13/12/2025
In 425 Comuni italiani non c’è più nemmeno un negozio di alimentari.
Centosettantamila persone vivono in paesi dove non puoi comprare un litro di latte, un pezzo di pane, una mela. Niente. Il deserto commerciale. Il silenzio delle saracinesche abbassate. Le insegne scolorite che pendono come epitaffi.
E non è successo all’improvviso. È successo un giorno alla volta. Una consegna in meno. Un cliente perso. Una mattina in cui il proprietario capisce che aprire costa più che chiudere. La gente passa, guarda, tira dritto. Poi il negozio chiude per ferie. Poi “chiuso per ristrutturazione”. Poi non riapre più.
Nelle città, quelle che dovrebbero essere vive, pulsanti, creative, non trovi più botteghe. Non trovi più chi ti riconosce, chi ti consiglia, chi sa come ti piace il pane. Le strade sono diventate corridoi anonimi dove tutto funziona solo se c’è un corriere che suona il campanello.
E sì, la colpa è anche nostra.
Perché abbiamo messo il dito su un touchscreen invece che la faccia davanti a un bancone.
Perché ci siamo abituati all’idea che “arriva domani” è meglio di “buongiorno, come va?”.
Perché abbiamo accettato che il prezzo più basso vale più di un volto conosciuto.
Abbiamo ucciso i negozi comprando altrove.
Abbiamo scelto la comodità al posto della comunità.
Abbiamo mandato a morire le botteghe, e adesso ci lamentiamo del vuoto che abbiamo creato.
L’Italia era un paese di bottegai, di artigiani, di piccoli commercianti che facevano più servizio sociale che margine. Oggi è un paese dove interi paesi non hanno più un posto dove comprare il cibo. E non è solo un problema economico: è un problema culturale, umano, perfino morale.
Abbiamo lasciato spegnere le ultime luci, una dopo l’altra.
E adesso camminiamo nel buio chiedendoci chi ha spento l’interruttore.
Siamo stati noi.