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Per l’Avvocatura Generale dello Stato “è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anc...
28/08/2026

Per l’Avvocatura Generale dello Stato “è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. È quanto scritto nella memoria a difesa della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Direzione territoriale Emilia Romagna e Marche, per contestare alla giornalista Linda Maggiori la possibilità di accedere agli atti e ai documenti relativi alle attività nel porto di Ravenna.

Per l’Avvocatura Generale dello Stato “è in corso una guerra mondiale a pezzi e ibrida che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. È quanto scritto nella memoria a difesa della Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Direzione territoriale Emilia Ro…

USB: presidio davanti al Comune di Ravenna. Basta complicità con il traffico di armi, con guerre, riarmo e genocidio. Ne...
28/08/2026

USB: presidio davanti al Comune di Ravenna. Basta complicità con il traffico di armi, con guerre, riarmo e genocidio. Nessun impegno concreto da parte del sindaco Barattoni

USB esprime pieno sostegno alla mobilitazione che ieri ha attraversato Ravenna, in concomitanza con l’udienza presso il Consiglio di Stato relativa al ricorso della giornalista e attivista Linda Maggiori per ottenere gli atti sulla circolazione delle armi nel porto cittadino. La richiesta di trasparenza riguarda un tema che investe l’intero Paese: la movimentazione di armamenti e materiali dual use nei porti italiani, spesso avvolta da una opacità amministrativa che contrasta con i principi di legalità e con la legge 185/1990.

Il presidio davanti al Comune di Ravenna ha denunciato il rifiuto dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di fornire i dati richiesti, nonostante la normativa imponga controlli rigorosi e accesso alle informazioni. La cittadinanza ha il diritto di sapere se dai porti italiani partono armamenti diretti verso paesi coinvolti in conflitti e in gravi violazioni dei diritti umani, incluso il genocidio in corso contro il popolo palestinese.

La nostra posizione è chiara: chi lavora nei porti non può essere trasformato in ingranaggio della filiera bellica, né può essere esposto a responsabilità che non gli competono.

Il sindaco di Ravenna, Barattoni, ha scelto di non incontrare USB, confermando l’ambiguità di un’amministrazione che evita il confronto con chi rappresenta le lavoratrici e i lavoratori e che si limita a proporre strumenti generici, come osservatori nazionali, senza affrontare la questione centrale: la trasparenza immediata sui traffici di armamenti.

USB ribadisce che la complicità con la corsa al riarmo è un processo trasversale, sostenuto anche dall’Unione Europea, che punta a militarizzare la logistica e i porti, trasformando luoghi di lavoro civile in nodi strategici della filiera bellica globale.

Per questo USB sarà protagonista della mobilitazione internazionale dei porti del 30 ottobre, che vede già l’adesione di 50 scali nel mondo. Una mobilitazione che afferma un principio semplice e radicale: noi non lavoriamo per la guerra.

USB continuerà a battersi per la trasparenza, per la pace e per la difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, costruendo una prospettiva concreta per espellere la guerra dalle nostre vite e dai nostri luoghi di lavoro.

USB Ravenna

Benzina e gasolio fuori controllo, bollette in crescita, pensioni e salari fermi: non possiamo stare a guardare
25/08/2026

Benzina e gasolio fuori controllo, bollette in crescita, pensioni e salari fermi: non possiamo stare a guardare

Quota due euro al litro è stata abbondantemente superata anche per la benzina, mentre il governo cincischia sulle accise e non assume nessun provvedimento efficace. Per intere categorie come gli autotrasportatori o i tassisti la situazione sta divent…

Non vogliamo traffico di armi nei porti italiani. Sosteniamo la richiesta di accesso agli atti per i traffici nel porto ...
25/08/2026

Non vogliamo traffico di armi nei porti italiani. Sosteniamo la richiesta di accesso agli atti per i traffici nel porto di Ravenna

L’Unione Sindacale di Base nella sua storia passata e recente è sempre stata in prima fila nella lotta contro la guerra, la produzione e il traffico di armi, ed è con questo spirito che sosteniamo la battaglia per la verità su quanto avviene nel port…

29/06/2026

Una giornata di sciopero contro le condizioni di lavoro durante l'ondata di calore. È quella proclamata da Fiom Cgil e Usb Lavoro Privato, insieme alle

29/06/2026
29/06/2026

Fiom e Usb incrociano le braccia a Ravenna: "Servono investimenti urgenti per la sicurezza, non bastano la distribuzione di acqua e le pause aggiuntive"

08/05/2026

SCIOPERO GENERALE 18 MAGGIO
NEMMENO UN CHIODO PER GUERRE E GENOCIDIO.

USB raccoglie l’appello lanciato dalla Global Sumud Flotilla e proclama lo sciopero generale per il 18 maggio.

A si consuma un genocidio sotto gli occhi del mondo.

L’assalto alla Global Sumud , il sequestro degli attivisti in acque internazionali e la detenzione illegale di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek segnano un punto ulteriore di rottura.

Israele agisce nella totale impunità, calpesta il diritto internazionale, aggredisce altri Paesi e trascina il Medio Oriente dentro una spirale sempre più estesa di guerra. Gli Stati Uniti sostengono, finanziano, armano e coprono questa deriva, anche attraverso l’aggressione all’Iran.

Il rischio di una guerra generalizzata diventa ogni giorno più concreto.

Il Governo Meloni, l’Unione Europea e la NATO sono corresponsabili: sostengono Israele, scelgono la sudditanza agli Stati Uniti e trasformano la guerra in politica industriale, riarmo, spesa militare e sacrifici sociali scaricati su lavoratori e lavoratrici.

La guerra produce morte e distruzione nei territori colpiti, ma entra anche nelle nostre vite: salari che perdono valore, sanità svuotata, scuola impoverita, welfare tagliato, affitti e prezzi che aumentano, benzina che pesa sempre di più sulle famiglie.

Ogni euro destinato al riarmo viene sottratto a salari, pensioni, sanità, scuola, casa, welfare e sicurezza sociale.

Siamo dentro una nuova fase dell’ultraliberismo: più feroce, più autoritaria, più armata. Guerra, riarmo, repressione e impoverimento sociale fanno parte dello stesso disegno: una società più povera, più diseguale, più controllata e più obbediente.

Per questo fermiamo il Paese contro genocidio, guerra, riarmo, repressione e complicità del Governo italiano e dell’Europa.
Chiediamo la rottura immediata di ogni rapporto diplomatico, economico, commerciale, militare, industriale, tecnologico e accademico con Israele. Chiediamo l’embargo definitivo delle armi verso Israele e verso tutti gli scenari di guerra, il ritiro dell’ambasciatore, l’espulsione dei rappresentanti diplomatici dello Stato genocida e la liberazione immediata di Thiago Ávila, Saif Abu Keshek e di tutti gli attivisti fermati.
Le lavoratrici e i lavoratori devono poter rifiutare produzione, trasporto, movimentazione e gestione di materiali, tecnologie, servizi e infrastrutture destinati alla guerra.

Per la guerra dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo.

E quel chiodo riguarda tutti: fabbriche, porti, logistica, ricerca, scuola, università, sanità, uffici, servizi e territori.

Il 18 maggio fermiamo il Paese.

UNIONE SINDACALE DI BASE – NAZIONALE

Global Sumud Italia

08/05/2026

Siamo stanchi di pagare sempre noi: il 23 maggio manifestazione nazionale a Roma

La condizione materiale di chi lavora in questo Paese ha raggiunto un punto di rottura. Il problema riguarda tutti: salari bassi, salari medi, perfino retribuzioni considerate fino a pochi anni fa solide. Il potere d’acquisto si riduce mese dopo mese. Il costo della vita cresce, le bollette aumentano, i beni essenziali diventano più cari. La busta paga resta ferma mentre tutto il resto accelera.

Questo scarto produce un effetto netto: si lavora di più e si vive peggio. Il salario perde funzione, diventa insufficiente a garantire una vita dignitosa. Anche chi ha un lavoro stabile sperimenta una perdita progressiva di sicurezza materiale. La questione salariale emerge come emergenza generale.

Questa dinamica ha radici precise. Non si tratta di una crisi passeggera. Siamo dentro una trasformazione strutturale del capitale, governata attraverso la guerra, il riarmo, la precarietà e la compressione del lavoro. L’aumento dei prezzi, l’instabilità delle forniture, il costo dell’energia rappresentano effetti diretti di questo assetto.

La dimensione internazionale entra dentro la vita quotidiana. Le guerre in corso, l’estensione dei conflitti e gli episodi recenti che colpiscono anche iniziative civili e solidali mostrano un livello di scontro sempre più avanzato. Il quadro geopolitico determina scelte economiche, orienta le politiche industriali, ridefinisce l’uso delle risorse pubbliche.

L’economia di guerra prende forma come scelta politica. Le risorse vengono indirizzate verso il riarmo, gli impegni internazionali assorbono quote crescenti di bilancio, il welfare e i salari restano subordinati. Il lavoro paga il prezzo di questa trasformazione: attraverso l’aumento del costo della vita e attraverso la redistribuzione regressiva della ricchezza.

Dentro questo scenario emerge un punto centrale. Il salario e la guerra appartengono allo stesso terreno. Le politiche che alimentano la corsa agli armamenti coincidono con quelle che comprimono il lavoro e riducono il reddito.

Da qui prende forma la mobilitazione del 23 maggio. Un passaggio che mette al centro la condizione materiale delle persone e la collega alle scelte strutturali che stanno ridefinendo l’economia.

Questo percorso ha già assunto una forma politica chiara nell’Assemblea Nazionale Operaia del 28 marzo. In quella sede si è definito un manifesto che rappresenta una linea di rottura con l’attuale modello di sviluppo. Un impianto che parte dal salario come diritto e come misura della ricchezza prodotta, rivendica un aumento generalizzato delle retribuzioni, la loro difesa automatica dall’inflazione, la riduzione dell’orario di lavoro, il controllo sulle condizioni di sicurezza, il superamento degli appalti e della frammentazione produttiva.

Dentro quella piattaforma prende corpo una visione alternativa: intervento pubblico nei settori strategici, redistribuzione della ricchezza, centralità del lavoro nelle scelte economiche. Un programma che si oppone frontalmente a un modello fondato su sfruttamento, insicurezza e riarmo.

Il lavoro operaio assume qui una funzione precisa. Produce la ricchezza del Paese e può determinare un cambio di direzione. Da questa posizione nasce una responsabilità: chiamare a raccolta un fronte sociale più ampio, capace di riconoscersi in un programma che rimette al centro i bisogni reali.

Questa chiamata riguarda tutti i soggetti colpiti dall’attuale modello: lavoratori, giovani, pensionati, chi vive precarietà e impoverimento. L’obiettivo è costruire una mobilitazione larga, capace di tenere insieme queste condizioni dentro una prospettiva comune.

Il nodo riguarda i rapporti di forza. La traiettoria attuale spinge verso bassi salari, aumento delle disuguaglianze, espansione della spesa militare e coinvolgimento crescente nei conflitti. Una traiettoria diversa richiede organizzazione, continuità e capacità di incidere.

“Paghiamo sempre noi” descrive una condizione reale. Il 23 maggio rappresenta il passaggio per trasformarla in forza collettiva.

Il lavoro può tornare a determinare le scelte. Questa è la direzione da costruire.

08/05/2026

7 maggio sciopero nazionale dei porti italiani, per il riconoscimento del lavoro portuale come usurante ai fini pensionistici, contro i piani di riarmo: risorse a salari, pensioni e servizi pubblici

Presidio a Roma ore 11:00 Ministero del Lavoro Via Flavia. Verso la manifestazione nazionale operaia del 23 maggio.

I lavoratori portuali tornano a scioperare il 7 maggio. Delegazioni provenienti dai principali porti italiani saranno in presidio davanti al Ministero del Lavoro per chiedere che il lavoro portuale venga finalmente riconosciuto come attività usurante ai fini pensionistici.

Una richiesta che nasce direttamente dalle banchine e dai piazzali, condivisa anche da altri settori, come quello ferroviario, e che si scontra ancora una volta con il solito ritornello della mancanza di risorse. Ma dove sono queste risorse che servirebbero per consentire ai lavoratori di andare in pensione cinque anni prima?

Le risorse ci sono: vengono destinate ai piani di riarmo, all’acquisto di armamenti per miliardi di euro, alla crescente militarizzazione dei porti, delle ferrovie e delle infrastrutture strategiche. Vengono assorbite da una logica di guerra e da un sistema di speculazione finanziaria che alimenta l’inflazione e riduce il potere d’acquisto dei lavoratori.

Per questo i portuali sanno che la richiesta del riconoscimento del lavoro usurante si collega con un’opposizione popolare e diffusa alle politiche di riarmo dell’Unione Europea e alle scelte che rischiano di trascinare il Paese in scenari di guerra. Oggi più che mai sentiamo anche di non lasciare soli coloro che hanno condiviso con noi innumerevoli lotte e percorsi comuni e si trovano sequestrati e minacciati dall’esercito israeliano. Invitiamo tutte e tutti a sostenere lo sciopero e a partecipare al presidio davanti al Ministero del Lavoro. Difendere il salario, i diritti, la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro sono parte della stessa battaglia contro la guerra e l'economia di guerra.

Nella stessa giornata scenderanno in piazza anche insegnanti e studenti, contro i progetti di reintroduzione della leva militare e contro le riforme del sistema educativo. Saremo al loro fianco, come sempre.

Lavoratori e studenti, figli della stessa rabbia.

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