21/04/2026
Una patologia cronica e spesso invalidante che colpisce circa il 10% delle donne in età produttiva a livello globale, con conseguenze rilevanti sulla qualità della vita, sulla fertilità e sulla partecipazione sociale. Si tratta dell'endometriosi, una malattia che - nonostante la sua diffusione - in Italia resta ampiamente sotto-diagnosticata e caratterizzata da forti diseguaglianze territoriali nell'accesso ai servizi sanitari. A evidenziarlo è il nuovo report della Fondazione Gimbe, intitolato “Endometriosi: evidenze scientifiche e diseguaglianze regionali”, che analizza sia i dati clinici disponibili sia le organizzazioni dell'assistenza nelle diverse regioni e provincie autonome. Secondo il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta, l'endometriosi rappresenta ancora oggi “un problema di salute pubblica sottostimato” soprattutto perché la diagnosi arriva spesso dopo anni di sofferenza e l'assistenza risulta disomogenea sul territorio nazionale.
Uno dei problemi più critici riguarda proprio il ritardo diagnostico: in Italia possono trascorrere dai sette ai dieci anni tra la comparsa dei primi sintomi e la diagnosi. Un ritardo dovuto adiversi fattori, tra cui la variabilità dei sintomi, l'assenza dei test diagnostici specifici e le difficoltà di accesso a visite specifiche. Le stime epidemiologiche indicano un'incidenza di 0,76 casi ogni mille donne tra i 15 e i 50 anni nel triennio 2021 e 2023, pari a circa 9.300 nuovi casi, ma si tratta con ogni probabilità di una sottostima, poiché i dati si basano prevalentemente sui casi ospedalizzati, spesso più gravi.
Un altro nodo centrale riguarda le disuguaglianze regionali. Solo alcune regioni italiane, tra cui Campania, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia, dispongono sia di percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali sia di reti cliniche attive. In molte altre realtà invece, questi strumenti risultano parziali o del tutto assenti, creando un sistema frammentato in cui l'accesso alle cure varia da territorio a territorio.