Rompi il silenzio APS

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Rompi il silenzio APS Centro Antiviolenza della Provincia di Rimini USCIRE DALLA VIOLENZA SI PUÒ”

Associazione di volontariato della Provincia di Rimini contro la violenza alle donne
* Un luogo di donne, per le donne, dove affrontare ed elaborare il trauma della violenza e gli effetti che questa produce.
* Uno strumento concreto di aiuto alle donne maltrattate. Un soggetto che lavora per facilitare il riconoscimento sociale della violenza contro le donne.

“La violenza che subisci NON è un tuo destino.

Grazie di cuore al Budokan Karate San Mauro Pascoli per aver scelto di sostenerci con il progetto “Insieme si può”.È sta...
08/10/2026

Grazie di cuore al Budokan Karate San Mauro Pascoli per aver scelto di sostenerci con il progetto “Insieme si può”.
È stato davvero bello condividere questo piccolo ma importante percorso insieme. Grazie per la sensibilità, la fiducia e per aver trasformato il vostro impegno in un aiuto concreto per le donne che accogliamo.

https://www.facebook.com/share/p/1AqqQvxhc6/
08/10/2026

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Ciò che sta facendo il governo è inqualificabile.

Con il Dl Scuola non si sono limitati a introdurre un tetto massimo agli alunni stranieri o a imporre corsi di italiano ai genitori degli studenti che hanno più difficoltà, hanno anche deciso di dimezzare i fondi destinati alle attività educative nelle scuole per il contrasto della violenza contro le donne, la promozione delle pari opportunità, il rispetto reciproco e la consapevolezza affettiva. Era il fondo che portava nelle scuole i centri antiviolenza e affrontava consenso, rispetto e consapevolezza affettiva. 4 milioni di quel fondo, che grazie a un emendamento del Partito Democratico ammontava a 7 milioni, verranno destinati al contrasto del cyberbullismo.

Un altro problema drammatico, ovviamente, ma per il quale andrebbero aggiunti ulteriori fondi e non presi della prevenzione alla violenza contro le donne. La coperta è corta, lo capiamo, ma non può essere l’educazione dei nostri ragazzi a pagarne le conseguenze.

Con questa decisione il governo Meloni conferma che anche sul contrasto alla violenza maschile contro le donne prevedono solo chiacchiere e codice penale. Spiace rendersi conto, per l’ennesima volta, che non c’è nessun desiderio di combattere la cultura che genera il fenomeno, che è la vera battaglia che dovremmo tutti portare avanti, a prescindere dal colore politico.

Dopo aver vietato l’educazione sessuo-affettiva nella primaria e averla subordinata al consenso dei genitori nella secondaria, il governo colpisce ora anche la prevenzione. Tutto questo è una follia, combatteremo perché ciò non avvenga.

01/10/2026
https://www.facebook.com/share/p/18YV4XJKEL/
27/09/2026

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Ora, Giorgia, parliamone.

Tra me, te e qualche commentatore.

Ma davvero hai vietato burqa e niqab a scuola?

No, perché questa cosa mi affascina.

Il Consiglio dei ministri. Palazzo Chigi. Il decreto legge. Le bozze. I tecnici. I ministri. Le dichiarazioni solenni.

E alla fine il solito proclama: stop a burqa e niqab nelle scuole italiane.

Giorgia.

Ma tu un burqa dentro una scuola italiana l’hai mai visto?

Sì, lo so che Ginevra va alle scuole dei ricchi coi bambini dei ricchi, e poi è ancora piccina, quindi non vale.

Ma tu davanti a una c***o di scuola superiore italiana quando ci sei passata l’ultima volta?

E non dico per inaugurarla.

Non col ministro, il preside sull’attenti, due carabinieri, tre fotografi, il cordone di sicurezza e quattro studenti selezionati perché hanno la fedina penale pulita e sanno usare il congiuntivo.

Dico alle sette e cinquanta del mattino.

Davanti a un liceo, un tecnico, un professionale.

Quando arrivano loro.

Quelli veri.

Io ci ho visto di tutto.

Ragazzi con le caviglie n**e a gennaio, probabilmente per selezione naturale.

Pantaloni talmente bassi che dopo sei mesi conosci personalmente il coccige del proprietario.

Unghie con cui puoi aprire un’ostrica.

Ciglia che richiederebbero l’autorizzazione dell’ENAC.

Felpe grandi come trilocali.

Piercing che alla mia età per localizzarli serve una TAC con contrasto.

Ciabatte.

Pigiami.

Capelli blu, rosa, verdi, rasati, metà rasati e acconciature evidentemente realizzate mettendo la testa fuori dal finestrino in tangenziale.

Il burqa, mai.

Il niqab, neppure.

Qualche hijab, certo.

A volte meravigliosamente corredato da crop top e pancia scoperta.

Ed è lì che capisci quanto siano meravigliosi i ragazzi.

Testa coperta. Ombelico fuori. Nike ai piedi. Unghie fluorescenti. Cover di Hello Kitty.

Una combinazione capace di provocare simultaneamente un mancamento all’ayatollah e a Salvini.

Perché noi adulti ci ammazziamo di categorie.

Islam. Occidente. Tradizione. Integrazione. Identità. Assimilazione. Scontro di civiltà.

Loro mettono tutto insieme, salgono sul pullman e pensano: arrangiatevi voi con sta roba, che io alla seconda ora ho matematica.

Naturalmente qualche caso di velo integrale esisterà.

Ma qui viene la parte che mi sfugge.

Perché uno che vive in Italia nel 2026 e ritiene indispensabile che sua figlia adolescente esca di casa completamente coperta, secondo te la mattina fa:

«Fatima, sbrigati che perdi il pullman. Hai preso il quaderno di latino? E ricordati che oggi hai pallavolo».

Giorgia, dai caxxo. Le basi.

Se una famiglia è arrivata a quel livello di integralismo, il nostro problema non è stabilire come debba vestirsi quella ragazza una volta entrata in terza B.

Il nostro problema è riuscire a farcela entrare.

E soprattutto riuscire a farcela tornare il giorno dopo.

Perché altrimenti abbiamo inventato una forma di emancipazione femminile davvero notevole:

se tuo padre ti obbliga a coprirti, noi ti impediamo di entrare a scuola.

Geniale.

Lui voleva tenerti segregata.

Noi gli diamo una mano.

E magari gli mandiamo pure la multa.

Così la sera può dire:

«Hai visto? A scuola non puoi andarci».

Scacco matto al patriarcato.

Lei a casa. Lui soddisfatto.

Tu in conferenza stampa.

Perché affrontare davvero queste situazioni sarebbe tremendamente meno instagrammabile.

Bisognerebbe sapere quante ragazze sono.

Trovarle.

Parlare con loro.

Capire se il velo è imposto o è una scelta. Lavorare con le famiglie. Con gli insegnanti. Con i servizi sociali. Con i mediatori.

Controllare l’abbandono scolastico.

Proteggere chi vuole emanciparsi.

Fare in modo che una quindicenne non scompaia semplicemente dai radar perché suo padre ha deciso che scuola e libertà sono diventate incompatibili.

Un lavoraccio.

Vuoi mettere un decreto?

BURQA VIETATO A SCUOLA.

Fatto. Problema risolto.

E sia chiaro.

Io il burqa non lo voglio. Su una ragazzina ancora meno.

Ma proprio per questo non mi interessa vincere una battaglia contro un pezzo di stoffa.

Mi interessa la ragazza che c’è sotto.

Perché la domanda seria non è:

«Come impediamo a una ragazza col burqa di entrare a scuola?»

È:

«Come facciamo a essere sicuri che domani quella ragazza a scuola ci torni?»

Il resto è facilissimo. Scrivi il decreto. Fai un post. Dici che hai difeso le nostre regole. Metti la spunta.

E te ne vai.

Lei, invece, potrebbe restare dall’altra parte del cancello.

Quindi, Giorgia, la prossima volta che vuoi salvare le adolescenti italiane, prima di convocare il Consiglio dei ministri fai una cosa.

Alle sette e cinquanta mettiti davanti a un professionale.

Scoprirai un mondo straordinario.

E probabilmente scoprirai anche che il burqa era l’ultimo dei caxxo di problemi.

27/09/2026

Ora, Giorgia, parliamone.

Tra me, te e qualche commentatore.

Ma davvero hai vietato burqa e niqab a scuola?

No, perché questa cosa mi affascina.

Il Consiglio dei ministri. Palazzo Chigi. Il decreto legge. Le bozze. I tecnici. I ministri. Le dichiarazioni solenni.

E alla fine il solito proclama: stop a burqa e niqab nelle scuole italiane.

Giorgia.

Ma tu un burqa dentro una scuola italiana l’hai mai visto?

Sì, lo so che Ginevra va alle scuole dei ricchi coi bambini dei ricchi, e poi è ancora piccina, quindi non vale.

Ma tu davanti a una c***o di scuola superiore italiana quando ci sei passata l’ultima volta?

E non dico per inaugurarla.

Non col ministro, il preside sull’attenti, due carabinieri, tre fotografi, il cordone di sicurezza e quattro studenti selezionati perché hanno la fedina penale pulita e sanno usare il congiuntivo.

Dico alle sette e cinquanta del mattino.

Davanti a un liceo, un tecnico, un professionale.

Quando arrivano loro.

Quelli veri.

Io ci ho visto di tutto.

Ragazzi con le caviglie n**e a gennaio, probabilmente per selezione naturale.

Pantaloni talmente bassi che dopo sei mesi conosci personalmente il coccige del proprietario.

Unghie con cui puoi aprire un’ostrica.

Ciglia che richiederebbero l’autorizzazione dell’ENAC.

Felpe grandi come trilocali.

Piercing che alla mia età per localizzarli serve una TAC con contrasto.

Ciabatte.

Pigiami.

Capelli blu, rosa, verdi, rasati, metà rasati e acconciature evidentemente realizzate mettendo la testa fuori dal finestrino in tangenziale.

Il burqa, mai.

Il niqab, neppure.

Qualche hijab, certo.

A volte meravigliosamente corredato da crop top e pancia scoperta.

Ed è lì che capisci quanto siano meravigliosi i ragazzi.

Testa coperta. Ombelico fuori. Nike ai piedi. Unghie fluorescenti. Cover di Hello Kitty.

Una combinazione capace di provocare simultaneamente un mancamento all’ayatollah e a Salvini.

Perché noi adulti ci ammazziamo di categorie.

Islam. Occidente. Tradizione. Integrazione. Identità. Assimilazione. Scontro di civiltà.

Loro mettono tutto insieme, salgono sul pullman e pensano: arrangiatevi voi con sta roba, che io alla seconda ora ho matematica.

Naturalmente qualche caso di velo integrale esisterà.

Ma qui viene la parte che mi sfugge.

Perché uno che vive in Italia nel 2026 e ritiene indispensabile che sua figlia adolescente esca di casa completamente coperta, secondo te la mattina fa:

«Fatima, sbrigati che perdi il pullman. Hai preso il quaderno di latino? E ricordati che oggi hai pallavolo».

Giorgia, dai caxxo. Le basi.

Se una famiglia è arrivata a quel livello di integralismo, il nostro problema non è stabilire come debba vestirsi quella ragazza una volta entrata in terza B.

Il nostro problema è riuscire a farcela entrare.

E soprattutto riuscire a farcela tornare il giorno dopo.

Perché altrimenti abbiamo inventato una forma di emancipazione femminile davvero notevole:

se tuo padre ti obbliga a coprirti, noi ti impediamo di entrare a scuola.

Geniale.

Lui voleva tenerti segregata.

Noi gli diamo una mano.

E magari gli mandiamo pure la multa.

Così la sera può dire:

«Hai visto? A scuola non puoi andarci».

Scacco matto al patriarcato.

Lei a casa. Lui soddisfatto.

Tu in conferenza stampa.

Perché affrontare davvero queste situazioni sarebbe tremendamente meno instagrammabile.

Bisognerebbe sapere quante ragazze sono.

Trovarle.

Parlare con loro.

Capire se il velo è imposto o è una scelta. Lavorare con le famiglie. Con gli insegnanti. Con i servizi sociali. Con i mediatori.

Controllare l’abbandono scolastico.

Proteggere chi vuole emanciparsi.

Fare in modo che una quindicenne non scompaia semplicemente dai radar perché suo padre ha deciso che scuola e libertà sono diventate incompatibili.

Un lavoraccio.

Vuoi mettere un decreto?

BURQA VIETATO A SCUOLA.

Fatto. Problema risolto.

E sia chiaro.

Io il burqa non lo voglio. Su una ragazzina ancora meno.

Ma proprio per questo non mi interessa vincere una battaglia contro un pezzo di stoffa.

Mi interessa la ragazza che c’è sotto.

Perché la domanda seria non è:

«Come impediamo a una ragazza col burqa di entrare a scuola?»

È:

«Come facciamo a essere sicuri che domani quella ragazza a scuola ci torni?»

Il resto è facilissimo. Scrivi il decreto. Fai un post. Dici che hai difeso le nostre regole. Metti la spunta.

E te ne vai.

Lei, invece, potrebbe restare dall’altra parte del cancello.

Quindi, Giorgia, la prossima volta che vuoi salvare le adolescenti italiane, prima di convocare il Consiglio dei ministri fai una cosa.

Alle sette e cinquanta mettiti davanti a un professionale.

Scoprirai un mondo straordinario.

E probabilmente scoprirai anche che il burqa era l’ultimo dei caxxo di problemi.

20/09/2026

Maltrattate da compagni ed ex in oltre la metà dei casi. A ottobre parte il corso di autodifesa: "Sarà aperto anche ai giovani"

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