, riguardano spesso lavoratori che hanno accettato il ruolo lontano dalla propria residenza, anche attraverso i recenti concorsi PNRR, e cercano di ricongiungersi alla famiglia.
Difendere la piena disponibilità delle ore nelle diverse fasi non significa sottrarle ai precari: significa contestare un sistema che tende a concentrare il lavoro su chi è già a tempo pieno anziché utilizzare fino in fondo le disponibilità esistenti.

Ma c’è una questione ancora più generale, che dovrebbe interessare tutti i docenti. Normalizzare il passaggio dalle 18 alle 20, 22 o 24 ore significa abituare progressivamente il sistema scolastico all’idea che un docente possa sostenere ordinariamente un carico frontale molto superiore alle attuali 18 ore. Oggi le ore eccedenti sono volontarie e retribuite. Non esiste una norma che porti obbligatoriamente l’orario dei docenti della secondaria da 18 a 24 ore, ed è corretto precisarlo. Ma proprio per questo occorre interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo.

Se diventa normale che migliaia di docenti insegnino 20, 22 o 24 ore alla settimana, quanto tempo occorrerà perché qualcuno sostenga che 18 ore siano poche? È un rischio che il mondo della scuola non dovrebbe sottovalutare. Ciò che oggi viene presentato come volontario e incentivato può contribuire nel tempo a modificare la percezione di quello che costituisce un carico di lavoro “normale”, fino a preparare il terreno per un futuro aumento dell’orario obbligatorio, magari senza un corrispondente aumento retributivo.

Perché 24 ore di insegnamento non sono 24 ore di lavoro. Alle lezioni si aggiungono preparazione, verifiche e correzioni, consigli di classe, collegi, dipartimenti, colloqui con le famiglie, formazione, progetti e un carico burocratico sempre crescente. La risposta non può essere lavorare di più mentre altri insegnanti non lavorano affatto.

Per i COBAS la direzione dovrebbe essere opposta: utilizzare tutte le ore per costituire posti e cattedre, garantire le operazioni di mobilità annuale e offrire ai precari il maggior numero possibile di incarichi e completamenti. Solo gli spezzoni realmente residuali dovrebbero diventare ore eccedenti. Difendere le 18 ore significa quindi difendere due principi che non sono in contraddizione: distribuire il lavoro per ampliare l’occupazione e impedire l’aumento progressivo del carico individuale. Ogni ora assorbita da chi possiede già una cattedra completa può essere un’occasione di lavoro e di punteggio in meno per un precario. E ogni docente che oggi considera conveniente arrivare volontariamente a 24 ore dovrebbe chiedersi quale modello di scuola stiamo costruendo.

Daniela Perrone
Esecutivo COBAS Scuola di Roma e provincia

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Convegno CESP 23/10/2026 “La Scuola Disarticolata”Analisi delle riforme 2025/2026 dal primo ciclo alla filiera tecnologi...
05/10/2026

Convegno CESP 23/10/2026 “La Scuola Disarticolata”

Analisi delle riforme 2025/2026 dal primo ciclo alla filiera tecnologica. Cosa cambia in classe per i docenti

Venerdì 23 Ottobre 2026
Ore 8.30-16.30
ID SOFIA: 161494

Il Convegno si svolgerà in presenza, contemporaneamente, nelle città di
Roma, Alessandria, Caserta, Chieti, Firenze/Prato, Frosinone, Genova, Grosseto, Latina, Napoli, Pavia, Pescara, Pisa/Livorno, Pistoia, Potenza, Reggio Calabria, Salerno, Siena, Spoleto (PG), Torino, Trieste/Gorizia

https://www.cobas-scuola.it/covegno-cesp-23-10-2026-la-scuola-disarticolata/

Pensionamenti scuola dal 1° settembre 2027: domande dal 25 settembre al 21 ottobre 2026on la nota n. 24818 del 24 settem...
29/09/2026

Pensionamenti scuola dal 1° settembre 2027: domande dal 25 settembre al 21 ottobre 2026

on la nota n. 24818 del 24 settembre 2026, avente per oggetto “Decreto del Ministro dell’istruzione e del merito n. 193 del 23 settembre 2026. Cessazioni dal servizio del personale scolastico dal 1° settembre 2027. Trattamento di quiescenza e di previdenza. Indicazioni operative”, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha fornito le indicazioni relative alle cessazioni dal servizio del personale scolastico con decorrenza 1° settembre 2027.

Per il personale docente, educativo e ATA a tempo indeterminato, le domande di cessazione dal servizio potranno essere presentate dal 25 settembre al 21 ottobre 2026.

La domanda dovrà essere presentata esclusivamente attraverso la procedura telematica POLIS – Istanze on line..

Considerata la complessità della materia e la necessità di verificare con attenzione la propria posizione contributiva e previdenziale, è fondamentale controllare per tempo l’estratto conto contributivo INPS, i periodi di servizio utili e la corretta maturazione dei requisiti necessari per la tipologia di pensione prescelta.

Per informazioni, verifica dei requisiti e assistenza nella compilazione e nella presentazione delle domande, il personale Docente, Educativo e ATA può rivolgersi alle sedi territoriali dei COBAS SCUOLA, dove sarà possibile ricevere supporto nell’espletamento dei necessari adempimenti.

Di seguito il link per visualizzare la nota, il decreto e la tabella.

https://www.atpromaistruzione.it/atp/2026/09/cessazioni-dal-servizio-del-personale-scolastico-dal-1-settembre-2027-trattamento-di-quiescenza-e-di-previdenza-circolare-aoodgper-prot-n-24818-del-24-settembre-2026-indicazioni-operative/

Con la riforma, Istruzione Tecnica allo sbaraglioMai nella scuola italiana si è raggiunto un livello di improvvisazione,...
17/09/2026

Con la riforma, Istruzione Tecnica allo sbaraglio

Mai nella scuola italiana si è raggiunto un livello di improvvisazione, incompetenza ed arroganza di tale portata. La riforma dell’istruzione tecnica (DM 29/2026) ha non soltanto scompaginato l’assetto della formazione scolastica superiore ma ha provocato un vero e proprio caos nelle scuole italiane. Un settembre nero si profila all’orizzonte. Studenti, docenti e famiglie sono stati letteralmente travolti dall’ ultima trovata del Ministro Valditara.

La Riforma degli istituti tecnici, in attuazione del DL 144/22, risponde ad un preciso disegno di legge: subordinare la scuola all’impresa, trasformando lo studente in un apprendista precoce. La riforma, quindi, si muove nel solco delle precedenti riforme: Filiera tecnico-professionale 4+2; Licei Made in Italy; Licei TED (transizione ecologica digitale di durata quadriennale) e porta a termine quello che è il progetto regressivo e autoritario del Governo Meloni: il ritorno della vecchia scuola di avviamento professionale. L’allievo deve funzionare come un’impresa trasformandosi in imprenditore di sé stesso.

Con tale riforma, l’azienda entra prepotentemente nella scuola, dettando tempi e programmi. Negli anni ’70 del secolo scorso, operai e studenti conquistavano le 150 ore per il diritto allo studio dei lavoratori, un monte ore retribuito e contrattualizzato per corsi di formazione e un titolo di studio. In questo modo, il mondo del lavoro si appropriava della scuola. Dal 2015(Legge 107, cosiddetta Buona scuola) sino ad oggi, questo rapporto si è rovesciato. Con l’introduzione dell’alternanza scuola lavoro (ora FSL) adesso sono gli studenti ad entrare in azienda e talvolta a “morire” o rimanere seriamente feriti. Gli studenti devono uniformarsi al “Just in time”, cioè devono adattarsi precocemente alla fluttuazione del mercato del lavoro e adeguarsi ad eseguire compiti decontestualizzati e generici. Ora anche i docenti entrano nell’azienda e partecipano ad attività di aggiornamento e di osservazione delle discipline tecnico-professionale mentre ad esperti aziendali, privi di qualsiasi formazione pedagogica, vengono affidati compiti didattici di alto profilo. Tali attività sono finalizzate” all’intensificazione dei rapporti con il sistema produttivo del territorio”.

Ma cosa prevede il famigerato DM 29? Innanzitutto una notevole riduzione del curricolo nazionale. La riforma si applica a partire dalle prime classi dell’anno scolastico 2026-27. La riduzione del curricolo nazionale è di ben 132 ore rispetto al modello precedente. La disciplina più colpita è la Geografia. Vengono eliminate 2 ore nel biennio economico e 6 ore nel triennio ad indirizzo turistico. (Gli indirizzi sono 11, divisi in due comparti l’economico e il tecnologico-ambientale). L’ insegnamento della geografia si riduce soltanto ad un’ora settimanale al primo anno. L’Italiano subisce la contrazione di un’ora nelle quinte classi (33 ore in meno). Vi è poi, una riduzione delle ore dedicate alla seconda lingua straniera, specialmente nel settore economico (2 ore settimanali rispetto alle 3 dell’ordinamento precedente). Nell’ultimo anno l’insegnamento si riduce ad una sola ora settimanale.

La nuova disciplina: Scienze sperimentali (un’ora settimanale)accorperà Biologia, Chimica, Fisica e Scienza della Terra e determinerà un taglio di 231 ore, sconfessando allo stesso tempo, il mantra della centralità delle discipline STEM(Science, technology engineering ,mathematics).L’obiettivo, secondo il ministro, è quello di promuovere una cultura scientifica ,intensificando una didattica che colleghi i diversi insegnamenti attraverso un linguaggio comune e, sul piano metodologico, proponendo attività interdisciplinari. La nuova materia, verrà, infatti, insegnata da docenti diversi ma avrà un unico voto in pagella. I docenti dovranno alternarsi nell’insegnamento e poi ricompattarsi durante gli scrutini per elaborare il voto! Un ‘assurdità pedagogica.

La riforma prevede anche l’anticipo del FSL (formazione scuola lavoro) a partire dal secondo anno, ovvero all’ età di quindici anni! La scuola, quindi, diventa un calco dell’impresa e fa dell’impresa il suo modello ideale. Anche questa scellerata scelta del Ministro si coniuga con le Nuove Indicazioni Nazionali in vigore dal prossimo anno nelle scuole del primo ciclo, laddove è istituzionalizzato l’insegnamento dell’Educazione finanziaria. Nelle Indicazioni nazionali viene sottolineata l’importanza di iniziare precocemente a formare cittadini consapevoli del valore del danaro in nome di una cittadinanza economica attiva e responsabile.

Il decreto ministeriale 29 che riordina i quadri orari e l’assetto degli istituti tecnici è stato, infine, pubblicato ad iscrizioni scolastiche già concluse, rivelando “mancanza di trasparenza e di rispetto” nei confronti delle stesse famiglie. Le iscrizioni sono avvenute su piani di studi diversi da quelli proposti dalla riforma. Per rispondere a questa situazione, i genitori degli studenti coinvolti, sollecitati sia dallo sciopero dei sindacati di base, Cobas in primis , del 7 maggio 2026 che dalle mobilitazioni della Rete dei tecnici e della FLC(seppur limitate alle attività aggiuntive) hanno depositato in data 25 giugno 2026, un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. Il ricorso punta all’ annullamento del DM 29 e si fonda su due principi giuridici precisi: violazione del legittimo affidamento delle famiglie (che avevano, appunto, scelto un percorso basato su un ordinamento poi cambiato) e il principio di retroattività dell’ azione amministrativa ,secondo cui una norma non può modificare situazioni già consolidate senza adeguato preavviso. Alla luce di tali contestazioni, (non va trascurato il dissenso espresso in proposito anche dal CSPI) il Ministro Valditara ha fornito indicazioni operative volte a mitigare le criticità di tale riforma. Per evitare il rischio di soprannumerarietà, le scuole possono (devono ,in modo quasi prescrittivo)far ricorso al curricolo a disposizione delle scuole, pari al 20% del monte ore annuo (art.8 DPR 275/1999 ). Tale flessibilità organizzativa, mette però, in moto una frammentazione del sistema educativo nazionale. La discrezionalità nel definire i programmi, scardinerà, inevitabilmente, il principio di uguaglianza e omogeneità dell’ offerta formativa. L’ eccessiva flessibilità curricolare (art.8 DPR 275/99) potrebbe essere interpretata come una violazione della competenza esclusiva dello Stato in materia di “Norma generali sull’ istruzione” (art.117,co 2,lett.N Costituzione )e favorirà inevitabilmente una miriade di ricorsi .Si tratta, in buona sostanza, di una Autonomia Differenziata in salsa scolastica.

Il DM, infine, risponde a un perverso principio della destra italiana: i figli delle famiglie povere non possono studiare per CONOSCERE ,ma solo per IMPARARE un lavoro. Il giorno 8 del mese di aprile c’è stato un incontro di conciliazione tra il MIM e quasi tutte le sigle sindacali che ha portato ad un parziale allentamento delle tensioni ma non ha assolutamente risolto i problemi di fondo della controriforma. C’ è da ricordare, poi, che Consiglio Superiore della pubblica istruzione, chiamato ad esprimere il proprio parere sul provvedimento del governo, oltre a criticare la tempistica della riforma, avvenuta ad iscrizioni già effettuate, ha segnalato forti criticità per le scuole proprio per la nuova disciplina “Scienze sperimentali”. Le classi di concorso dei docenti impegnati in tale insegnamento sono, infatti, diverse.

Dopo gli scioperi del 6,7 maggio e le iniziative della Rete degli istituti tecnici, il Ministro Valditara ha effettuato correzioni al Decreto . Al primo biennio c’è l’eliminazione della quota riservata alle scuole pari a 132 ore. Il corrispondente incremento di 132 ore di scienze sperimentali nell’ area di indirizzo flessibile nel settore tecnologico ambientale. Il corrispondente incremento di 132 ore delle discipline elementi di base da destinare al potenziamento della Geografia e della seconda lingua straniera nell’ area di indirizzo flessibile nel settore economico. Al secondo biennio c’è la diminuzione della quota oraria riservata alle scuole 66 ore. Nella prima stesura 99 ore).Il corrispondente incremento di 66 ore da destinare alle discipline di indirizzo. Al quinto anno la diminuzione della quota oraria riservata alle scuole (-99 ore: da 231 a 132 pari a 4 ore settimanali), Il corrispondente incremento di 99 ore da destinare alle discipline di indirizzo.

Il Ministro, con l’ennesimo gioco di prestigio finalizzato all’eliminazione dei soprannumerari, ha ipotizzato classi di concorso inferiori alle 18 ore(ipotesi certamente censurabile dalla Corte dei Conti) e con il DM 71 ha istituito classi di concorso atipiche(insegnamenti assegnabili a più classi di concorso).Il Ministro non sa più cosa inventarsi per scongiurare la catastrofe creata anche con la complicità dei sindacati concertativi ed autoreferenziali.

Noi Cobas invitiamo i docenti a vigilare e ad opporsi tenacemente alla deriva autoritaria innescata dal Ministro Valditara. Sappiamo che molti dirigenti hanno agito monocraticamente, senza la delibera dei Collegi sulle modifiche del Piano dell’ Offerta Formativa, ma anche quando la normativa è stata rispettata, i Collegi docenti hanno dovuto procedere d’ urgenza ,deliberando senza Linee Guida rispetto alle nuove discipline e con il parere contrario del CSPI. La retromarcia del Ministro e le sue patetiche revisioni della riforma dimostrano, nonostante tutto, che le mobilitazioni sono sempre opportune. Non siamo paghi di queste retromarce tattiche del Ministro e lotteremo in tutti i modi affinchè il DM 29 venga ritirato. A tal fine chiediamo il ripristino strutturale e totale delle ore sottratte alle discipline di cultura generale, scientifiche, economiche e professionalizzanti. La tutela degli organici e delle condizioni di lavoro contro spezzoni e soprannumerarietà e riduzione dei posti. La difesa dell’Istruzione Tecnica pubblica, unitaria e di qualità. Il pieno riconoscimento del valore nazionale del diploma di istruzione tecnica.La centralità della scuola della Costituzione e il drastico ridimensionamento delle aziende e agenzie formative territoriali. Ci aspetta un nuovo anno scolastico ma lo affronteremo con determinazione e risolutezza. Noi COBAS saremo a fianco delle scuole fino a quando la riforma non sarà definitivamente ritirata.

Massimo Montella

Analisi critica in merito all’Ass. sanitaria integrativa per il personale scolasticoDal 10 al 20 settembre 2026, il pers...
16/09/2026

Analisi critica in merito all’Ass. sanitaria integrativa per il personale scolastico

Dal 10 al 20 settembre 2026, il personale della scuola potrà richiedere l’adesione alla polizza sanitaria integrativa. La copertura investe tutto il personale scolastico, sia con contratto a tempo indeterminato sia quello con contratto a tempo determinato annuale (31 agosto) o fino al termine delle attività didattiche (30 giugno). Per il personale a tempo determinato, la copertura assicurativa sarà valida per tutta la durata del contratto. Viene escluso tutto il personale scolastico con contratto di supplenza breve e saltuaria.

La validità della polizza decorrerà dal 30 settembre 2026 e terminerà il 29 settembre 2030.

Il recente provvedimento introdotto con l’art. 14, comma 6, del Decreto-Legge n. 25 del 14 marzo 2025 ha previsto l’istituzione di un servizio di copertura assicurativa integrativa per le spese sanitarie del personale scolastico. Il Ministro dell’Istruzione e del Merito ha presentato la misura come un segnale concreto di riconoscimento del ruolo del personale scolastico, enfatizzando l’entità delle risorse stanziate e prospettando una copertura di 3.000 euro annui per ogni beneficiario. La norma prevede un investimento complessivo pari a 320 milioni di euro tra il 2026 e il 2029. La definizione dei criteri e delle modalità di accesso al sistema di assistenza integrativa per il personale di cui al primo periodo sono definiti in sede di contrattazione collettiva integrativa a livello nazionale.

Il Contratto Collettivo Nazionale Integrativo (CCNI) è stato sottoscritto il 29 dicembre 2025 dal MIM e dai sindacati sottoscrittori del CCNL 2019/2021. La Flc Cgil non ha firmato.

L’art. 3 individua i destinatari della misura. Il personale scolastico di ruolo a TI e a TD con incarico fino al 31 agosto e 30 giugno.

Il personale scolastico in Italia conta circa 1.200.000 unità, tra docenti, ATA, educatori e IRC. I 320 milioni di euro, corrispondono in media a circa 267 euro complessivi in quattro anni per ciascun dipendente. Una cifra ben lontana dalle dichiarazioni ufficiali.

Per reperire le risorse necessarie il Governo ha deciso di ridurre il Fondo per il funzionamento amministrativo e didattico delle istituzioni scolastiche. Dal 2026 al 2029 il taglio previsto ammonta a 200 milioni di euro complessivi, incidendo direttamente e pesantemente sul bilancio delle scuole.

Le Istituzioni Scolastiche statali funzionanti nell’anno scolastico 2026/2027 sono circa 7.600. In media, ogni scuola perderà circa 30.000 euro in quattro anni, una somma significativa per istituti che già oggi operano in condizioni di scarsità di risorse.

La copertura assicurativa, di fatto, favorisce il ricorso a strutture sanitarie private. Il provvedimento si inserisce in un quadro più ampio di progressiva privatizzazione della sanità. Un aspetto che suscita non poche perplessità è la partecipazione dei sindacati rappresentativi alla definizione del provvedimento. Può essere letta come una legittimazione piuttosto acritica di una misura propagandistica. La copertura assicurativa sottrae fondi preziosi al sistema scolastico e incentiva un modello sanitario sempre più privatizzato.

La riduzione dei fondi destinati al funzionamento delle scuole produrrà con ogni probabilità un effetto immediato e già noto alle famiglie, l’aumento del cosiddetto contributo volontario. Quella quota che le istituzioni scolastiche, pur presentandola come non obbligatoria, finiscono spesso per richiedere con insistenza per poter garantire il funzionamento amministrativo e didattico. In diverse scuole secondarie di secondo grado, il contributo chiesto alle famiglie può raggiungere cifre anche superiori ai 150/200 euro l’anno per studente/ssa, destinate a coprire spese per laboratori, innovazione tecnologica, attività integrative, ampliamento dell’offerta formativa, acquisto di carta e toner per le fotocopiatrici, manutenzione ordinaria degli edifici, fino alla fornitura di beni essenziali come il sapone e la carta igienica.

Da un lato si finanzia un’assicurazione sanitaria integrativa, presentata come misura di tutela della salute del personale scolastico, dall’altro, si riducono i fondi destinati all’istruzione, costringendo le famiglie a coprire spese che dovrebbero essere a carico dello Stato. In pratica, due diritti fondamentali come la salute e l’istruzione, entrambi riconosciuti e garantiti dalla Costituzione italiana, vengono messi in conflitto fra loro, come se la tutela dell’uno dovesse necessariamente avvenire a scapito dell’altro.

Da un lato si mina il principio dell’accessouniversale e gratuito all’istruzione, sancito dall’articolo 34 della Costituzione, dall’altro si rischia di accentuare le disuguaglianze sociali, poiché il contributo delle famiglie, pur dichiarato volontario, diventa di fatto indispensabile per il funzionamento amministrativo e didattico delle Scuole. Le famiglie, economicamente sempre più fragili, si trovano così ulteriormente penalizzate, costrette a scegliere se versare o meno somme che, pur presentate come facoltative, diventano nella realtà condizioni di accesso alle attività scolastiche.

La vera alternativa dovrebbe consistere in un rafforzamento della sanità pubblica gratuita, con investimenti strutturali che riducano le liste d’attesa e migliorino l’accessibilità ai servizi. In definitiva, l’istruzione pubblica si allontana progressivamente dal modello universalistico e gratuito disegnato dalla Costituzione, trasformandosi in un servizio condizionato dalle possibilità economiche delle famiglie. Una scelta che appare non solo discutibile, ma profondamente ingiusta in un Paese che dovrebbe fare dell’uguaglianza nell’accesso all’istruzione uno dei pilastri della democrazia.

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