20/04/2026
🇮🇹81° anniversario 🇮🇹
🇮🇹Operazione Herring 🇮🇹
Nella notte tra il 20 e il 21 aprile 1945, mentre la Seconda guerra mondiale in Europa volgeva al termine, il cielo della Pianura Padana si aprì nel silenzio. Da quattordici velivoli emersero, uno dopo l’altro, uomini sospesi tra buio e terra: 226 paracadutisti italiani dello Squadrone “F”, comandato dal Cap. Par. Carlo F. Gay, con vice comandante il Ten. Par. Giorgio Ganzini (fondatore della nostra sezione), e della Centuria “Nembo”, al comando del Ten. Par. Guerino Ceiner. Era iniziata l’Operazione Herring.
Non si trattava di un’azione spettacolare destinata a occupare città o conquistare territori. Il loro compito era più sottile e più rischioso: infiltrarsi, colpire, disorientare. Spezzare le comunicazioni, minare le strade, creare un’incertezza tale da rallentare la ritirata tedesca verso il Po. Dovevano essere pochi, invisibili, ma ovunque.
E in parte lo furono davvero.
I lanci, disturbati dalla contraerea e da condizioni difficili, dispersero gli uomini su un’area vastissima. Piccoli gruppi, talvolta di due o tre soldati appena, si trovarono isolati in territorio ostile. Quello che poteva sembrare un errore si trasformò in un moltiplicatore di paura: nelle retrovie tedesche prese forma l’idea di un attacco su larga scala, di migliaia di paracadutisti calati nella notte.
Da quel momento, la missione cambiò volto: non più solo sabotaggio, ma scontro diretto.
Tra il 20 e il 23 aprile, quei reparti combatterono una guerra frammentata e feroce: imboscate, ponti difesi o salvati, colonne attaccate, linee telefoniche distrutte. In condizioni di netta inferiorità numerica, riuscirono a catturare centinaia di prigionieri e a infliggere perdite significative, contribuendo a incrinare ulteriormente un sistema già in ritirata.
Ma il prezzo fu alto.
In luoghi come Ca’ Brusada, il conflitto si ridusse a pochi metri, a stanze chiuse, a decisioni senza ritorno. Quattordici paracadutisti italiani combatterono fino all’ultimo uomo in una casa che divenne, letteralmente, il loro campo di battaglia e la loro tomba. Episodi come questo non cambiarono da soli l’esito della guerra, ma ne incarnano la durezza estrema negli ultimi giorni.
L’Operazione Herring fu, sul piano militare, una tipica azione di preparazione del campo: contribuì a disarticolare le retrovie nemiche proprio mentre l’offensiva alleata avanzava. In quel momento finale, la liberazione dell’Italia settentrionale fu il risultato di una convergenza di forze.
Eppure, in quella convergenza, Herring occupa un posto particolare.
Perché quei paracadutisti rappresentavano qualcosa di raro in quel 1945: un esercito italiano che, dopo la frattura dell’Armistizio di Cassibile, tornava ad agire come struttura organizzata al fianco degli Alleati, cercando di ricostruire non solo un ruolo militare, ma una continuità statale.
Non furono soli, e non furono decisivi da soli. Ma furono presenti, operativi, esposti.
Il loro lascito non sta soltanto nei numeri — ponti salvati, linee interrotte, prigionieri catturati — ma nella natura stessa della missione: agire nell’incertezza, accettare la dispersione, trasformare l’isolamento in iniziativa. Una forma di guerra che richiedeva autonomia, disciplina e straordinaria capacità di adattamento.
Oggi, l’Operazione Herring resta meno nota rispetto ad altri capitoli della liberazione. Non perché priva di importanza, ma perché difficile da raccontare in modo semplice: fu frammentata, diffusa, priva di un unico episodio simbolico dominante.
E forse è proprio questo il suo tratto distintivo.
Non una singola battaglia decisiva, ma una costellazione di azioni, spesso invisibili, che contribuirono a inclinare l’equilibrio in un momento già cruciale. Una storia fatta di silenzi, di lanci notturni e di piccoli gruppi che, sparsi nella pianura, agirono come se fossero molti di più.
Ogni anno, in questi luoghi, quei fatti vengono ricordati e commemorati alla presenza delle autorità civili e militari, insieme al 185º Reggimento Paracadutisti Ricognizione Acquisizione Obiettivi Folgore, erede di quegli uomini.
A loro, per il valore dimostrato, va riconosciuto non solo l’eroismo, ma il senso profondo del dovere e dell’amor patrio.
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