25/09/2026
C’è un dato che, più di altri, aiuta a capire quanto sia particolare la struttura fiscale e sociale del nostro Paese.
Secondo l’ultimo Osservatorio Itinerari Previdenziali, presentato oggi al CNEL nel corso delle celebrazioni per l’80° anniversario CIDA, nel 2024 sono stati dichiarati 1.076 miliardi di euro di redditi, da cui sono derivati 216,24 miliardi di gettito IRPEF al netto del TIR.
Il numero dei dichiaranti e dei versanti è aumentato, ma il peso dell’IRPEF continua a concentrarsi in modo molto marcato su una parte relativamente ristretta dei contribuenti.
Gli 8 milioni di persone che dichiarano almeno 35 mila euro lordi l’anno versano infatti circa il 65% dell’intera imposta sui redditi delle persone fisiche.
Otto milioni possono sembrare un numero enorme, ma corrispondono a una popolazione pari a circa l’80% di quella della Lombardia.
Ma è l’altro dato a colpire ancora di più. Sono 24,8 milioni le persone che non risultano dichiarare redditi ai fini IRPEF, quasi metà della popolazione italiana.
Sono numeri che non possono essere spiegati soltanto con l’evasione fiscale. Dentro questa fotografia ci sono la struttura demografica del Paese, la distribuzione dei redditi, le diverse forme di imposizione, il sistema dei trasferimenti e, più in generale, il modo in cui negli anni è stato costruito il nostro welfare.
Ed è forse proprio questo il punto su cui vale la pena fermarsi a riflettere.
Da una parte c’è chi sostiene, legittimamente, che la pressione fiscale italiana sia troppo elevata. Dall’altra ci sono i dati sulla distribuzione effettiva del gettito, che mostrano come una parte relativamente ristretta dei contribuenti contribuisca in misura molto significativa al finanziamento dell’imposta sui redditi.
Le due cose possono essere vere contemporaneamente.
Il problema, allora, non è stabilire chi abbia ragione, è capire se il sistema riesca a mantenere nel tempo un equilibrio tra solidarietà, sostenibilità dei conti pubblici e incentivo a lavorare, produrre reddito e crescere professionalmente.
CIDA non chiede privilegi per chi guadagna di più, chiede che chi cresce attraverso il lavoro e la professionalità e dichiara integralmente il proprio reddito non venga sistematicamente penalizzato.
Pagare di più al crescere del reddito è il principio della progressività. Ma quando all’aumento del reddito corrisponde contemporaneamente la perdita di detrazioni, agevolazioni e prestazioni, il risultato può essere molto diverso. È il problema della cosiddetta benefit trap.
Un welfare efficace dovrebbe proteggere chi è in difficoltà.
Un sistema fiscale equo dovrebbe riuscire a chiedere di più a chi ha una maggiore capacità contributiva senza trasformare il lavoro, la professionalità e la crescita del reddito in uno svantaggio.
Non è una questione di contrapporre ricchi e poveri, lavoratori e pensionati, contribuenti e beneficiari.
È una questione molto più semplice, e forse proprio per questo più difficile: quanto può essere sostenibile nel tempo un sistema nel quale una parte relativamente ristretta dei contribuenti finanzia una quota così rilevante del gettito, mentre quasi metà della popolazione non risulta avere redditi dichiarati ai fini IRPEF?
È una domanda che merita una risposta meno ideologica e più concreta.
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