Libera università donne

Libera università donne L’Associazione “Per una Libera Università delle Donne” è una libera associazione che non persegue fini di lucro e ha finalità di promozione sociale, civile

L’Associazione “Per una Libera Università delle Donne” è una libera associazione che non persegue fini di lucro e ha finalità di promozione sociale, civile e culturale. Nasce dalla volontà di alcune donne, di diversa formazione professionale, diversa appartenenza ma di comune sentire e uguali ambizioni, di costruire un luogo altro del sapere, un luogo di diffusione del pensiero e di circolazione

di idee e proposte nel quale sia possibile riportare in una prospettiva nuova la questione del contributo umano, sociale e politico che le donne hanno dato e danno al nostro paese con la loro presenza in tutti gli ambiti professionali, culturali e artistici grazie al proprio talento, alla propria competenza e ai propri personali sacrifici. In una realtà politica, economica e sociale che, ben lungi dal risanarsi, si fa sempre più incerta e instabile, avere voce e pensiero è una risorsa per tutti. La Libera Università può rappresentare appunto il luogo della nostra voce e del nostro pensiero, un luogo dove incontrarci, restare unite, capire di più, volere di più, lottare di più. La nostra forza è sempre stata questa capacità di moltiplicare ogni singola energia attraverso l’incontro e l’unione dei nostri pensieri e della nostra voce e diventare una sola voce potente e feconda di cambiamento. C’è bisogno del lavoro e della passione di tutte noi -giovani, meno giovani, italiane, straniere, lavoratrici, disoccupate, precarie- e ognuna fa la differenza. Questa è la visione della Libera Università, questo significa farne parte.

23/04/2026
La LUD partecipa all evento
28/03/2026

La LUD partecipa all evento

21/03/2026

BUON COMPLEANNO LUD

15 anni fa, in un luminoso e ventoso pomeriggio di marzo, lo facemmo: fondammo la Libera
Università delle Donne di Basilicata.
Eravamo emozionate, orgogliose e soprattutto determinate a dire la nostra e a dare voce a chi non
sempre riesce ad averne. C’era bisogno di pensiero, di critica, di sguardo fermo. Il berlusconismo
imperante era riuscito ad appiattire le menti di un’intera nazione; le donne, quelle disubbidienti e
combattive che dagli anni 70 in poi avevano cambiato il Paese, sembravano aver perso la voce,
refluite in un privato per lo più malmostoso, sfiduciato e addirittura rassegnato che non dialogava
più con il mondo intorno. Per alcune di noi questo silenzio, questa assenza cominciavano a
diventare sempre più insopportabili e decidemmo di tornare a esserci. In realtà non ce n’eravamo
andate del tutto, ognuna di noi aveva continuato a mantenere il suo impegno, ma sentivamo la
mancanza di un luogo comune, nostro nel quale incontrarci e dal quale interrogare la realtà che era
intorno. Una sana pratica femminista che era andata scomparendo nel tempo, e che volevamo
ritrovare. Perché noi della Libera Università delle Donne questo siamo soprattutto: siamo
femministe e dalla prospettiva del femminismo politico ci muoviamo.
I temi imprescindibili per noi sono più che mai stringenti in un contesto sociale e politico che
diventa sempre più escludente e aggressivo e sembra aver smarrito il senso della comunità
partecipata: la libertà, i diritti, le pari opportunità per tutti i generi, l’integrazione, la solidarietà, la
giustizia sociale, l’ambiente, lo sviluppo sostenibile, l’abbattimento degli stereotipi, il contrasto a
ogni forma di violenza, la pace.
Ogni nostra iniziativa, e non è facile ricordarle tutte perché sono state e sono tantissime, ha
testimoniato il nostro impegno per affermare questi valori: abbiamo svolto indagini conoscitive,
conferenze a tema, progetti di toponomastica, concorsi fotografici, cineforum, corsi di formazione.
Consapevoli dell’importanza del lavoro di rete, abbiamo preso parte a progetti sociali con altre
associazioni o enti del territorio, con i sindacati, con la scuola e le Università. Inoltre negli anni
abbiamo mantenuto un’interlocuzione attenta con la realtà politico amministrativa locale attraverso
una serie di azioni: abbiamo scritto articoli, raccolto firme, lottato per ottenere il cambiamento dello
Statuto Regionale, scritto lettere aperte alla Regione e protestato quando abbiamo ritenuto doveroso
farlo, anche a costo di essere scomode.
Non sono stati anni facili, i nostri, strette nelle mille difficoltà con cui ci siamo dovute confrontare,
dalla mancanza di risorse economiche -dovuta all’ostinazione a volerci autofinanziare per garantire
la massima libertà di pensiero e di azione-, alla mancanza di una sede, alle nostre età non proprio
fiorenti, alla realtà circostante sempre più in affanno.
Tuttavia sono stati anni di bellissimo impegno che continuiamo a portare avanti con la medesima
passione e determinazione.
Auguri alla Libera Università delle Donne e grazie a tutte e tutti coloro che ci hanno accompagnato
nel cammino

Adriana Salvia

21/02/2026
Incontro con il prof Tommaso Greco per riflettere sulle tematiche contenute nel suo ultimo libro "Critica della ragion b...
17/02/2026

Incontro con il prof Tommaso Greco per riflettere sulle tematiche contenute nel suo ultimo libro "Critica della ragion bellica". Insieme a Tommaso Greco c'erano la senatrice Cecilia D'elia, il dott. Luigi Catalani, la storica dott. Elena Vigilante e la dott Adriana Salvia presidente LUD

13/02/2026

CRITICA DELLA RAGIONE BELLICA Incontro con Tommaso Greco
Lunedì 16 febbraio la Libera Università delle Donne di Potenza incontra Tommaso Greco,
professore di Filosofia del Diritto dell’Università di Pisa e autore del testo “Critica della ragione
bellica”, recentemente pubblicato da Laterza.
Abbiamo voluto fortemente questo incontro perché l’ultimo lavoro del prof Greco rovescia
completamente la visione secondo la quale la guerra, nel migliore dei casi, è un “male necessario” a
cui bisogna ricorrere per difendersi dai nemici, nel peggiore un mezzo di espansione ed
espropriazione legittimato dalla logica del più forte. I pacifisti, dileggiati a più voci da giornali e
vari rappresentanti politici, sono le anime belle che non si rassegnano a credere nella ferocia
“istintiva” del genere umano, sono pigramente seduti in comode poltrone, viziati da 80 anni di non
belligeranza, e vagheggiano di accordi e tavoli di discussione, ignorando il “realismo” politico
necessario a contrastare il rischio di annientamento della nostra identità occidentale.
Le recenti, drammatiche guerre, le politiche aggressive e spregiudicate messe in campo anche da
governi che si definiscono democratici, hanno fatto emergere con rinnovata forza i fantasmi di un
passato che ingenuamente credevamo morto e si è andata affermando la convinzione del bisogno di
riarmarsi per scongiurare la minaccia di un’escalation bellica che potrebbe annientarci. I governi
europei, che pure avevano sottoscritto una costituzione che poneva tra i suoi principali obiettivi il
mantenimento della pace, hanno varato il piano di “Riarm Europe” che prevede aumenti senza
precedenti delle spese militari a scapito delle vere, grandi sfide dell’umanità: l’accesso al cibo, alla
salute, all’istruzione, il diritto al lavoro e a una vita dignitosa, la libertà di espressione, la tolleranza
e la non violenza, la riduzione delle disuguaglianze crescenti tra i sempre più ricchi e i sempre più
poveri, la difesa del clima e del pianeta Terra. In questo clima si diffonde in modo pervasivo una
propensione all’intolleranza e al disprezzo che caratterizza tutto il nostro vivere, il linguaggio, la
comunicazione, la politica, le relazioni sociali. Martellati come siamo da mass media sempre più
asserviti a chi comanda, crediamo che la sicurezza consista nella distruzione del “nemico”
artatamente costruito attraverso campagne di comunicazione che trasmettono “una nozione
meramente armata di difesa e di sicurezza.”, per cui accettiamo la guerra come mezzo per pervenire
a ciò che crediamo sia la pace, non considerando che una pace prodotta da una guerra devastante
lascia cicatrici profonde in chi ha perso, ma anche in chi ha vinto, e pone le basi per un nuovo
conflitto, ancora più cruento del precedente.
Tommaso Greco con “Critica della ragione bellica” rovescia questo punto di vista e si pone
l’obiettivo di contrastare la narrazione che relega la pace nell’utopia o nell’ideale, indicando come
via maestra il pacifismo giuridico, cioè quella forma di pacifismo che punta a valorizzare il ruolo

del diritto e delle istituzioni, della democrazia, della relazione piuttosto che dell’antagonismo, di
un’autentica cultura della pace, principio fondativo e struttura portante della nostra convivenza, non
semplice valore o bene finale. Di fronte al menefreghismo arrogante dei vari dittatori che
comandano il mondo nei confronti delle istituzioni internazionali, siamo portati a credere che il
diritto sia ormai impotente, incapace di contrastare gli appetiti espansionistici e le continue
violazioni delle leggi che li muovono. Ma Greco ci fa notare che la funzione del diritto è quella di
contribuire a costruire relazioni sociali dentro una dimensione collettiva di scambio e convivenza, e
dunque propone un’idea della politica e della società che ritrovi il senso dell’agire comune e ribalti
la logica dell’amico/nemico, si “fidi” della “forza attiva dell’uomo”, delle sue capacità relazionali e
la propensione a creare rapporti pacifici e costruttivi e consideri positivamente il ruolo che la
decisione libera, la riflessione e l’intenzione giocano nella Storia. Greco valorizza l’antropologia
positiva che crede nel legame originario tra soggetti per cui essere prossimo all’altro implica la
scelta sistematica dell’incontro anziché lo scontro, produce accoglienza e non respingimenti,
comporta il valorizzare le ragioni del dialogo piuttosto che quelle del disprezzo. In questo senso va
ripensata anche la funzione del diritto internazionale stesso che in alcuni momenti della storia ha
adottato un modello esclusivamente sanzionatorio, e dunque sfiduciario-verticale, piuttosto che
fiduciario-orizzontale, concentrandosi sull’uso della forza e della sanzione, quindi sulla necessità di
rispondere alla violenza illegittima con la violenza legittima. Auspica una “rivoluzione dello
sguardo” per ritrovare una base etica fondata sul profilo dei valori custoditi dal diritto e sul senso di
umanità. Dunque richiama il concetto kantiano del limite, su cui si fonda anche l’Art 11 della nostra
Costituzione, che afferma che ogni potere e ogni diritto possono essere esercitati solo se inscritti
dentro le regole che li creano e li legittimano. Il diritto cioè non può essere considerato tale se
ammette che i rapporti, tanto personali quanto internazionali, vengano improntati alla forza e al
dominio. Il limite è dunque necessario perché ha la funzione di creare spazio per l’altro, per gli altri
ed è esattamente in questo spazio che cresce e prospera la fiducia e la cultura della pace si
concretizza. Ne discende che senza una vera democrazia non potrà mai esistere una concreta
cultura della pace, la cui logica fondativa è quella del riconoscimento e della relazione tesa
all’unione e alla cooperazione. La pace, dice Greco, è disciplina di cura, piuttosto che costruzione, e
dunque contiene un elemento di fragilità in quanto implica sempre una possibilità di tradimento. Si
tratta quindi di scommettere sul mantenimento delle relazioni pacifiche, alimentando e sostenendo
con meccanismi adeguati il circolo della fiducia tra i popoli e gli stati.
Il testo non fornisce risposte immediate, né soluzioni semplici; indica piuttosto una strada, un
cammino che l’umanità dovrà decidersi a percorrere prima che la logica della guerra si affermi

COMUNICATO  STAMPAConsenso -  Scelta -  LibertàMobilitazione permanente contro il DdL Bongiorno15 febbraio mobilitazione...
13/02/2026

COMUNICATO STAMPA

Consenso - Scelta - Libertà
Mobilitazione permanente contro il DdL Bongiorno

15 febbraio mobilitazione diffusa in oltre 100 piazze d'Italia
a Potenza ore 11, lungofiume Basento (altezza ass. Insieme dove ripareremo in caso di piogga)
Senza consenso è sempre stupro
28 febbraio – Roma manifestazione nazionale

Siamo associazioni, realtà della società civile, centri antiviolenza, sindacati, reti femministe che si sono messe insieme per contrastare la proposta di modifica dell'articolo 609bis del Codice penale sulla violenza sessuale, che rischia di produrre un grave arretramento non solo culturale, incidendo sulla vita concreta delle donne che subiscono violenza sessuale.
L'approvazione di questo D.d.L annullerebbe 10 anni di giurisprudenza della Corte di Cassazione che, in linea con la Convenzione di Istanbul, si era orientata a definire la violenza sessuale come assenza di consenso, riportando sulle donne l'onere di dimostrare di aver resistito alla violenza, di aver detto No, con tutte le conseguenze di rivittimizzazione della donna stessa alla quale abitualmente assistiamo nei nostri tribunali.
La data del 15 febbraio non è stata scelta a caso. In questo giorno cade il trentennale della legge n.66 del 1996 del nostro codice penale che ha introdotto il reato di violenza sessuale come reato contro la persona e non più contro la moralità pubblica. Per arrivare a questa legge, ( il cui detonatore fu il “massacro del Circeo” del 29 settembre 1975) votata alla fine trasversalmente da donne e uomini di tutti i partiti, ci fu un iter lunghissimo durato quasi 20 anni che abbracciò l'arco di 5 legislature, compresa una raccolta di 300.000 firme promossa dal Movimento delle donne dell'epoca, e numerose manifestazioni.
Oggi, a distanza di 30 anni, nonostante i dati Istat ci dicano che crescono significativamente le violenze sessuali contro le donne tra i 18 e i 25 anni, e che le denunce siano ferme al 10%, nonostante le direttive internazionali, e le relative condanne dell'Italia da parte della CEDU (la Corte Euopea dei diritti umani) convergano verso un consenso della donna libero e attuale, e nonostante una legge in tal senso votata all'unanimità alla Camera, si è arrivati in commissione Giustizia a questo D.d.L per noi inaccettabile.
Facciamo appello a tutte le donne e uomini che non vogliono arretrare, soprattutto alle donne, che questa battaglia ci possa vedere il più unite possibile perchè alla base della relazione sessuale deve esserci sempre reciprocità e non violenza, perchè fare sesso è una scelta e non una costrizione, perchè scegliere significa essere libere.
E ricordiamoci sempre che i diritti acquisiti non sono per sempre.
Non abbiamo un elenco di adesioni perchè riteniamo necessario essere presenti con i nostri corpi, le nostre facce, la nostra storia.
Vi aspettiamo domenica 15 alle 11 sul lungo Basento!

24/01/2026

Dissenso versus Consenso

Siamo alle solite: quando si profila anche solo la possibilità di affermare un principio sacrosanto
che è quello dell’autodeterminazione sessuale delle donne, si scatena l’inferno. È successo anche
stavolta e dunque dobbiamo tornare ad alzare la voce e a dire la nostra. Lo facciamo respingendo
con forza la proposta di riformulazione del Ddl Violenza sessuale avanzata dalla senatrice
Bongiorno della Lega che prevede un nuovo reato, considerato per altro meno grave, che si
configura sulla “volontà contraria all’atto sessuale”, volontà che deve essere “valutata tenendo
conto della situazione e del contesto in cui l’atto è commesso”. Si sostituisce in altri termini il
dissenso al consenso. E non è cosa da poco, tutt’altro. Se si pone il focus sulla volontà e non sul
consenso la persona che ha subito la violenza deve provare di aver avuto una volontà contraria.
Terreno alquanto scivoloso, se si considera che questo contesto apre alla possibilità da parte
dell’imputato di appellarsi a tutta una serie di alibi relativi al fraintendimento delle intenzioni della
donna. Non è chi subisce il danno che deve dimostrare di aver detto no con chiarezza e sufficiente
forza, all’azione di violenza che subisce, è il Pubblico Ministero che deve raccogliere le prove del
reato di chi lo ha commesso. La differenza sostanziale risiede esattamente in questo cambio di
prospettiva, Il consenso a un rapporto sessuale è un’azione chiara che non dà adito a dubbi, non è
un’interpretazione da valutare caso per caso per offrire possibili scappatoie e alibi agli aggressori.
Del resto, già la Corte di Cassazione, allineata pienamente alla Convenzione di Istanbul a cui hanno
aderito molti Paesi europei, ha definito il reato di violenza sessuale a partire dall’assenza di
consenso e non dalla necessità da parte di chi lo subisce di manifestare un dissenso esplicito. Le
leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non esporle a ulteriore stress e
manipolazioni.
È inaccettabile tornare ancora una volta indietro e assistere a questo ennesimo colpo di mano della
destra che governa il nostro Paese.
Un accordo bipartisan, sancito tra due donne di opposte fazioni, andato in frantumi a opera di
un’altra donna, che pure si è a suo modo molto spesa in tema di violenza sulle donne, per
compiacere Salvini &Comp.; sempre dentro la solita, triste cornice di sottomissione e ubbidienza.
E questo è l’altro aspetto insopportabile di tutta questa assai br**ta vicenda.

22/10/2025

DENTRO LO SGUARDO DEGLI UOMINI
Si, ammettiamolo, con Giorgia Meloni Maurizio Landini ha sbagliato. E lo dico io che da sempre apprezzo in lui, pur ammettendo qualche svarione, l’onestà e l’autenticità dello slancio quasi passionale con cui porta avanti le sue idee.
Ha sbagliato, e anche tanto. Probabilmente perché privo di quella padronanza e finezza linguistica che sa distinguere l’implicazione sessista e offensiva della definizione “cortigiana di Trump” rispetto a “donna della corte di Trump”.
Voglio credere che sia così, ma in ogni caso dovrebbe scusarsi, più che giustificarsi.
Dal canto suo Giorgia, il nostro Presidente del Consiglio che ci tiene tanto a mantenere il maschile per definirsi nel suo ruolo, in quanto per prima attribuisce un valore svalutativo se non addirittura dispregiativo alla declinazione al femminile di cariche tanto importanti, Giorgia, dicevamo, si è giustamente adontata, e con veemente indignazione ha reagito. Si, è vero, ne ha approfittato per tirar fuori la solita tiritera della sinistra portatrice di odio e di violenza (al pari dei terroristi di Hamas, anzi peggio, dice) che poteva risparmiarsi, ma ha con ragione reagito all’attacco sessista di Landini.
Peccato però che questa stessa veemenza si sia del tutto smorzata di fronte all’atteggiamento machista e padronale del Presidente degli Stati Uniti (portatore di amore e di pace, come tutti sappiamo) che in un contesto internazionale di estrema rilevanza, dove si discuteva la cosiddetta “pace di Gaza”, ha snocciolato una serie di apprezzamenti sull’aspetto fisico del nostro presidente del Consiglio, (senza perdere l’occasione di attaccare ancora una volta il politically correct tanto caro agli ambienti sinistroidi) e ammiccando nella sua direzione come un volgare piacione mezzo sbronzo.
Roba vecchia, francamente offensiva. L’ineffabile Donald non ha definito “cortigiana” la nostra Giorgia, ma l’ha trattata esattamente così, come fosse una sua ancella educata, o meglio, addestrata a compiacere il suo padrone. Lei infatti, minimamente disturbata, ha sorriso tutta compiaciuta, magari illudendosi di aver guadagnato qualche punticino a suo favore nel rapporto con questo narciso dal ciuffo biondo che vuole comandare il mondo.
Che tristezza.
Eppure questa vicenda, da qualunque lato la si guardi, evidenzia ancora una volta quanto sia difficile uscire dal vecchio recinto della definizione del valore di una donna attraverso lo sguardo degli uomini. Uno sguardo sempre pronto a giudicarti e definirti sul piano della tua identità di genere, e non su quello dei tuoi pensieri e delle tue azioni, per quanto prestigiose possano essere.
Quando ne usciremo? La risposta più immediata sembrerebbe essere: “quando le donne non accetteranno più di sottoscrivere questa forma di contratto”. E questo è senz’altro vero, le leggi della sudditanza patriarcale sono ancora dure da estirpare e il cammino è lungo e in salita. Ma è pur vero che una società civile e democratica dovrebbe pretendere dagli uomini, da tutti gli uomini, ma ancor di più da quelli che ricoprono ruoli di rilievo in tutti i campi del nostro vivere, uno sguardo finalmente paritario, aperto, nuovo.
E dovrebbe pretenderlo il nostro Presidente del Consiglio, prima donna a ricoprire in Italia questo ruolo. Se è giusto rispedire al mittente qualunque commento sessista come quello di Landini, è altrettanto giusto e necessario rifiutarsi di accettare ammiccamenti, battutine, apprezzamenti fisici in un summit di capi di stato.
Sarebbe bastato non sorridere. Ma la sventurata rispose.
Adriana Salvia
Libera Università delle Donne di Basilicata

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