26/02/2026
Sabato 7 febbraio abbiamo aperto il nostro festival femminista con il primo talk: “Lavoro ergo sono a pezzi. Salute mentale, performance e diritto al riposo”.
Abbiamo scelto di raccontarlo adesso, mentre siamo all’ultima settimana del festival, perché certi incontri non si archiviano: si lasciano decantare.
Insieme a e siamo partite da una domanda scomoda: il lavoro ci nobilita o ci consuma?
Quando abbiamo iniziato ad identificarci quasi esclusivamente con ciò che facciamo, abbiamo accettato che la produttività diventasse misura del nostro valore. Ma noi siamo molto più delle nostre performance, molto più dei risultati, delle scadenze, dei traguardi.
Abbiamo parlato di salute mentale, di burnout, di ansia da prestazione, di una cultura che celebra l’iper-efficienza e stigmatizza la stanchezza. Di nuove generazioni che mettono in discussione il mito del sacrificio permanente e rivendicano tempo, senso, equilibrio.
E poi del lavoro di cura, quello invisibile, non retribuito, dato per scontato. Quello che continua a gravare in modo sproporzionato sulle donne, che spesso tengono insieme tutto: casa, relazioni, figli, lavoro salariato. E che si sentono comunque in difetto.
Abbiamo nominato la stanchezza cronica per quello che è: non una fragilità individuale, ma il sintomo di un sistema che pretende sempre di più e restituisce sempre meno. Un sistema che ci vuole performanti, disponibili, grate, anche quando siamo a pezzi.
Da questo confronto è emersa una consapevolezza chiara: il diritto al riposo è un diritto politico.
Rallentare è un atto di resistenza e sottrarci alla logica della produttività a ogni costo è un gesto femminista.
Un grazie profondo a e per la lucidità, la radicalità e la cura con cui hanno abitato questo spazio.
Grazie a chi era con noi, per l’ascolto, le domande, le emozioni condivise.
Grazie a per le bellissime foto e al per l’accoglienza.