Associazione antimafia "Antonino Caponnetto"

Associazione antimafia "Antonino Caponnetto" L’Associazione per la lotta contro le illegalità e le mafie "Antonino Caponnetto" è a disposizio

24/06/2026

Gratteri al Festival “Trame”: “Il governo sta smontando la giustizia, opposizione tiepida. Io in politica? Penso di no”

22/06/2026, 11:22

“Tutte le riforme fatte non sono servite a nulla, se non a essere dannose, soprattutto in termini di rallentamento dell’acquisizione della prova”, ha affermato Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Napoli, intervenuto a chiusura del Festival dei libri sulle mafie “Trame” a Lamezia Terme.

Duro l’intervento di Gratteri sulle riforme della giustizia: “Non sto vedendo l’opposizione strapparsi i capelli per queste riforme. Questa è una cosa che deve essere chiara a tutti”, ha affermato Gratteri. Poi l’affondo: “Stiamo smontando come un trenino Lego tutto il sistema giudiziario, per poi alla fine non toccare i colletti bianchi”.

Il procuratore ha criticato in particolare la riforma della Corte dei Conti: “Se un pubblico amministratore fa un danno di 100 mila euro, paga solo 30 mila. Quindi con lo sconto del 70%, manco fossero i saldi di fine stagione”. E ha aggiunto: “Sapete quel 70% chi lo paga? Lo paghiamo noi con le nostre tasse. Noi facciamo un buono al pubblico amministratore che non ha saputo amministrare, che magari ha elargito favori a centri di potere che portavano pacchetti di 500, 1000 voti”.

Secondo Gratteri, la risposta politica non è stata all’altezza: “Io ho visto un’opposizione tiepida. Per una riforma come quella sulla Corte dei Conti, Verdi e Sinistra italiana avrebbero dovuto occupare il Parlamento”.

Tornando sul referendum per la separazione delle carriere, Gratteri ha rivendicato la campagna per il no e ha raccontato il clima politico di quei mesi: “Persone che tu avevi a tre metri le hai stanate e sono uscite allo scoperto. Gente che recitava è venuta fuori. Hanno dovuto prendere posizione, perché c’erano padroni che li chiamavano a prendere posizione”.

Su Fratelli d’Italia e sugli attacchi durante la campagna referendaria: “Pesante vedere per mesi ogni mattina due, tre post su siti ufficiali dei partiti, diffamatori nei miei confronti. L’ultimo era domenica mentre si votava, non rispettando il silenzio che ci deve essere 24 ore prima: c’erano dei post, ad esempio sul sito di Fratelli d’Italia, contro di me”.

Alla domanda su una sua possibile discesa in politica, Gratteri ha risposto: “Io penso di no”. E ha aggiunto: “Io ho una storia di coerenza di vita. Nella mia testa sono stato sempre all’opposizione”. Poi la chiusura: “Sono il felice procuratore di Napoli”.

Ampio spazio anche all’evoluzione delle mafie. Secondo Gratteri, oggi la criminalità organizzata non ha più necessariamente bisogno di esibire violenza: “La mafia non uccide, non ha bisogno di uccidere. La mafia ha bisogno di incontri, ha bisogno di abbracci con gli uomini delle istituzioni, che spesso sono tutta una cosa”.

Il procuratore ha messo in guardia dal potere economico delle organizzazioni criminali: “Le mafie, anche se non uccidono, sono pericolose, perché con i milioni di euro del provento della cocaina comprano attività commerciali, drogano il mercato, comprano pezzi di giornale, comprano pezzi di televisione”. E ancora: “Se compro l’informazione è un’involuzione democratica, e voi non saprete quello che accade nel mondo e quello che accade sul vostro territorio”.

Sul rischio di una maggiore permeabilità dei colletti bianchi ai capitali mafiosi, Gratteri ha detto: “Oggi siamo più poveri rispetto a dieci anni fa, il nostro potere d’acquisto è del 6,9% in meno. Però vogliamo continuare lo stesso a vivere, noi colletti bianchi, noi mondo delle professioni, vogliamo continuare a vivere come vivevamo prima. E quindi siamo più propensi, più proni a venderci, a prostituirci per mezzo dei soldi delle mafie”.

Il procuratore ha poi parlato del traffico di armi e dei rischi legati alle nuove tecnologie: “Immaginate quando finirà la guerra Ucraina-Russia: le nostre mafie andranno lì a fare shopping, a comprare armi, a comprare esplosivo a prezzi da saldo”. E ancora: “Le mafie oggi utilizzano il dark web, utilizzano l’intelligenza artificiale per decidere quale rotta far fare alla nave e per avere meno probabilità di essere intercettati”.

Gratteri ha tracciato anche un bilancio dei primi anni alla guida della procura di Napoli: “In un anno abbiamo definito 6500 fascicoli in più, con lo stesso numero di magistrati. E nel 2025, rispetto agli anni precedenti, abbiamo triplicato le rogatorie internazionali, abbiamo raddoppiato le demolizioni: prima si demolivano 70 palazzi l’anno, adesso ne demoliamo 180. E c’è un terzo in più di arresti”.

A “Trame” è intervenuto anche Jacques Charmelot, autore e regista della docuserie “World Wide Mafia, ‘Ndrangheta” su Gratteri e il processo “Rinascita Scott”, ritirata da Disney+ tra le polemiche. Charmelot ha accusato: “Big Media ha paura di Big Mafia perché fanno parte della stessa struttura del capitalismo senza limiti e senza frontiere”.

Sulla diffida legale del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, Charmelot ha detto: “Abbiamo fatto un lavoro giornalistico onesto, rispettando le leggi, le indicazioni ricevute e garantendo la protezione dei protagonisti”. E sulla Calabria ha affermato: “Questa parte d’Italia è stata dimenticata dal potere di Roma e dal potere economico in generale”.

Fonte:https://ildispaccio.it/calabria/2026/06/22/gratteri-al-festival-trame-il-governo-sta-smontando-la-giustizia-opposizione-tiepida-io-in-politica-penso-di-no/

MAZZETTA DA MEZZO MILIONE a Carlo Marino da Antonio Luserta: ecco l’accusa della procura all’ex sindaco di CASERTA. Il p...
24/06/2026

MAZZETTA DA MEZZO MILIONE a Carlo Marino da Antonio Luserta: ecco l’accusa della procura all’ex sindaco di CASERTA. Il piano per beccare l’appalto da 9.5 MILIONI

22 Giugno 2026 – 16:05

CASERTA – Con il passare delle ore, emergono ulteriori dettagli sull’indagine per corruzione che vede coinvolti l’ex sindaco, decaduto dopo lo scioglimento per infiltrazione criminale di Caserta, Carlo Marino, il suo storico amico e socio di studio, nonché da Marino nominato a capo dell’azienda dei Servizi Sociali, l’avvocato Vincenzo Iorio e l’imprenditore cavaiolo Antonio Luserta.

Secondo quanto ipotizzato dalla Procura e come riporta Ansa, Carlo Marino, quando era ancora sindaco, si sarebbe attivato personalmente presso Rete Ferroviaria Italiana per favorire l’assegnazione di un appalto del valore di quasi 9,5 milioni di euro all’imprenditore. Un intervento che, sempre secondo l’accusa, non sarebbe stato disinteressato: in cambio del suo sostegno, l’ex sindaco avrebbe ricevuto una somma di oltre 200mila euro, personalmente e attraverso la figlia Rita, che rappresenterebbe una parte di una più consistente mazzetta da 530mila euro.

Iorio avrebbe ricevuto 530.200 euro nell’arco di dieci mesi. Da lui sarebbero poi transitati 115.964,80 euro verso Carlo Marino in sei mesi e 87.910 euro verso la congiunta in due mesi. In totale, alla famiglia dell’ex sindaco sarebbero arrivati 203.872 euro.

L’obiettivo era quello di presentarsi a RFI per l’utilizzo della cava Santa Lucia come sito di destinazione delle Terre e Rocce da Scavo provenienti dai cantieri della nuova tratta ferroviaria Napoli-Bari. In cambio della disponibilità garantita dalla sua carica istituzionale, Marino avrebbe ricevuto da Luserta, tramite l’avvocato Iorio, una serie di incarichi di consulenza che gli stessi magistrati definiscono “fittizie e/o gonfiate e comunque non necessarie”, i cui compensi sarebbero stati in parte restituiti da Iorio a Marino e alla figlia di quest’ultimo, Rita.

Come raccontato ieri, l’avvocato Iorio avrebbe svolto il ruolo di intermediario tra Luserta e Marino. L’attenzione degli investigatori si è concentrata in particolare su due documenti ufficiali del Comune, datati luglio e novembre 2022, che riguardano la bonifica dell’ex sito estrattivo. Documenti che avrebbero aperto le porte a Luserta e quindi fargli vincere l’appalto di RFI.

L’ipotesi accusatoria si basa sul sospetto che tra maggio 2024 e ottobre 2025, nell’area della cava, siano stati depositati materiali provenienti dai cantieri della Tav (ferrovia ad alta velocità), classificati come “terre e rocce da scavo”. Secondo la Procura, questi materiali – per un volume stimato di circa 340mila metri cubi – non sarebbero stati smaltiti come semplici sottoprodotti, bensì trattati alla stregua di rifiuti, senza le dovute autorizzazioni e in contrasto con il progetto di ripristino ambientale presentato per l’area.

A far scattare le verifiche sarebbe stato un esposto anonimo, nel quale veniva segnalato un intenso viavai di mezzi pesanti, lo spostamento di ingenti quantità di terra e lo svolgimento di lavori giudicati incompatibili con un semplice intervento di recupero paesaggistico.

Fonte:https://casertace.net/mazzetta-da-mezzo-milione-a-carlo-marino-da-antonio-luserta-ecco-laccusa-della-procura-allex-sindaco-il-piano-per-beccare-lappalto-da-9-5-milioni/

24/06/2026

Mettetevi a posto con gli amici”, arrestati fratello, figlio e genero dei boss di Casavatore e Melito

Di Redazione Internapoli

22 Giugno 2026

Un sistema estorsivo strutturato, caratterizzato da minacce, pressioni e violenze, e accompagnato da riferimenti espliciti al clan Amato-Pagano. È questo il quadro ricostruito dai Carabinieri della Compagnia di Casoria che ha portato all’arresto di Vincenzo Pagano, Lino Caiazza ed Elpidio Patricelli, ritenuti organici ai gruppi camorristici Amato-Pagano e Ferone e coinvolti in una serie di estorsioni ai danni di due imprenditori edili di Casavatore.

Le indagini hanno riguardato i titolari di un’impresa edile, che secondo la ricostruzione degli investigatori sarebbero stati avvicinati a partire da gennaio 2026 da Elpidio Patricelli, genero del boss Ernesto Ferone. In quella fase iniziale, Patricelli avrebbe intimato loro di “mettersi a posto con gli amici di Casavatore”, spiegando che era necessario denaro “per il sostentamento delle famiglie dei carcerati”. Successivamente, al rifiuto degli imprenditori, avrebbe ribadito che “non avevano avuto un buon comportamento nei confronti della famiglia”, facendo intendere la continuità delle pressioni.

La vicenda, secondo gli inquirenti, si sarebbe poi aggravata nel mese successivo, quando la richiesta si sarebbe trasformata nella pretesa di consegnare un’autovettura di lusso, una Audi RS3. In questa fase, durante una videochiamata in vivavoce, sarebbe intervenuto anche Lino Caiazza, figlio del ras degli Amato-Pagano Pierino, riconosciuto dalla vittima nel corso della comunicazione, che avrebbe confermato la richiesta, invitando Patricelli a farsi consegnare il veicolo.

Nel mese di marzo 2026, le vittime sarebbero state convocate in un edificio di Casavatore, dove ad attenderli si trovavano Patricelli, Vincenzo Pagano, fratello del superboss degli Scissionisti Cesare, e altri soggetti non identificati. In quell’occasione, secondo quanto riferito dalla parte lesa, la pressione sarebbe stata ulteriormente rafforzata, sempre con riferimento alla consegna dell’auto e con l’esplicita evocazione della forza intimidatoria del gruppo.

Il 28 aprile 2026 rappresenta uno dei momenti centrali della vicenda. In quella data, Patricelli avrebbe avvicinato uno dei titolare della ditta edile nei pressi del Comune di Casavatore, dicendogli: “dopo portaci la macchina e ti faccio sapere dovo e quando”. Poche ore più tardi, sempre nello stesso contesto territoriale, sarebbe intervenuto Vincenzo Pagano, che avrebbe ulteriormente intimidito le vittime, presentando le richieste come provenienti da soggetti pericolosi e tali da non poter essere ignorati.

In quella stessa occasione, secondo la ricostruzione accusatoria, Pagano avrebbe avuto un comportamento violento nei confronti di una delle vittime, rivolgendole frasi pesantemente minacciose, tra cui: “adesso vieni con me, ci hai fatto un bo***ino, tu devi dare la macchina a questi qua”, per poi colpirlo con uno schiaffo e sputargli in faccia. Mentre la vittima si allontanava, l’uomo avrebbe proseguito nell’azione aggressiva colpendolo con un calcio e urlando: “mi devi dare la macchina uomo di m***a, la storia non finisce qua”.

Nei giorni successivi, la pressione sarebbe proseguita senza interruzioni. Il 4 maggio 2026, sempre Pagano avrebbe intercettato le vittime, fermando bruscamente la propria auto in loro prossimità e rivolgendosi con tono intimidatorio, dicendo: “allora non avete capito cosa dovete fare”, per poi allontanarsi a forte velocità.

Ulteriori episodi sarebbero stati registrati anche nei giorni successivi, con continui avvicinamenti e messaggi indiretti riconducibili al gruppo, tra cui quello riferito da un soggetto non identificato che avrebbe detto: “ha detto lo zio che questa storia è finita qua e non vuole sapere più niente”, aggiungendo, alla richiesta di chiarimenti, “Vincenzo sce sce”.

Le indagini hanno inoltre documentato ulteriori movimenti sospetti nei pressi del cantiere delle vittime, con la presenza di soggetti in scooter che avrebbero chiesto informazioni sugli imprenditori e tentato di avvicinarli, mentre successivi riscontri video hanno permesso agli investigatori di confermare diversi incontri e spostamenti dei soggetti coinvolti nei giorni chiave dell’attività estorsiva.

Secondo l’impostazione accusatoria, gli indagati avrebbero agito in concorso tra loro, con modalità tipicamente camorristiche e facendo leva sull’evocazione del clan Amato-Pagano per rafforzare la pressione sulle vittime, al fine di ottenere denaro o la consegna del veicolo. Le condotte non si sarebbero concretizzate esclusivamente per il rifiuto opposto dagli imprenditori.

Fonte:https://internapoli.it/mettetevi-a-posto-con-amici-arrestati-fratelli-e-genero-dei-boss-di-casavatore-e-melito/

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24/06/2026

Torturato dal clan Mazzarella, arriva la sentenza per il nipote del boss e i complici

Di Alfonso D'Arco

22 Giugno 2026

Una trappola vera e propria. Quella in cui incappò un uomo di Pozzuoli accusato di aver truffato un cittadino marocchino con la classica tecnica della mattonella (al posto di cellulari comprati con denaro cash vengono messe appunto della mattonelle). Il malcapitato però non sapeva che il truffato si era rivolto al nipote del boss Gennaro Mazzarella, Giovanni Frullo che, insieme ad altri due complici (Vincenzo Quintiliano e Farid Cinquegrana) diede appuntamento all’uomo, accompagnato dal cognato, per poi sequestrarlo e chiedere un ‘riscatto’ di 10mila euro.

Somma poi versata solo dopo che i familiari dell’uomo videro cosa gli era stato fatto (uno screen inviato via Whatsapp ai suoi parenti) al loro congiunto. A partire da quella foto gli uomini della sezione Omicidi squadra mobile (dirigente Giovanni Leuci e coordinati dal vice questore Luigi Vissicchio) sono risaliti ai tre con gli arresti nell’ottobre del 2024. In primo grado erano arrivate pesanti condanne a 14 anni. La difesa, per Frullo e Quintiliano l’avvocato Domenico Dello Iacono, per Bourial l’avvocato Paolo Gallina mentre per Cinquegrana l’avvocato Dario Carmine Procentese, per mitigare la situazione processuale dei loro assistiti si è rifatta ad una recente pronuncia della Corte Costituzionale (luglio 2025).

Secondo quest’ultima, vigendo il principio della proporzionalità della pena per reati complessi è possibile applicare il principio della scomposizione. In pratica il sequestro di persona a scopo estorsi o si può appunto ‘scomporre’ nel sequestro semplice e nell’ estorsione. Grazie all’accoglimento di tale principio di diritto gli imputati, dinnanzi alla V corte d’Assise d’appello di Napoli, hanno visto ridursi la loro pena a 9 anni e un mese.
LA RICOSTRUZIONE

La vittima fu rintracciata all’interno di un’abitazione delle Case Nuove, a ridosso dell’ospedale Loreto Mare. All’interno dell’appartamento oltre alla vittima, in precarie condizioni di salute, fu individuato uno dei suoi aguzzini, il cittadino marocchino Mohammed Burial ossia colui che aveva dato inizio a tutto che fu così arrestato. Le successive attività d’indagine consentirono agli investigatori di acquisire gravi elementi indiziari a carico degli altri tre indagati che, durante il sequestro di persona, avrebbero sottoposto la vittima, per circa 4 ore, ad un violento pestaggio nel corso del quale le avevano rotto delle piastrelle sul capo, le avevano provocato delle bruciature sugli arti e sulle orecchie con una sigaretta e le avevano spezzato alcuni denti.

Ai tre era contestata l’aggravante camorristica. Giovanni Frullo è nipote diretto dei Mazzarella e avrebbe la reggenza del gruppo nella zona del Mercato, Cinquegrana invece ha un curriculum criminale di tutto rispetto. Di lui hanno parlato diversi collaboratori di giustizia come: «E’ un membro del clan Mazzarella ed è persona di fiducia di Alberto Mazzarella; insieme a lui, a Buonerba Pasquale, Amoroso Emanuele, Esposito Gennaro, detto “Cap e Bomb” ed un tale detto “O’Nan”, siamo stati sorpresi dalla Squadra Mobile durante un summit di camorra a casa di Esposito, fatto di cui ho in precedenza già riferito. Ricordo ancora che insieme a Cinquegrana, ad Esposito Gennaro e Buonocore Gennaro abbiamo fatto l’attentato agli uomini del clan Rinaldi, nel giorno del secondo sabato del gennaio 2018, fatto di cui ho già in precedenza riferito. Io conosco Cinquegrana da anni e ricordo che già nel 2008, durante il mio arresto per possesso di hashish, fatto di cui ho già riferito in un precedente interrogatorio, egli faceva parte del clan Mazzarella; in occasione del mio arresto io mi trovavo proprio in compagnia di Cinquegrana davanti all’officina di mio padre».

Fonte:https://internapoli.it/torturato-dal-clan-mazzarella-arriva-la-sentenza-per-il-nipote-del-boss-e-i-complici/

24/06/2026

Racket a Frattaminore, arrivano le condanne in appello per il clan Landolfo

Di Alfonso D'Arco

18 Giugno 2026

Camorra ed estorsioni a tappeto nei comuni dell’hinterland, quasi un secolo di carcere anche in appello per i ras del clan Landolfo. Questa la decisione dei giudici di secondo grado per i capi e gregari della cosca di Frattamaggiore capeggiata da Pasquale Landolfo. Quest’ultimo, difeso dall’avvocato Rocco Maria Spina, è passato dal cumulo di condanne pari a 20 anni per camorra e 14 per droga ad un totale di 17 anni.

Tra le altre riduzioni vi sono poi i 6 anni e sei mesi per Carmela Landolfo (rispetto agli 8 anni e dieci mesi del primo grado), 6 anni e due mesi per Massimo Landolfo (rispetto ai 10 del primo grado) e per il genero del boss Gennaro Ercolanese: tutti difesi da Rocco Maria Spina. Altra riduzione quella per Pasquale Battista che da 10 anni passa a 7 anni: l’uomo è difeso dall’avvocato Domenico Dello Iacono.

Riduzione anche per Pasquale Luciaioli che da 12 anni passa a 9 anni: difeso dall’avvocato Luigi Poziello. Ecco le altre condanne: Ciccarelli Giovanni 3 anni e otto mesi, Ciccarelli Ciro 3 anni e quattro mesi, Mario Pellino 6 anni Michele Leodato 5 anni e quattro mesi, Zanfardino Valentino 6 anni e quattro mesi.
Come è partita l’inchiesta contro il clan Landolfo

Le accuse per gli imputati andavano dall’associazione di tipo mafioso alle estorsioni e tentate estorsioni, alla detenzione e porto di armi fino alla detenzione a fine di spaccio di droga. In particolare era finito nel mirino il clan Pezzella, retto storicamente da Francesco Pezzella detto “pan ’e ran”, il boss “innominabile” dagli affiliati perché temeva moltissimo le intercettazioni.

L’inchiesta è partita dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra i quali figura Pasquale Cristiano, ex capo del clan della 167 di Arzano, temibile articolazione degli Amato-Pagano. Così è stata ricostruita la faida tra la famiglia malavitosa capeggiata da Giuseppe Monfregolo e il gruppo criminale che Cristiano gestiva insieme con Vincenzo Mormile, faida innescata dall’omicidio di Salvatore Petrillo, parente di Cristiano, vittima di un agguato il 24 novembre 2021, davanti al “Roxy Bar” di Arzano.

Fonte:https://internapoli.it/racket-a-frattaminore-arrivano-le-condanne-in-appello-per-il-clan-landolfo/

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24/06/2026

“Oggi comandano i Caiazza”, parla l’ex fedelissimo del clan Amato-Pagano

Di

Alessandro Caracciolo

22 Giugno 2026

Alessandro De Cicco ha fornito importanti dettagli sul clan Amato-Pagano e sul loro controllo criminale a Melito. L’ex ras scissionista, noto come ‘o Gettone, è stato interrogato dai magistrati della DDA di Napoli rilasciando un verbale all’inizio del 2026, contenuto nell’ultima ordinanza di custodia cautelare emessa dal Tribunale su richiesta della Procura partenopea, guidata da Nicola Gratteri. La recente inchiesta è culminata con l’arresto di Lino Caiazza, Vincenzo “Sce sce” Pagano e Elpidio Patricelli.
La tentata estorsione a Casavatore

Le indagini, condotte dalla Sezione Operativa della Compagnia di Casoria nel periodo tra aprile e giugno 2026, sono partite dopo la scoperta di un tentativo di estorsione risalente allo scorso gennaio ai danni di due fratelli imprenditori di Casavatore da parte di alcuni appartenenti al clan Ferone e agli Scissionisti melitesi, evento poi confermato anche dalle vittime stesse.

Il tentativo di estorsione, consistito in richieste sia di soldi sia dell’auto di proprietà dei fratelli, è proseguito sino al mese di maggio scorso e ha registrato anche alcuni episodi violenti, nel corso dei quali le vittime sono state aggredite da uno degli estorsori con calci e schiaffi al volto. Quanto raccontato dalle vittime è stato anche accertato dai militari attraverso l’analisi delle immagini di videosorveglianza.
“Ecco chi comanda a Melito”, le accuse contro la famiglia Caiazza

“Mi hanno minacciato perché M. M. mi salutò per telefono e mi disse di essere stato con mio fratello (Gennaro, ndr) a Melito; a me è sembrato molto strano perché oggi comandano i Caiazza… Tutte queste cose le ho sapute utilizzando il telefono che illecitamente avevo in carcere e che ho
poi consegnato alla polizia penitenziaria“, ha dichiarato De Cicco in merito alla figura di Lino Caiazza, figlio del ras Pietro detto Pierino.

Gli arrestati sono stati raggiunti dalla misura cautelare in carcere disposta in sede di indagini preliminari avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione e i cui destinatari sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunte innocenti fino a sentenza definitiva.
Chi è il pentito Alessandro De Cicco

Alessandro De Cicco era un ras importante nel clan di Melito perché aveva la fiducia degli esponenti di vertice. Il 35enne è l’ex cognato di Debora Amato, un legame familiare che sarebbe stato tenuto in conto nel designare l’organigramma scissionista. Alla fine di gennaio in aula c’è stato il colpo di scena, ‘o Gettone ha dichiarato di voler collaborare con la giustizia. Lo scorso dicembre la Procura di Napoli ha chiesto la condanna a 13 anni di reclusione a fronte della quale avrebbe deciso di saltare il fosso.

Il 26 gennaio 2026 De Cicco ha annunciato di voler collaborare con la giustizia, svelando diversi dettagli sui raid armati, sulla gestione delle piazze di spaccio della 219 di Melito, sull’organigramma e sulla composizione del clan Amato-Pagano. Inoltre, ‘o Gettone ha parlato anche dei rapporti con altre organizzazioni camorristiche, del traffico di droga e del riciclaggio di denaro condotto dagli affiliati alla cosca degli Scissionisti e dai loro alleati.

Fonte:https://internapoli.it/oggi-comandano-i-caiazza-parla-lex-fedelissimo-del-clan-amato-pagano/

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24/06/2026

Non sono mancate le sorprese nel processo che vedeva alla sbarra il gotha del clan Pezzella, gruppo attivo tra Frattamaggiore e Frattaminore. Il processo è quello con rito abbreviato (gip Dello Stritto). Il boss Michele Orefice rischiava 20 anni e invece ha rimediato 16 anni con assoluzione dall’accusa di associazione finalizzata al traffico di droga. Orefice era difeso dagli avvocati Leopoldo Perone e Antonio Mormile. Rischiava 20 anni anche Salvatore Mennillo che invece incassa 13 anni e quattro mesi difeso sempre dal tandem costituito dagli avvocati Perone e Mormile con assoluzione dall’accusa di associazione dedita al traffico di droga. Assolto invece Luigi Di Giorgio che rischiava 7 anni: in questo caso fondamentali si sono rivelate le argomentazioni del suo legale, l’avvocato Rocco Maria Spina. Altro risultato degno di nota quello conseguito per Nicola Lucaioli condannato a 9 anni e quattro mesi con esclusione aggravante mafiosa però inglobando una condanna a 5 anni e quattro mesi già espiata per cui gli restano da espiare solo quattro anni: decisive le argomentazioni del suo legale, l’avvocato Michele Caiafa che incassa un altro risultato degno di nota per Alessandra Arno per la quale erano stati richiesti otto anni e invece è stata condannata a un anno e nove mesi. Sia per Lucaioli che per la Arno è stata esclusa l’aggravante mafiosa.
Le altre condanne

Rischiava invece 16 anni il ras Corrado Polizzi che invece ha rimediato 11 anni e otto mesi con assoluzione da articolo 74 e da due episodi estorsivi contestatigli: Polizzi era difeso dagli avvocati Leopoldo Perone e Isidoro Spiezia. Tra le altre condanne Pasquale Cristiano 20 anni, Giovanni Cipolletti 15 anni e tre mesi, Domenico Crispino 12 anni, Andrea Fortunato 11 anni e quattro mesi, Antonio Esposito 9 anni e otto mesi, Nicola Lucaioli 9 anni e quattro mesi, Bruno Franzese 9 anni, Diego Russo 8 anni e sei mesi, Luigi Amendola 8 anni e due mesi, Dino Cristiano e Luisa Castaldi 7 anni, Gustavo Del Prete 6 anni e otto mesi, Vincenzo Setola 4 anni e cinque mesi, Francesco Di Silvestro 2 anni, Alessandro Arno 1 anno e nove mesi.
Le tre inchieste contro i clan di camorra

Il blitz contro il gruppo prendeva le mosse da tre inchieste: nella prima spiccava il nome di Orefice, inchiesta nata nel novembre 2022 a seguito della tentata estorsione ad una nota gioielleria di Frattaminore, che ha svelato l’esistenza di un’organizzazione criminale facente capo al clan Pezzella, ma coordinata sul territorio di Frattamaggiore e di Frattaminore (dopo l’arresto di Landolfo Pasquale) dallo stesso Orefice, dedita prevalentemente al compimento di attività estorsive e al traffico illecito di sostanze stupefacenti.

La seconda inchiesta verteva sulla figura di Cipolletti Giovanni, esponente di spicco della criminalità organizzata caivanese, che ha condotto anche all’accertamento di una serie di estorsioni commesse, con la complicità di Esposito Antonio, Franzese Bruno, Mennillo Salvatore, Orefice Michele e Fortunato Andrea, prevalentemente sui territori di Frattamaggiore e Crispano, per conto dell’organizzazione criminale diretta sul territorio di Frattamaggiore da Orefice Michele, al fine di agevolare il clan Pezzella. Orefice Michele, e sul territorio di Crispano, Fortunato Andrea.

La terza parte dell’inchiesta si concentrava sulla figura di Pasquale Cristiano, ritenuto dagli inquirenti il “referente criminale preposto dal direttorio camorristico di via Rossini al traffico\spaccio di sostanze stupefacenti su Frattaminore.

Fonte:https://internapoli.it/pezzella-condanne-orefice/

Nell’ottobre 2024, nel porto di Gioia Tauro, gli organi di controllo individuarono centinaia di chilogrammi di cocaina o...
24/06/2026

Nell’ottobre 2024, nel porto di Gioia Tauro, gli organi di controllo individuarono centinaia di chilogrammi di cocaina occultati all’interno di un container proveniente dall’Asia. Pochi mesi prima, nei grandi scali del Nord Europa, altri sequestri avevano confermato un dato ormai consolidato nelle relazioni della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga, di Europol e delle autorità doganali europee. Il traffico internazionale di cocaina continua a sfruttare la straordinaria capacità di occultamento offerta dal commercio marittimo globale.
Dietro ogni sequestro vi è però una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico.
Chi organizza realmente questi traffici?
L’immaginario collettivo continua a cercare la risposta nella figura del boss tradizionale. Le risultanze investigative degli ultimi anni raccontano invece una realtà molto più articolata. La cocaina che raggiunge l’Europa non percorre una strada lineare. Attraversa una filiera composta da produttori, intermediari, spedizionieri, referenti logistici, gruppi incaricati del recupero e soggetti specializzati nel riciclaggio dei proventi. Ognuno svolge una funzione precisa.
In questo sistema emerge una figura che compare con crescente frequenza nelle indagini internazionali ossia il broker criminale. Le relazioni della DCSA descrivono soggetti capaci di rappresentare contemporaneamente interessi differenti, mantenendo rapporti con organizzazioni criminali operanti in continenti diversi. Non necessariamente appartenenti a una singola struttura mafiosa, questi intermediari assicurano il collegamento tra i luoghi di produzione dello stupefacente e i mercati di destinazione, garantendo affidabilità, riservatezza e continuità operativa.
È una funzione che richiede conoscenze specifiche.
Occorre conoscere le rotte marittime, i porti, le società di spedizione, i sistemi di pagamento informali, le vulnerabilità della logistica e le dinamiche delle organizzazioni criminali coinvolte.
Le più importanti operazioni coordinate da Eurojust ed Europol hanno evidenziato come tali figure risultino spesso collocate al crocevia tra gruppi sudamericani, reti balcaniche, organizzazioni albanesi e strutture mafiose italiane. La dimensione economica prevale ormai su quella territoriale. Le indagini non descrivono un sistema fondato su alleanze permanenti o su appartenenze ideologiche. Descrivono piuttosto convergenze operative che si formano e si modificano in funzione dell’interesse economico.
È il motivo per cui, nelle principali inchieste europee sul narcotraffico, compaiono frequentemente soggetti di nazionalità diverse inseriti nella medesima filiera criminale.
Il porto rappresenta il punto di contatto tra questi mondi. Anversa, Rotterdam, Amburgo, Gioia Tauro e altri scali strategici costituiscono nodi essenziali di una rete che collega i centri di produzione sudamericani ai mercati di consumo europei.
Secondo Europol, le tecniche di occultamento più diffuse continuano a sfruttare il sistema containerizzato. La droga viene nascosta all’interno di carichi leciti oppure introdotta mediante il cosiddetto metodo rip-on/rip-off, che consente di contaminare il container senza coinvolgere formalmente il destinatario della merce.
L’analisi delle operazioni concluse negli ultimi anni mostra inoltre un fenomeno ricorrente: la crescente importanza della corruzione logistica.
L’accesso abusivo ai sistemi informatici portuali, l’indebita acquisizione dei codici di rilascio, la disponibilità di personale infedele e l’utilizzo di documentazione artefatta rappresentano elementi che ricorrono in numerose indagini europee.
In tale contesto il container non costituisce soltanto un mezzo di trasporto.
Rappresenta il punto di incontro tra economia globale e criminalità organizzata transnazionale.
Comprendere il narcotraffico contemporaneo significa quindi osservare non soltanto il carico sequestrato, ma l’intera infrastruttura relazionale, logistica e finanziaria che ne ha reso possibile il viaggio.
È all’interno di questa infrastruttura che si sviluppano le forme più evolute del potere criminale contemporaneo.
“Le organizzazioni criminali non prosperano soltanto dove circola la droga. Prosperano dove riescono a trasformare il traffico illecito in relazioni, denaro e consenso. È in quel passaggio che il fenomeno mafioso rivela la sua reale capacità di adattamento".

*Ispettore di Polizia Locale Ufficiale di Polizia Giudiziaria

fonte:https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/focus/il-porto-invisibile-della-cocaina

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