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Gesù nel Vangelo di oggi ci mette in guardia da una tentazione che attraversa il cuore di tutti: «Guardatevi e tenetevi ...
19/10/2026

Gesù nel Vangelo di oggi ci mette in guardia da una tentazione che attraversa il cuore di tutti: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». La cupidigia non è semplicemente il desiderio di possedere molte cose. È la convinzione che ciò che abbiamo possa metterci al sicuro dalla vita. Accumuliamo denaro, riconoscimenti, relazioni, come se bastasse circondarci di qualcosa per non avere più paura. Ma le cose possono renderci la vita più comoda, non possono darle un significato. Possono proteggerci da qualche bisogno, non possono salvarci dalla solitudine, dalla morte, dal vuoto che ci abita. Il grande equivoco è pensare che il verbo “avere” possa sostituire il verbo “essere”. Eppure nessuno di noi vale per ciò che possiede. Il nostro valore precede ogni conquista e resiste a ogni perdita. Possiamo perdere tutto senza per questo smettere di essere qualcuno. Anzi, spesso è proprio quando non abbiamo più niente a cui aggrapparci che scopriamo chi siamo davvero. In realtà, noi diventiamo veramente noi stessi quando impariamo a donare. Il dono è il contrario della cupidigia, perché mentre la cupidigia stringe le mani per trattenere, l'amore le apre per consegnare. Chi accumula vive con il timore che qualcosa finisca. Chi dona scopre che la vita cresce quando viene condivisa. Gesù non ci chiede di disprezzare i beni, ma di non trasformarli in un idolo. Le cose sono buone quando servono la vita, diventano una prigione quando pretendiamo che siano esse a salvarla. Alla fine non ci sarà chiesto quanto siamo riusciti a conservare, ma quanto amore abbiamo avuto il coraggio di mettere in circolo. Perché la nostra vera ricchezza non è ciò che resta nelle nostre mani, ma ciò che attraverso le nostre mani è arrivato agli altri.
(Luca 12,13-21)

Buona Domenica!
18/10/2026

Buona Domenica!

«Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonat...
17/10/2026

«Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato». Sono parole che possono spaventare, soprattutto se immaginiamo che Gesù stia parlando semplicemente di una bestemmia pronunciata con le labbra. In realtà qui è in gioco qualcosa di molto più profondo. La bestemmia contro lo Spirito Santo è il rifiuto ostinato di quella grazia attraverso cui Dio vuole salvarci. Non significa che esista un peccato più grande della misericordia di Dio, ma che persino la misericordia, per salvarci, ha bisogno di essere accolta. Pensiamo a una persona che sta affogando e non sa nuotare. Qualcuno le lancia un salvagente. Tutto ciò che deve fare è aggrapparsi. Se però decide ostinatamente di rifiutarlo, quel salvagente non potrà salvarla. Non perché chi glielo ha lanciato abbia smesso di volerla salvare, ma perché nessuna salvezza può essere imposta contro la libertà. Cristo è venuto precisamente per questo: raggiungerci mentre stavamo affogando e offrirci una possibilità di salvezza. Lo Spirito Santo rende presente dentro la nostra vita questa possibilità, ci convince del peccato, ci apre alla verità, ci spinge alla conversione, ci fa desiderare di tornare a Dio. Rifiutare lo Spirito significa allora arrivare al punto di chiamare inutile proprio ciò che potrebbe salvarci. Significa chiudere la porta dall’interno e continuare a rifiutare la mano che Dio non smette di tenderci. L’«imperdonabile» non descrive quindi il limite della misericordia di Dio, ma il dramma della nostra libertà. Dio può perdonare ogni peccato, ma non può costringerci ad accogliere il suo perdono. Per questo queste parole di Gesù non dovrebbero generare paura, ma responsabilità. Finché desideriamo essere salvati, finché sentiamo il bisogno di tornare a Dio, finché siamo disposti ad aggrapparci alla sua misericordia, quella porta è ancora aperta.
Il vero pericolo non è essere caduti. È convincersi di non avere più bisogno della mano che può rialzarci.
(Luca 12,8-12)

«Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i cape...
16/10/2026

«Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati». Gesù usa immagini semplicissime per consegnarci una delle verità più belle della fede: nessuno di noi è dimenticato. Noi possiamo dimenticarci di Dio, possiamo persino dimenticarci di noi stessi, del nostro valore e della nostra dignità, ma Dio non si dimentica di noi. Il suo amore raggiunge persino quei dettagli della nostra esistenza che agli occhi degli altri sembrano insignificanti. «Non abbiate paura: valete più di molti passeri!». È questa consapevolezza che dovrebbe liberarci lentamente dalla paura. Molte delle nostre angosce, infatti, nascono dalla sensazione di essere soli davanti alla vita, come se tutto dipendesse esclusivamente da noi, dalle nostre capacità, dalle nostre decisioni, dalla nostra forza. Ma se siamo custoditi da uno sguardo che non perde nemmeno il più piccolo dettaglio della nostra esistenza, allora possiamo smettere di vivere come se fossimo abbandonati a noi stessi. Anche il senso di inadeguatezza nasce spesso dall’aver dimenticato questa verità. Misuriamo il nostro valore attraverso i risultati, il giudizio degli altri, i successi, le capacità. Gesù invece ci dice che il nostro valore viene prima di tutto questo. Siamo preziosi perché siamo amati. La vita spirituale consiste anche nel fare continuamente memoria di questo amore. Pregare significa ricordarsi che siamo sotto lo sguardo di Qualcuno che ci conosce fino in fondo e, proprio perché ci conosce fino in fondo, continua ad amarci. Questo non significa che nulla di doloroso potrà accaderci. Significa sapere che nulla di ciò che ci accade viene vissuto fuori dallo sguardo di Dio, e questo dovrebbe bastare a darci una vera pace.
(Luca 12,1-7)

«Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli ch...
15/10/2026

«Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito». È un rimprovero durissimo quello che Gesù rivolge a chi, invece di aiutare le persone ad arrivare a Dio, finisce per diventare un ostacolo. Si può conoscere molto di Dio e, paradossalmente, rendere difficile agli altri incontrarlo. Accade quando trasformiamo la fede in un insieme complicato di regole, spiegazioni, tecniche e prestazioni, dimenticando ciò che dovrebbe essere il cuore di tutto: la relazione con Lui. La testimonianza di santa Teresa di Gesù, di cui oggi facciamo memoria, sembra essere esattamente il contrario. La sua esperienza spirituale è diventata per moltissime persone una porta aperta, una strada attraverso cui riscoprire la possibilità di un rapporto personale con Dio. In fondo Teresa ha fatto qualcosa di straordinariamente semplice: ha insegnato a pregare. Ma pregare, per lei, non significa innanzitutto conoscere formule particolari o padroneggiare tecniche spirituali. Significa frequentare Qualcuno che sappiamo ci ama. Quando comprendiamo questo, la preghiera smette di essere una prestazione religiosa e torna a essere una relazione. Forse molte volte facciamo fatica a pregare proprio perché pensiamo di dover fare qualcosa, provare qualcosa, riuscire in qualcosa. Teresa ci ricorda invece che possiamo semplicemente presentarci davanti a Dio così come siamo e lasciarci incontrare da Lui. È questa la chiave che apre la porta della vita spirituale: sapere di essere amati e decidere di rimanere in relazione con Colui che ci ama. La santità allora non consiste nel conoscere complicati segreti spirituali, ma nel prendere sul serio questa relazione fino a lasciare che trasformi tutta la nostra vita.
(Luca 11,47-54)

Siamo diventati esperti di apparenza. Sappiamo mantenere la forma, salvare l’immagine, mostrare agli altri ciò che vorre...
14/10/2026

Siamo diventati esperti di apparenza. Sappiamo mantenere la forma, salvare l’immagine, mostrare agli altri ciò che vorremmo pensassero di noi. Ma Gesù ci mette davanti a una verità scomoda: possiamo essere impeccabili esteriormente e trascurare proprio le cose che contano di più, «la giustizia e l’amore di Dio». La giustizia, nel Vangelo, non è un concetto astratto. Significa riconoscere concretamente all’altro ciò che gli spetta. Significa trattare chi ci è accanto con rispetto, attenzione, cura, misericordia. Perché possiamo essere formalmente corretti e nello stesso tempo profondamente ingiusti. Possiamo dispensare sorrisi e avere la morte dentro. Possiamo usare parole educate e coltivare rancore. Possiamo compiere gesti religiosi e continuare a giudicare senza misericordia. Possiamo preoccuparci moltissimo di ciò che gli altri vedono e pochissimo di ciò che Dio vede. Gesù vuole portarci precisamente lì, in quella parte nascosta di noi stessi dove nessuno può entrare se non Dio. È sotto il tappeto del cuore che accumuliamo tutto ciò che non vogliamo affrontare: risentimenti, gelosie, ferite, doppiezze, desideri sbagliati. Eppure la vera conversione comincia proprio da lì. Il cristianesimo non è un’operazione cosmetica sulla nostra immagine. Non lucida semplicemente i comportamenti, ma cerca di trasformare il cuore. Per questo non dovremmo domandarci soltanto se stiamo facendo le cose giuste. Dovremmo domandarci con quale cuore le stiamo facendo. Perché possiamo ingannare gli altri e qualche volta persino noi stessi, ma davanti a Dio rimane sempre visibile ciò che siamo veramente. La conversione comincia quando smettiamo di preoccuparci soltanto di apparire buoni e permettiamo finalmente a Cristo di renderci buoni nel segreto del cuore.
(Luca 11,42-46)

«Voi purificate l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria». Gesù pronu...
13/10/2026

«Voi purificate l’esterno della coppa e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria». Gesù pronuncia queste parole davanti a un fariseo che forse si sarà pentito di averlo invitato a pranzo. Ma Gesù non è venuto a insegnarci un galateo religioso. È venuto a insegnarci quella igiene interiore senza la quale possiamo apparire impeccabili fuori e rimanere profondamente disordinati dentro. È molto più facile occuparsi dell’esterno. Possiamo controllare i comportamenti pubblici, salvare le apparenze, costruire una buona immagine di noi stessi. Ma la vera conversione comincia quando abbiamo il coraggio di guardare ciò che abita il cuore: le intenzioni, i desideri, i rancori, le paure, le gelosie, il bisogno di possedere e di controllare. Gesù indica anche una strada concreta per questa purificazione: «Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro». Non si tratta semplicemente di dare qualcosa ai poveri. Gesù sta indicando la logica del dono come medicina contro quella parte di noi che vorrebbe continuamente trattenere, possedere e usare tutto per sé. Il contrario dell’avidità non è semplicemente la povertà. È la capacità di donare. Quando impariamo a vivere pensando anche al bene di chi ci sta accanto, qualcosa dentro di noi comincia a guarire. Il denaro, il tempo, le capacità, gli affetti, persino la nostra stessa vita smettono di essere cose da difendere e diventano possibilità di bene. è questo il vero segreto della gioia.
(Luca 11,37-41)

Mentre le f***e si accalcano attorno a Gesù, Egli pronuncia parole durissime: «Questa generazione è una generazione malv...
12/10/2026

Mentre le f***e si accalcano attorno a Gesù, Egli pronuncia parole durissime: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno». È interessante che Gesù non si lasci impressionare dal numero delle persone che lo circondano. Sa bene che si può stare molto vicini a Lui e, nello stesso tempo, cercarlo per il motivo sbagliato. È una lezione importante anche per la Chiesa. Siamo facilmente rassicurati dai numeri. Una chiesa piena, un evento capace di radunare migliaia di persone, un’esperienza ecclesiale che cresce rapidamente ci sembrano immediatamente segni di successo. Ma il Vangelo ci obbliga a porci una domanda più seria: che cosa stanno cercando veramente quelle persone? La quantità non coincide necessariamente con la qualità. Anche nella società una folla può raccogliersi attorno a qualcosa di sbagliato. Il consenso non trasforma automaticamente una cosa in verità. Gesù allora indica un altro criterio: «il segno di Giona». Giona non conquista Ninive con effetti speciali o manifestazioni straordinarie. Annuncia una parola che chiede conversione, e gli abitanti di Ninive prendono sul serio quell’annuncio. È questo il vero miracolo che dovremmo desiderare: una Parola capace di cambiarci.
Possiamo ascoltare il Vangelo ogni giorno, partecipare alla Messa, conoscere molte cose della fede e rimanere esattamente come prima. Il problema non è quanto abbiamo ascoltato, ma quanto di ciò che abbiamo ascoltato è riuscito a convertirci. La santità di San Carlo Acutis, che oggi ricordiamo, ci riporta proprio all’essenziale. Una vita breve può diventare straordinariamente feconda quando prende sul serio le cose semplici e decisive della fede.
San Carlo si è aggrappato al vangelo, al Rosario, all’Eucarestia quotidiana, all’amore per i poveri e tutto questo ne ha fatto un vero capolavoro.
(Luca 11,29-32)

Una riflessione di padre Antoine Chevrier a settimana!“Anche Gesù Cristo è il centro dove tutto deve riunirsi e da cui t...
11/10/2026

Una riflessione di padre Antoine Chevrier a settimana!

“Anche Gesù Cristo è il centro dove tutto deve riunirsi e da cui tutto deve partire. Per andare in cielo, bisogna passare per questo centro. Il presepe, il calvario il tabernacolo no sono forse i centri dove devono recarsi tutti gli uomini per ricevere la vita, la pace e ripartire di là per andare a Dio?” (Vero Discepolo, 104).

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