01/07/2024
LE RIFLOSOFICHE a cura di Etne Grevid Naòs ArteCultura
IL 21 GIUGNO: LA GIORNATA MONDIALE DEL SELFIE
Il selfie: diminutivo di self-portrait photograph, vale a dire un autoritratto fotografico, con quel suffisso -ie di derivazione australiana che tende al vezzeggiamento (di ogni nostro piccolo sé). Quindi, ribadisco, un 'semplice' autoritratto.
Certo: detto in inglese suona very cool. E sembra essere una moda recente (si festeggia questa Giornata Mondiale esattamente dal 2013), eppure il primo selfie pionieristico della storia risale addirittura al 1839, ossia una decina d’anni dopo l’invenzione della fotografia, ad opera dell'americano Robert Cornelius.
E che dire del primo selfie di gruppo? Dopo 81 anni dallo scatto di Cornelius, sono stati sempre degli americani - Joseph Byron e il suo team della Byron Company, su un tetto di Manhattan - a realizzarlo, sebbene sia importante sottolineare un particolare.
Correva l'anno 1930, e la fotografia significativa per l'evento, non è stata il selfie in sé, bensì un altro scatto, quello che da una prospettiva laterale ci fa vedere i fotografi all'opera con questo esperimento, raccontandoci la creazione della storia di un selfie.
A questo punto si potrebbe obiettare che, trattandosi di autoritratti, la fotografia non ha fatto che inserirsi in quella naturale tendenza precipuamente umana alla narrazione e alla memoria, seppur con tecnica e strumentazione differente rispetto alle esperienze vissute da molti famosi pittori dei secoli precedenti fino al più antico autoritratto, ad opera dello scultore Bak che lavorava presso la corte faraonica di Akhenaton ( intorno al 1300 a. C.).
Eppure, la storia degli autoritratti si è srotolata nei secoli sotto l'egida del caos creativo, nel tentativo, come sottolineava Van Gogh, "di rendere una somiglianza più profonda di quella ottenuta dal fotografo" perché l’autoritratto, nella storia dell’arte, è sempre un atto chiaramente introspettivo, in cui l'autore si scandaglia e definisce se stesso attraverso la rilettura di se stesso e la creazione della propria immagine. E nella rappresentazione si manifesta con lo stesso stile e la stessa tecnica con cui si esprime nel resto del suo percorso artistico.
Esemplificativo in tal senso è l'autoritratto di Escher, l’artista delle realtà parallele e dei mondi impossibili, che, ispirandosi all’autoritratto del Parmigianino, realizza il suo in una sfera specchiante. Correva l'anno 1935, quando Escher descriveva il suo Autoritratto, parlandone così, in terza persona: “Sulla mano del disegnatore c’è una sfera riflettente. In questo specchio egli vede un’immagine molto più completa dell’ambiente circostante, di quella che avrebbe attraverso una visione diretta. Lo spazio totale che lo circonda – le quattro pareti, il pavimento e il soffitto della sua camera – viene infatti rappresentato, anche se distorto e compresso, in questo piccolo disco. La sua testa, o più precisamente, il punto fra i suoi occhi, si trova nel centro. In qualsiasi direzione si giri, egli rimane il punto centrale. L’ego è invariabilmente il centro del suo mondo”.
Quell'ego che oggi è eccesso di narcisismo, esibizionismo e perfino incoscienza, a cui sembra che non si sottragga neppure il Papa.
Lungi da essere momento di rivisitazioni interiori e meditazione, quelli della selfie generation, sono artifici che mettono ogni persona in scena come personaggio di una storia reale o possibile. Ed è inevitabile il richiamo alla dimensione identitaria cui faceva riferimento Pirandello nelle sue opere, ricordandoci che siamo maschere alla cui costruzione contribuiamo, ed esistiamo solo perché ci vedono gli altri e per come essi ci vedono.
E più che mai davanti all'identità digitale che ci rende uno, nessuno e centomila, con l'ipertrofico io che ci ansima sul collo, non si può non convenire con il siciliano: "l'identità è un dilemma dalla conclusione tragica".
Ma quanti di noi ammetterebbero, placidamente, di essere il Signor Nessuno?