19/08/2026
In questi mesi trascorsi in Ucraina con Operazione Colomba ho capito che l’aiuto umanitario può avere il volto della presenza.
Quando se ne parla, il pensiero corre subito ai camion carichi di viveri, alle medicine, alle tende, ai soccorsi dopo un’emergenza. È un’immagine vera, ma incompleta. Perché esiste un aiuto che non si misura in tonnellate di beni distribuiti, ma nel tempo condiviso, nella vicinanza, nella scelta di non lasciare sole le persone.
Nelle città di Mykolaïv e Kherson la guerra è una costante. I droni attraversano il cielo, gli allarmi interrompono le giornate, le esplosioni fanno da sottofondo alla vita quotidiana. Eppure, proprio lì dove tutto sembra parlare di morte, ogni giorno c'è chi continua ostinatamente a scegliere la vita.
Una sera eravamo tutti seduti a tavola. Avevamo preparato pasta alla puttanesca e, come dolce, il famoso tiramisù che ai ragazzi piace tanto. Si rideva, ci si prendeva in giro, qualcuno raccontava un episodio della giornata. Però continuavano a sentirsi le esplosioni. Ricordo di aver pensato che la guerra stava provando a farsi spazio anche in quegli attimi, ma non ci stava riuscendo. In quel momento ho capito che aiutare significa anche custodire questi frammenti di normalità, perché sono proprio quelli che la guerra cerca di cancellare.
In un tempo in cui il rumore delle armi sembra occupare tutto lo spazio, la presenza è un gesto profondamente controcorrente. Significa scegliere di non distogliere lo sguardo. Significa dire, con la propria vita, che nessuno dovrebbe affrontare la guerra in solitudine.
Non possiamo fermare i droni. Non possiamo far tacere i cannoni. Possiamo però scegliere di restare accanto alle persone. E, a volte, è proprio questo il primo passo per costruire un’alternativa alla guerra.
🖊️ Cristina, volontaria in Ucraina con Operazione Colomba