23/04/2026
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Si chiamava Amal Khalil, era libanese, di mestiere faceva la giornalista in uno dei fronti di guerra più pericolosi del pianeta, è morta ammazzata dall’esercito israeliano mentre testimoniava i crimini contro l’umanità di Netanyahu in Libano.
E la sua uccisione, a sua volta, è un crimine contro l’umanità.
L’hanno ammazzata assieme alla fotografa del suo giornale, “Al Akhbar", in uno dei tanti raid dell’Idf illegali, in violazione di ogni convenzione e di ogni tregua, mentre documentava le operazioni militari nella città di Tiri.
Aveva 43 anni. La mia età.
Non è un incidente, non un “errore”, non un effetto collaterale, ma la volontà di cancellare testimoni scomodi.
Un “omicidio mirato”, come lo ha definito il Committee to Protect Journalists.
Amal Khalil è stata ammazzata perché faceva il proprio mestiere, e lo faceva bene. Troppo bene per qualcuno.
Non solo. Anche l’ambulanza che ha provato ad avvicinarsi per soccorrere Khalil e le altre vittime o feriti del raid, sarebbe stata a sua volta colpita dagli israeliani.
Giornalisti, medici, soccorritori, civili. Tutti sono potenziali bersagli.
Esattamente il copione che abbiamo visto per due anni e mezzo a Gaza, e che non è finito. Ha solo smesso di essere raccontato.
Il pensiero va a Amal Khalil e alla sua collega morte ammazzate da Israele.
La rabbia e la riprovazione per chi, come Meloni e Tajani, non hanno avuto neppure il coraggio di toccare l’accordo di associazione con chi ammazza impunemente i giornalisti.
Quando ne risponderete - perché succederà - sarà sempre troppo tardi.