28/08/2026
𝐈𝐥 𝐬𝐢𝐥𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚 𝐆𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐂𝐚𝐫𝐦𝐢𝐧𝐚: 𝐚 𝐂𝐚𝐥𝐚𝐛𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐥𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐜𝐞
𝐴 83 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑆𝑒𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎 𝐺𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑀𝑜𝑛𝑑𝑖𝑎𝑙𝑒, 𝑑𝑎𝑖 𝑏𝑜𝑚𝑏𝑎𝑟𝑑𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑞𝑢𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑀𝑜𝑛𝑡𝑒 𝐶𝑎𝑚𝑖𝑛𝑜, 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑑'𝑖𝑛𝑓𝑎𝑛𝑧𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑜𝑣𝑎𝑛𝑡𝑒𝑛𝑛𝑒 𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑟𝑜𝑓. 𝐹𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑜 𝐶𝑜𝑟𝑣𝑒𝑠𝑒 𝑟𝑖𝑒𝑣𝑜𝑐𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑒 𝑓𝑒𝑟𝑖𝑡𝑒 𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑏𝑜𝑟𝑔𝑜 𝑛𝑒𝑙 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝐺𝑎𝑙𝑙𝑢𝑐𝑐𝑖𝑜
C’è una piccola piazza a Calabritto, borgo incastonato nel comune di Galluccio, che, quasi per una beffa della geografia, si chiama Piazza Grande.
Grande non lo è affatto. È uno spazio raccolto, poche case intorno, alcune sedie di plastica sistemate quasi in cerchio. Eppure, ieri pomeriggio, alle 18.30, quella piccola piazza è sembrata davvero grande. Abbastanza grande da contenere la storia, il dolore e la memoria di un paese intero.
Eravamo seduti intorno al professor Felicio Corvese. Non c’era bisogno di chiedere silenzio: il silenzio era già lì.
Un silenzio denso, carico. Quasi fisico. Un’angoscia che sembrava poter essere tagliata con un coltello.
Poi ha cominciato a parlare il professore.
E Piazza Grande si è trasformata in un’aula a cielo aperto.
Con rigore, passione e una conoscenza profonda della storia locale, Felicio Corvese ha ricostruito i fatti di Calabritto, restituendo ordine e significato a una vicenda che il paese porta ancora scritta nelle proprie pietre: la guerra, l’arrivo degli eserciti, i combattimenti sul Monte Camino, lo sfollamento, le atrocità, le case abbandonate e le persone costrette a cercare rifugio.
Ma il racconto del professore non si è fermato alla cronaca militare.
Ha riportato al centro della storia gli uomini e le donne di Calabritto, ricordando anche la figura e gli scritti del generale Giovanni Berlettano (1902-1993), nativo del paese, che all’epoca dei fatti aveva il grado di capitano e si trovò accanto a un gruppo di giovani compaesani pronti a fare la propria parte in quei giorni drammatici. Dalle sue memorie sono così riemersi i nomi e i volti di ragazzi come Giuseppe Prattico, Giovanni Mancini, Antonio Scione — che attraversò spavaldamente le linee tedesche da Monte Camino per fare da guida alle truppe britanniche, combattendo poi fino al Lago Trasimeno — e l’allievo ufficiale Benedetto Carello.
Nomi apparentemente piccoli dentro la grande storia, ma che proprio attraverso il racconto del professore hanno ritrovato la loro dimensione autentica: quella di persone che, in un momento terribile, si trovarono davanti alla necessità di scegliere.
La voce di Corvese ha così ricucito il filo tra la storia nazionale e quella di un piccolo borgo. Ha ricordato che la guerra non è fatta soltanto di generali, eserciti e strategie, ma anche di ragazzi che partono, famiglie che fuggono, case che vengono abbandonate e comunità che cercano di sopravvivere.
È anche dentro questa memoria che trova il suo significato la Medaglia d’Argento al Valore Civile conferita a Galluccio per il coraggio e i sacrifici della sua popolazione durante la guerra.
Non una semplice onorificenza da esporre nella memoria ufficiale del paese, ma il riconoscimento di una sofferenza collettiva e di una dignità che le bombe, la paura e lo sfollamento non riuscirono a cancellare.
Poi è cominciato il cammino.
Abbiamo lasciato Piazza Grande e ci siamo inoltrati nel borgo.
I vicoli, i ballatoi, i supportici, le murature in pietrame e malta sembravano prolungare il racconto appena ascoltato. Non più soltanto parole, ma luoghi.
Ci siamo fermati davanti alle tracce lasciate dalla guerra. Abbiamo osservato le antiche strutture del borgo e seguito le strade che conducono verso quei luoghi nei quali la memoria non è soltanto raccontata, ma può ancora essere toccata.
È stato allora che siamo arrivati sotto casa di Carmina.
Carmina ha novant’anni.
E sotto quel balcone la storia ha smesso definitivamente di essere una successione di date, battaglie, eserciti e nomi scritti nei libri.
Ha avuto un volto.
Una voce.
Una bambina di sette anni.
La bambina era lei.
Fin dal primo momento il Sindaco l’ha presa sottobraccio. E così, stretta al suo braccio, Carmina ha percorso con noi il borgo. È rimasta accanto a lui per tutta la visita, fino alla fine, quando è stato ancora il Sindaco a riaccompagnarla.
Un gesto semplice, quasi naturale.
Eppure, in quella scena, c’era qualcosa di profondamente simbolico: la comunità che accompagna la propria memoria lungo le stesse strade dove quella memoria era nata.
Carmina ha cominciato a parlare.
Con una lucidità che impressionava e commuoveva.
Non raccontava la storia.
La ricordava.
E ricordare, questa sera, significava tornare bambina.
«La situazione è incominciata all’incrocio del paese».
Poche parole.
Poi le mine, i tedeschi, gli inglesi, gli americani, i carri armati.
«Arrivavano coi carri armati...».
E in quella frase sembrava di poterli vedere davvero, quei carri, arrivare lungo le strade di un paese che fino a quel momento aveva conosciuto soltanto la vita semplice delle proprie case, dei propri vicoli, delle proprie famiglie.
Poi le esplosioni.
La battaglia.
I tedeschi che si ritirano. Gli inglesi che avanzano. Le trincee sul Monte Camino. I ricoveri. Le grotte.
E soprattutto la paura.
Una paura che non aveva il volto astratto della guerra, ma quello concreto di una bambina che doveva capire dove nascondersi per non morire.
«Mio padre col fratello dicono: “E noi che facciamo?”. Di notte, mentre loro dormono, noi ce ne andiamo montagna montagna».
Quelle parole hanno attraversato lo spazio davanti alla casa.
Non c’era bisogno di aggiungere altro.
Una famiglia che di notte lascia la propria casa.
Una bambina che cammina al buio.
La montagna come unica possibilità di salvezza.
Le grotte come rifugio.
Miele. Cisterni. Saraceni, "Reginella".
Nomi che hanno smesso di essere semplici toponimi e sono diventati luoghi della memoria.
Dentro quelle grotte non c’erano soldati.
C’erano bambini.
Donne.
Famiglie.
C’erano persone che aspettavano che la guerra passasse sopra le loro teste.
Forse è per questo che a Calabritto le pietre sembrano avere memoria.
La storia non è rimasta soltanto nei documenti. È rimasta nelle murature, nei supportici, nelle scalinate, nelle case, nelle ferite lasciate dalle esplosioni.
L’architettura del borgo conserva ancora la struttura di una comunità che la guerra ha attraversato senza riuscire a cancellare.
Ma quella sera abbiamo capito che esiste una memoria ancora più fragile della pietra.
È la memoria degli uomini.
Quella che vive finché qualcuno riesce a raccontarla.
Carmina ha parlato anche dei feriti inglesi, di quelli che morirono sul Monte Camino, delle persone che cercavano riparo, delle case distrutte e di quelle che sarebbero state ricostruite.
Poi il racconto si è fermato davanti a un altro episodio.
Una donna che i tedeschi volevano uccidere.
«Quella donna e mio nonno...».
E subito dopo:
«Andiamo sopra, se no non vi posso... non vi posso spiegare».
In quel momento abbiamo capito qualcosa di essenziale.
La memoria, qualche volta, ha bisogno dei luoghi per riuscire a parlare.
Ha bisogno di tornare lì.
Di camminare.
Di indicare una casa, una strada, una grotta, una pietra.
È questo che rende preziosa una testimonianza come quella ascoltata a Calabritto: non soltanto ciò che viene raccontato, ma il rapporto indissolubile tra il racconto e il luogo.
Il professor Corvese aveva appena dato ordine alla storia, ricostruito gli avvenimenti, collegato i nomi e restituito alla comunità la consapevolezza di ciò che accadde.
Carmina ha fatto qualcosa di diverso.
Ha restituito alla storia il respiro delle persone.
Poi siamo tornati in Piazza Grande.
Carmina non è tornata con noi.
Siamo tornati noi, portandoci dentro la sua voce, le sue parole e le immagini di quella bambina costretta a cercare rifugio nelle grotte.
Le sedie di plastica erano ancora lì.
Ma qualcosa era cambiato.
Adesso quel silenzio aveva dentro una storia ascoltata direttamente da chi l’aveva vissuta.
E forse è proprio questo il senso di una memoria condivisa: non celebrare la guerra, ma comprendere ciò che la guerra lascia dietro di sé.
Le vittime.
La paura.
Le famiglie costrette a fuggire.
Le case abbandonate.
Una generazione di bambini che imparò troppo presto cosa significasse avere paura di morire.
Ottant’anni dopo, Calabritto non ha bisogno di celebrare una battaglia.
Ha bisogno di ricordare le persone.
Perché la memoria non serve a conservare il passato come una fotografia ingiallita. Serve a impedire che ciò che è accaduto venga nuovamente dimenticato.
Oggi, mentre in diverse parti del mondo tornano a parlare le armi, mentre i nazionalismi rialzano la voce e la guerra sembra nuovamente diventare uno strumento possibile della politica, ascoltare una donna di novant’anni che aveva sette anni quando i carri armati arrivarono a Calabritto non è soltanto un esercizio di memoria.
È una lezione di pace.
Una lezione senza retorica.
Perché la pace, quando la racconta chi ha conosciuto la guerra, non è una parola astratta.
È una bambina che corre verso una grotta.
È una madre che cerca un riparo.
È un padre che si domanda cosa fare.
È una famiglia che lascia la propria casa nel cuore della notte.
È il silenzio di un paese che aspetta.
È la paura di non sapere se il giorno dopo arriverà.
E forse è proprio per questo che, ieri, in una piccola piazza chiamata Grande, ci siamo sentiti tutti un po’ più piccoli.
Piccoli davanti alla storia.
Piccoli davanti al dolore.
Ma anche più consapevoli del compito che abbiamo: ricordare.
Perché quando la memoria muore, la guerra non finisce davvero.
Resta lì, in agguato, pronta a diventare nuovamente presente.
E ieri pomeriggio, a Calabritto, una donna di novant’anni, Carmina, ha impedito che accadesse.
La sua voce è stata la voce di quella bambina di sette anni.
E noi l’abbiamo ascoltata là dove la sua memoria è ancora legata alle pietre, alle case, alle grotte e alle strade del borgo.
Poi siamo tornati in Piazza Grande.
Insieme a chi ha voluto fortemente questo incontro, Galluccio nel mondo, il comitato festa, alla presenza del Sindaco, è nata una promessa: fare di questa iniziativa un appuntamento annuale.
Non soltanto per raccontare i fatti d’arme, ma per continuare a interrogare le ferite lasciate dalla guerra e comprendere ciò che essa ha cambiato nella vita, nella cultura e nella memoria degli abitanti di Calabritto.
Perché questa sera non abbiamo semplicemente visitato un borgo.
Abbiamo attraversato la memoria.
E in Piazza Grande, alla fine del cammino, quel piccolo spazio che all’inizio sembrava quasi troppo piccolo per contenere una storia così grande aveva finalmente trovato il senso del suo nome.
Il silenzio non era più soltanto angoscia.
Era diventato memoria condivisa.
(𝑭𝒓𝒂𝒏𝒄𝒐 𝑨𝒄𝒓𝒊)