26/04/2026
C’è un luogo, nel sistema globale, dove la geografia diventa potere. Non è una capitale, non è una base militare. È uno stretto di mare. Hormuz. Una striscia d’acqua larga poche decine di miglia nautiche tra Iran e Oman, ma da cui passa una quota decisiva dell’energia mondiale. In altre parole, una delle principali arterie strategiche del pianeta. Un vero collo di bottiglia da cui dipendono equilibri economici, scelte politiche e stabilità internazionale.
Quando Hormuz si ferma, il mondo rallenta. Non è una formula giornalistica. È un dato strutturale.Basta che la tensione salga perché il traffico si riduca, le rotte vengano modificate, i costi assicurativi aumentino e, a catena, si riflettano su prezzi, inflazione e sistemi produttivi.La geopolitica, in fondo, è anche questo: controllo dei passaggi obbligati.
Chi controlla Hormuz non controlla solo un tratto di mare, ma una leva capace di influenzare mercati e governi. Non a caso, ogni crisi mediorientale riporta questo nome al centro dell’attenzione. E tuttavia, in questa grande partita globale, esiste un livello meno visibile.
Quello delle navi. Si parla di flussi energetici e percentuali, ma quei numeri viaggiano su scafi reali, con equipaggi reali. Navi che attraversano questo corridoio e che, quando la tensione cresce, diventano elementi esposti, vulnerabili, senza possibilità di sottrarsi.Perché il mare, quando si chiude, non offre alternative. Non esistono deviazioni immediate. Una nave dentro il Golfo Persico, con lo stretto impraticabile, è semplicemente bloccata. E qui il discorso cambia natura. Oggi si parla di guerra, di missili, di droni. Ai miei tempi i pericoli erano diversi. Erano pericoli nautici: condizioni del mare, errori di navigazione, limiti tecnici. Non c’era la minaccia diretta di un conflitto armato. Ma una cosa era identica: la solitudine. Il comandante, allora come oggi, era solo davanti alle decisioni. Il mare non cambia in questo. Cambiano i mezzi, cambiano i rischi, ma non cambia quella condizione profonda: la responsabilità senza appello.
Oggi, però, a quella solitudine si aggiunge un elemento nuovo: l’impotenza geopolitica. Un comandante può affrontare una tempesta, può gestire un’avaria.Ma non può nulla contro una crisi internazionale. E così, mentre i governi discutono e i mercati reagiscono, ci sono navi ferme. Alla fonda o alla deriva. In attesa.Una nave ferma è una nave che consuma senza avanzare. Consuma risorse, consuma equilibrio, consuma tempo. E soprattutto mette alla prova gli uomini.
Il marittimo è un civile. È abituato al rischio, ma a un rischio che fa parte del mestiere. Qui invece entra in gioco l’imprevedibilità. E la dimensione più difficile non è l’azione, ma l’attesa. L’attesa sotto minaccia.
Nel grande schema geopolitico questo non compare. Si parla di sicurezza energetica, di strategie, di rotte alternative. Ma resta una domanda più concreta.Cosa accade a chi è già lì?
Accade che il mare, da spazio aperto, diventa spazio chiuso. Accade che la libertà di navigazione si riduce a una possibilità teorica.E accade che il comandante torna al centro.Non solo come figura tecnica, ma come punto di equilibrio umano. Deve mantenere lucidità, gestire tensioni, sostenere uomini che non possono agire. Ai miei tempi la solitudine era parte del mestiere. Oggi rischia di diventare isolamento. E questa è forse la differenza più profonda: non nel mare, ma nel mondo attorno.
Perché il mare resta lo stesso. Ma il contesto è diventato più instabile.
E quando l’instabilità incontra un passaggio obbligato come Hormuz, non si limita a creare una crisi regionale. Diventa un problema globale. Con effetti immediati sui mercati, ma conseguenze dirette sugli uomini. A questo punto, la riflessione non può fermarsi al contingente. L’Europa, ancora una volta, si scopre esposta. Dipendente da rotte lontane, vulnerabile a crisi che non controlla. Si parla da anni di autonomia energetica, ma la realtà dimostra quanto questo obiettivo sia ancora incompiuto. Non basta diversificare le fonti: occorre ripensare strategie e visione marittima.
E qui entra in gioco anche l’Italia. Paese naturalmente proiettato nel Mediterraneo, con una tradizione marittima profonda, ma spesso inconsapevole del proprio ruolo. L’Italia non è solo consumatrice di energia: è, o dovrebbe essere, una nazione marittima capace di comprendere il valore strategico delle rotte e dei porti.Perché il mare non è solo commercio. È potere. La crisi di Hormuz lo dimostra: chi non controlla le proprie vie di accesso finisce per dipendere da chi le controlla.
Forse questa crisi dovrebbe insegnare qualcosa. Che la sicurezza non è solo militare, ma anche economica e marittima. Che la libertà di navigazione non è garantita per sempre. E che il mare, per un Paese come il nostro, non è un orizzonte. È un destino.