10/05/2024
DECOLONIZZARE IL MONDO
Di Marilina Veca
Quando si parla di colonialismo, generalmente si ha un moto di fastidio, quasi a voler dire: “Ma sono cose lontane! Orrori superati! Se ne parla nei libri di storia – quando se ne parla – ma è un fenomeno del passato!” Niente di più sbagliato: il colonialismo è più vivo, più attivo e più crudele che mai, e lo testimonia anche il successo e l’ampiezza del movimento decoloniale, soprattutto in Francia, cartina di tornasole della crisi identitaria dei ‘bianchi’. Anzi, ricordiamolo, che il colonialismo e la sottomissione di una parte del pianeta sono alla base della nascita dell’Europa moderna. Sui libri di storia ci raccontano che, con la concessione dell’indipendenza da parte delle potenze europee alle ultime colonie, il dominio coloniale si sarebbe concluso tra gli anni Quaranta e i Sessanta, ma questo non è vero, in realtà l’epoca coloniale non è mai finita. Innanzitutto è rimasta ben salda la dipendenza economica di tante ex colonie dalle potenze dominanti; si è consolidata la potenza dell’imperialismo statunitense, e infine è sorta quella forma subdola di neocolonialismo chiamata – con quell’uso invertito e mascherato delle parole che ben conosciamo come “cosmesi linguistica”, ossia chiamare le cose con un altro nome per farle accettare - collaborazione commerciale, forma di dominio economico che dimostra come il colonialismo abbia, in modo camaleontico, semplicemente assunto altre forme, come quelle del controllo economico e del controllo intellettuale.
La necessità di analisi e di lotta contro le nuove forme di colonialismo sono ben testimoniate dall’azione e dal pensiero di Houria Bouteldja , attivista, discendente da una famiglia di immigrati algerini arrivati in Francia negli anni ’60. Houria è portavoce del Parti des Indigènes de la République, che lotta da anni sul fronte del "Razzismo neocoloniale e antirazzismo decoloniale"; in Italia, nel 2017, è stato pubblicato il testo di Bouteldja I bianchi, gli ebrei e noi, per le edizioni Sensibili alle foglie
Houria analizza la crisi delle vecchie democrazie liberali rappresentate dagli stati a capitalismo avanzato, parlando della “grave crisi della bianchezza e del mondo occidentale”. In pratica, nella vecchia Europa le élites di destra sono sempre più reazionarie, mentre le élites di sinistra sono completamente confuse. In questo contesto, il movimento decoloniale, comparso in Francia intorno al 2005, ha avuto un forte seguito, proprio perché ha messo in crisi le élites francesi.
“Perché scrivo questo libro? – dice Houria in I Bianchi, gli Ebrei e Noi - Perché condivido l’angoscia di Gramsci: “Il vecchio mondo è morto. Il nuovo è di là da ve**re ed è in questo chiaro-scuro che sorgono i mostri”. Il mostro fascista, nato dalle viscere della modernità occidentale. Da qui la mia domanda: che cosa offrire ai Bianchi in cambio del loro declino e delle guerre che questo annuncia? Una sola risposta: la pace. Un solo mezzo: l’amore rivoluzionario”. In questo testo folgorante, Bouteldja fa una critica minuziosa alla storia. Dal punto di vista dell’indigena, ci invita a guardare con altri occhi il patto repubblicano, la Shoah, la creazione di Israele, il femminismo e il destino dell’immigrazione in Occidente. Spazzando via le certezze e la buona coscienza della sinistra, è da Baldwin, Malcom X e Genet che attinge le parole per ripensare i nostri rapporti politici. Alle grandi narrazioni razziste dei nuovi fascismi, oppone un potente antidoto: una politica di pace che disegna i contorni di un “noi” decoloniale.
Rendersi conto della centralità dell’oppressione coloniale è fondamentale per parlare in modo sensato delle migrazioni contemporanee e dei complessi legami tra etnicità, subalternità, sistema economico e politico: non si può prescindere da un’attenta analisi del temine colonialismo e, soprattutto, dalla rievocazione del passato coloniale che tanto passato non è, ma che è ancora così vivo nel nostro presente. Senza questa analisi e senza la comprensione e conoscenza del proprio passato coloniale, è impossibile comprendere le migrazioni, ma anche costruire qualcosa di nuovo e di giusto: oggi i flussi migratori frantumano la divisione dello spazio geografico e politico definito dalla logica coloniale.
Nell’età moderna, dopo la conquista dell’America e il genocidio dei nativi americani, il termine colonialismo è stato usato per indicare il processo di espansione, dominio ed occupazione esercitato dalle potenze europee “bianche” sul resto del mondo. Il cosiddetto Occidente arrivò ad esercitare il proprio controllo sulla superficie di quasi tutto il globo terrestre: l’America e l’Europa fondarono la propria centralità e dominio sul mondo con il sangue e la sofferenza di intere popolazioni, sacrificate a questo disegno di potere. Basti ricordare che nel dibattito culturale dei conquistadores un tema fondamentale era quello teso ad appurare se gli indigeni avessero o no un’anima; perciò è facile comprendere che la logica spietata del colonialismo si basava sulla ‘bestialità’ dei colonizzati, uomini e donne senza un’anima immortale, incapaci di autogestione e di sviluppo. La narrazione eurocentrica, occidentale e ‘bianca’ dell’Indigeno continua: il colonialismo sopravvive nell’imperialismo.
Il rapporto asimmetrico tra ricchi e poveri, tra sud e nord, tra ‘bianchi’ e ‘indigeni’, è tuttora alimentato e mantenuto dal capitalismo globale e dal processo di globalizzazione che ben garantisce la sopravvivenza del sistema di colonizzazione, conservandone le caratteristiche di iniquità e diseguaglianza.
Per garantire i diritti umani e ambientali, per affrontare l’emergenza ambientale e climatica, non limitandosi alla raccolta differenziata, bisogna opporsi al nuovo colonialismo e riconoscerlo laddove il colonialismo non ha mai smesso di esistere, come è evidente in Africa e America latina.
È in questo contesto che il movimento decoloniale è nato e fiorito in Francia. Al centro del movimento decoloniale francese c’è un’organizzazione politica: il Partito dei nativi della repubblica - Parti des Indigènes de la République - che rappresenta un progetto, una strategia e un’organizzazione, non solo un movimento intellettuale bensì la creazione di una rete decoloniale che ha al centro la convinzione che, poiché il capitale e il razzismo sono internazionali, anche la decolonialità deve essere internazionale.
Un capitolo da affrontare a parte è quello del ‘femminismo bianco’ di cui parla Houria.
Dice Bouteldja: “Abbiamo sviluppato l’idea di un femminismo decoloniale in cui il genere maschile non bianco è problematizzato come genere dominato e non dominante. Non c’è unità tra le donne, così come non c’è unità tra gli uomini.” E ancora: “Abbiamo una relazione conflittuale con il movimento LGBT poiché tende a universalizzare le identità sessuali nate in Occidente in un contesto di persecuzione degli omosessuali per renderle identità politiche universali senza preoccuparsi della moltitudine di forme sessuali che sono state schiacciate nel passato coloniale e che continuano ad essere schiacciate. Prendo qui l’esempio della legislazione omofobica della Tunisia. La criminalizzazione degli omosessuali in Tunisia è stata introdotta dalla Francia nella legge tunisina. Pertanto, anche la sessualità è un territorio da rivendicare per il movimento decoloniale.”
E quando Bouteldja evoca “l’amour révolutionnaire” il suo non è un esercizio di retorica né una frase ad effetto: “il suo amore è semplicemente rivoluzionario perché è il capitalismo che deve essere rovesciato, dal momento che ha costruito il suo impero sulla colonizzazione, non è certo fuori luogo mettere la causa anticoloniale al centro della lotta” .