USB Ravenna

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08/05/2026

SCIOPERO GENERALE 18 MAGGIO
NEMMENO UN CHIODO PER GUERRE E GENOCIDIO.

USB raccoglie l’appello lanciato dalla Global Sumud Flotilla e proclama lo sciopero generale per il 18 maggio.

A si consuma un genocidio sotto gli occhi del mondo.

L’assalto alla Global Sumud , il sequestro degli attivisti in acque internazionali e la detenzione illegale di Thiago Ávila e Saif Abu Keshek segnano un punto ulteriore di rottura.

Israele agisce nella totale impunità, calpesta il diritto internazionale, aggredisce altri Paesi e trascina il Medio Oriente dentro una spirale sempre più estesa di guerra. Gli Stati Uniti sostengono, finanziano, armano e coprono questa deriva, anche attraverso l’aggressione all’Iran.

Il rischio di una guerra generalizzata diventa ogni giorno più concreto.

Il Governo Meloni, l’Unione Europea e la NATO sono corresponsabili: sostengono Israele, scelgono la sudditanza agli Stati Uniti e trasformano la guerra in politica industriale, riarmo, spesa militare e sacrifici sociali scaricati su lavoratori e lavoratrici.

La guerra produce morte e distruzione nei territori colpiti, ma entra anche nelle nostre vite: salari che perdono valore, sanità svuotata, scuola impoverita, welfare tagliato, affitti e prezzi che aumentano, benzina che pesa sempre di più sulle famiglie.

Ogni euro destinato al riarmo viene sottratto a salari, pensioni, sanità, scuola, casa, welfare e sicurezza sociale.

Siamo dentro una nuova fase dell’ultraliberismo: più feroce, più autoritaria, più armata. Guerra, riarmo, repressione e impoverimento sociale fanno parte dello stesso disegno: una società più povera, più diseguale, più controllata e più obbediente.

Per questo fermiamo il Paese contro genocidio, guerra, riarmo, repressione e complicità del Governo italiano e dell’Europa.
Chiediamo la rottura immediata di ogni rapporto diplomatico, economico, commerciale, militare, industriale, tecnologico e accademico con Israele. Chiediamo l’embargo definitivo delle armi verso Israele e verso tutti gli scenari di guerra, il ritiro dell’ambasciatore, l’espulsione dei rappresentanti diplomatici dello Stato genocida e la liberazione immediata di Thiago Ávila, Saif Abu Keshek e di tutti gli attivisti fermati.
Le lavoratrici e i lavoratori devono poter rifiutare produzione, trasporto, movimentazione e gestione di materiali, tecnologie, servizi e infrastrutture destinati alla guerra.

Per la guerra dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo.

E quel chiodo riguarda tutti: fabbriche, porti, logistica, ricerca, scuola, università, sanità, uffici, servizi e territori.

Il 18 maggio fermiamo il Paese.

UNIONE SINDACALE DI BASE – NAZIONALE

Global Sumud Italia

08/05/2026
08/05/2026

Siamo stanchi di pagare sempre noi: il 23 maggio manifestazione nazionale a Roma

La condizione materiale di chi lavora in questo Paese ha raggiunto un punto di rottura. Il problema riguarda tutti: salari bassi, salari medi, perfino retribuzioni considerate fino a pochi anni fa solide. Il potere d’acquisto si riduce mese dopo mese. Il costo della vita cresce, le bollette aumentano, i beni essenziali diventano più cari. La busta paga resta ferma mentre tutto il resto accelera.

Questo scarto produce un effetto netto: si lavora di più e si vive peggio. Il salario perde funzione, diventa insufficiente a garantire una vita dignitosa. Anche chi ha un lavoro stabile sperimenta una perdita progressiva di sicurezza materiale. La questione salariale emerge come emergenza generale.

Questa dinamica ha radici precise. Non si tratta di una crisi passeggera. Siamo dentro una trasformazione strutturale del capitale, governata attraverso la guerra, il riarmo, la precarietà e la compressione del lavoro. L’aumento dei prezzi, l’instabilità delle forniture, il costo dell’energia rappresentano effetti diretti di questo assetto.

La dimensione internazionale entra dentro la vita quotidiana. Le guerre in corso, l’estensione dei conflitti e gli episodi recenti che colpiscono anche iniziative civili e solidali mostrano un livello di scontro sempre più avanzato. Il quadro geopolitico determina scelte economiche, orienta le politiche industriali, ridefinisce l’uso delle risorse pubbliche.

L’economia di guerra prende forma come scelta politica. Le risorse vengono indirizzate verso il riarmo, gli impegni internazionali assorbono quote crescenti di bilancio, il welfare e i salari restano subordinati. Il lavoro paga il prezzo di questa trasformazione: attraverso l’aumento del costo della vita e attraverso la redistribuzione regressiva della ricchezza.

Dentro questo scenario emerge un punto centrale. Il salario e la guerra appartengono allo stesso terreno. Le politiche che alimentano la corsa agli armamenti coincidono con quelle che comprimono il lavoro e riducono il reddito.

Da qui prende forma la mobilitazione del 23 maggio. Un passaggio che mette al centro la condizione materiale delle persone e la collega alle scelte strutturali che stanno ridefinendo l’economia.

Questo percorso ha già assunto una forma politica chiara nell’Assemblea Nazionale Operaia del 28 marzo. In quella sede si è definito un manifesto che rappresenta una linea di rottura con l’attuale modello di sviluppo. Un impianto che parte dal salario come diritto e come misura della ricchezza prodotta, rivendica un aumento generalizzato delle retribuzioni, la loro difesa automatica dall’inflazione, la riduzione dell’orario di lavoro, il controllo sulle condizioni di sicurezza, il superamento degli appalti e della frammentazione produttiva.

Dentro quella piattaforma prende corpo una visione alternativa: intervento pubblico nei settori strategici, redistribuzione della ricchezza, centralità del lavoro nelle scelte economiche. Un programma che si oppone frontalmente a un modello fondato su sfruttamento, insicurezza e riarmo.

Il lavoro operaio assume qui una funzione precisa. Produce la ricchezza del Paese e può determinare un cambio di direzione. Da questa posizione nasce una responsabilità: chiamare a raccolta un fronte sociale più ampio, capace di riconoscersi in un programma che rimette al centro i bisogni reali.

Questa chiamata riguarda tutti i soggetti colpiti dall’attuale modello: lavoratori, giovani, pensionati, chi vive precarietà e impoverimento. L’obiettivo è costruire una mobilitazione larga, capace di tenere insieme queste condizioni dentro una prospettiva comune.

Il nodo riguarda i rapporti di forza. La traiettoria attuale spinge verso bassi salari, aumento delle disuguaglianze, espansione della spesa militare e coinvolgimento crescente nei conflitti. Una traiettoria diversa richiede organizzazione, continuità e capacità di incidere.

“Paghiamo sempre noi” descrive una condizione reale. Il 23 maggio rappresenta il passaggio per trasformarla in forza collettiva.

Il lavoro può tornare a determinare le scelte. Questa è la direzione da costruire.

08/05/2026

7 maggio sciopero nazionale dei porti italiani, per il riconoscimento del lavoro portuale come usurante ai fini pensionistici, contro i piani di riarmo: risorse a salari, pensioni e servizi pubblici

Presidio a Roma ore 11:00 Ministero del Lavoro Via Flavia. Verso la manifestazione nazionale operaia del 23 maggio.

I lavoratori portuali tornano a scioperare il 7 maggio. Delegazioni provenienti dai principali porti italiani saranno in presidio davanti al Ministero del Lavoro per chiedere che il lavoro portuale venga finalmente riconosciuto come attività usurante ai fini pensionistici.

Una richiesta che nasce direttamente dalle banchine e dai piazzali, condivisa anche da altri settori, come quello ferroviario, e che si scontra ancora una volta con il solito ritornello della mancanza di risorse. Ma dove sono queste risorse che servirebbero per consentire ai lavoratori di andare in pensione cinque anni prima?

Le risorse ci sono: vengono destinate ai piani di riarmo, all’acquisto di armamenti per miliardi di euro, alla crescente militarizzazione dei porti, delle ferrovie e delle infrastrutture strategiche. Vengono assorbite da una logica di guerra e da un sistema di speculazione finanziaria che alimenta l’inflazione e riduce il potere d’acquisto dei lavoratori.

Per questo i portuali sanno che la richiesta del riconoscimento del lavoro usurante si collega con un’opposizione popolare e diffusa alle politiche di riarmo dell’Unione Europea e alle scelte che rischiano di trascinare il Paese in scenari di guerra. Oggi più che mai sentiamo anche di non lasciare soli coloro che hanno condiviso con noi innumerevoli lotte e percorsi comuni e si trovano sequestrati e minacciati dall’esercito israeliano. Invitiamo tutte e tutti a sostenere lo sciopero e a partecipare al presidio davanti al Ministero del Lavoro. Difendere il salario, i diritti, la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro sono parte della stessa battaglia contro la guerra e l'economia di guerra.

Nella stessa giornata scenderanno in piazza anche insegnanti e studenti, contro i progetti di reintroduzione della leva militare e contro le riforme del sistema educativo. Saremo al loro fianco, come sempre.

Lavoratori e studenti, figli della stessa rabbia.

05/05/2026

Comunicati Stampa
7 maggio sciopero nazionale dei porti italiani, per il riconoscimento del lavoro portuale come usurante ai fini pensionistici, contro i piani di riarmo: risorse a salari, pensioni e servizi pubblici

I portuali non lavorano per la guerra: lo sciopero internazionale punto di partenza, la solidarietà può fermare il riarm...
08/02/2026

I portuali non lavorano per la guerra: lo sciopero internazionale punto di partenza, la solidarietà può fermare il riarmo

La giornata di Venerdì 6 ha visto cinque organizzazioni sindacali indire una giornata comune di lotta, con manifestazioni nei principali porti europei e italiani. La grande risonanza internazionale che ha avuto la prima giornata internazionale di lot…

Manifestazioni in tutta Italia per lo sciopero generale contro la finanziaria di guerra: sabato 29 tutte e tutti a Roma ...
28/11/2025

Manifestazioni in tutta Italia per lo sciopero generale contro la finanziaria di guerra: sabato 29 tutte e tutti a Roma per un grande corteo nazionale

Manifestazioni in più di 50 città, con centinaia di migliaia di persone che hanno protestato contro la finanziaria di guerra del governo Meloni: questo l’esito più evidente di uno sciopero generale, il terzo in soli due mesi, che ha collegato il sost…

Lo SCIOPERO GENERALE contro la finanziaria di guerra sarà il 28 novembre, sabato 29 manifestazione nazionale.I MATERIALI
10/11/2025

Lo SCIOPERO GENERALE contro la finanziaria di guerra sarà il 28 novembre, sabato 29 manifestazione nazionale.
I MATERIALI

L’Esecutivo Nazionale Confederale dell’USB, riunito oggi a Roma, indica il 28 novembre come data per lo sciopero generale di tutte le categorie contro la finanziaria di guerra, con mobilitazioni in tutte le città e manifestazione nazionale a Roma il …

BLOCCHIAMO TUTTO PER CAMBIARE TUTTO - DALLE 100 PIAZZE ALLE 100 ASSEMBLEE OPERATIVE PER GAZA!🇵🇸Piazza del Popolo | Raven...
22/10/2025

BLOCCHIAMO TUTTO PER CAMBIARE TUTTO - DALLE 100 PIAZZE ALLE 100 ASSEMBLEE OPERATIVE PER GAZA!🇵🇸

Piazza del Popolo | Ravenna Martedì 28 | 18:00

Anche a Ravenna, i mesi di Settembre e Ottobre hanno visto il crescere delle mobilitazioni per Gaza, contro il genocidio e contro Israele stato terrorista. Siamo scesi in piazza a migliaia (organizzazioni politiche, sindacati, collettivi e cittadini) per denunciare la complicità del nostro governo con le politiche genocide e per sostenere la Global Sumud Flottiglia. Il cessate il fuoco e la proposta di pace Trump-Netanyahu non sono la fine: il popolo palestinese resta sotto occupazione, assedio, e le uccisioni continuano. Il piano di pace è una manovra vergognosa per negare ai palestinesi il diritto all’esistenza.

È sempre più evidente la ragione della complicità del governo Meloni con Israele: Tel Aviv agisce per conto dei paesi occidentali, Stati Uniti in testa. Per questo, mentre l'Europa sostiene Netanyahu, contemporaneamente approva un gigantesco piano di riarmo da 800 miliardi, aumentando i fondi alla NATO e promuovendo l'economia di guerra.
A Ravenna, il porto è ancora usato come hub logistico per il trasporto di armi e il commercio con Israele. Le amministrazioni comunale e regionale, al di là dei proclami, non agiscono realmente per boicottare i rapporti con Israele e per bloccare le aziende produttrici di armi e morte sul nostro territorio. Complicità con Israele e riarmo sono due facce della stessa medaglia, il cui prezzo si riversa su salari e condizioni di vita e di lavoro.

Dobbiamo usare la forza che abbiamo costruito, continuando la solidarietà con la Palestina e la lotta contro l'economia del genocidio. Rilanciamo l'appello per cui le lavoratrici e i lavoratori non lavorano per la guerra, collegando l'indignazione per il genocidio alla lotta per salari, salute e servizi pubblici.

A Ravenna, trasformiamo le 100 piazze per Gaza in 100 assemblee operative.

Per bloccare tutto, per cambiare tutto.

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