13/02/2026
CRITICA DELLA RAGIONE BELLICA Incontro con Tommaso Greco
Lunedì 16 febbraio la Libera Università delle Donne di Potenza incontra Tommaso Greco,
professore di Filosofia del Diritto dell’Università di Pisa e autore del testo “Critica della ragione
bellica”, recentemente pubblicato da Laterza.
Abbiamo voluto fortemente questo incontro perché l’ultimo lavoro del prof Greco rovescia
completamente la visione secondo la quale la guerra, nel migliore dei casi, è un “male necessario” a
cui bisogna ricorrere per difendersi dai nemici, nel peggiore un mezzo di espansione ed
espropriazione legittimato dalla logica del più forte. I pacifisti, dileggiati a più voci da giornali e
vari rappresentanti politici, sono le anime belle che non si rassegnano a credere nella ferocia
“istintiva” del genere umano, sono pigramente seduti in comode poltrone, viziati da 80 anni di non
belligeranza, e vagheggiano di accordi e tavoli di discussione, ignorando il “realismo” politico
necessario a contrastare il rischio di annientamento della nostra identità occidentale.
Le recenti, drammatiche guerre, le politiche aggressive e spregiudicate messe in campo anche da
governi che si definiscono democratici, hanno fatto emergere con rinnovata forza i fantasmi di un
passato che ingenuamente credevamo morto e si è andata affermando la convinzione del bisogno di
riarmarsi per scongiurare la minaccia di un’escalation bellica che potrebbe annientarci. I governi
europei, che pure avevano sottoscritto una costituzione che poneva tra i suoi principali obiettivi il
mantenimento della pace, hanno varato il piano di “Riarm Europe” che prevede aumenti senza
precedenti delle spese militari a scapito delle vere, grandi sfide dell’umanità: l’accesso al cibo, alla
salute, all’istruzione, il diritto al lavoro e a una vita dignitosa, la libertà di espressione, la tolleranza
e la non violenza, la riduzione delle disuguaglianze crescenti tra i sempre più ricchi e i sempre più
poveri, la difesa del clima e del pianeta Terra. In questo clima si diffonde in modo pervasivo una
propensione all’intolleranza e al disprezzo che caratterizza tutto il nostro vivere, il linguaggio, la
comunicazione, la politica, le relazioni sociali. Martellati come siamo da mass media sempre più
asserviti a chi comanda, crediamo che la sicurezza consista nella distruzione del “nemico”
artatamente costruito attraverso campagne di comunicazione che trasmettono “una nozione
meramente armata di difesa e di sicurezza.”, per cui accettiamo la guerra come mezzo per pervenire
a ciò che crediamo sia la pace, non considerando che una pace prodotta da una guerra devastante
lascia cicatrici profonde in chi ha perso, ma anche in chi ha vinto, e pone le basi per un nuovo
conflitto, ancora più cruento del precedente.
Tommaso Greco con “Critica della ragione bellica” rovescia questo punto di vista e si pone
l’obiettivo di contrastare la narrazione che relega la pace nell’utopia o nell’ideale, indicando come
via maestra il pacifismo giuridico, cioè quella forma di pacifismo che punta a valorizzare il ruolo
del diritto e delle istituzioni, della democrazia, della relazione piuttosto che dell’antagonismo, di
un’autentica cultura della pace, principio fondativo e struttura portante della nostra convivenza, non
semplice valore o bene finale. Di fronte al menefreghismo arrogante dei vari dittatori che
comandano il mondo nei confronti delle istituzioni internazionali, siamo portati a credere che il
diritto sia ormai impotente, incapace di contrastare gli appetiti espansionistici e le continue
violazioni delle leggi che li muovono. Ma Greco ci fa notare che la funzione del diritto è quella di
contribuire a costruire relazioni sociali dentro una dimensione collettiva di scambio e convivenza, e
dunque propone un’idea della politica e della società che ritrovi il senso dell’agire comune e ribalti
la logica dell’amico/nemico, si “fidi” della “forza attiva dell’uomo”, delle sue capacità relazionali e
la propensione a creare rapporti pacifici e costruttivi e consideri positivamente il ruolo che la
decisione libera, la riflessione e l’intenzione giocano nella Storia. Greco valorizza l’antropologia
positiva che crede nel legame originario tra soggetti per cui essere prossimo all’altro implica la
scelta sistematica dell’incontro anziché lo scontro, produce accoglienza e non respingimenti,
comporta il valorizzare le ragioni del dialogo piuttosto che quelle del disprezzo. In questo senso va
ripensata anche la funzione del diritto internazionale stesso che in alcuni momenti della storia ha
adottato un modello esclusivamente sanzionatorio, e dunque sfiduciario-verticale, piuttosto che
fiduciario-orizzontale, concentrandosi sull’uso della forza e della sanzione, quindi sulla necessità di
rispondere alla violenza illegittima con la violenza legittima. Auspica una “rivoluzione dello
sguardo” per ritrovare una base etica fondata sul profilo dei valori custoditi dal diritto e sul senso di
umanità. Dunque richiama il concetto kantiano del limite, su cui si fonda anche l’Art 11 della nostra
Costituzione, che afferma che ogni potere e ogni diritto possono essere esercitati solo se inscritti
dentro le regole che li creano e li legittimano. Il diritto cioè non può essere considerato tale se
ammette che i rapporti, tanto personali quanto internazionali, vengano improntati alla forza e al
dominio. Il limite è dunque necessario perché ha la funzione di creare spazio per l’altro, per gli altri
ed è esattamente in questo spazio che cresce e prospera la fiducia e la cultura della pace si
concretizza. Ne discende che senza una vera democrazia non potrà mai esistere una concreta
cultura della pace, la cui logica fondativa è quella del riconoscimento e della relazione tesa
all’unione e alla cooperazione. La pace, dice Greco, è disciplina di cura, piuttosto che costruzione, e
dunque contiene un elemento di fragilità in quanto implica sempre una possibilità di tradimento. Si
tratta quindi di scommettere sul mantenimento delle relazioni pacifiche, alimentando e sostenendo
con meccanismi adeguati il circolo della fiducia tra i popoli e gli stati.
Il testo non fornisce risposte immediate, né soluzioni semplici; indica piuttosto una strada, un
cammino che l’umanità dovrà decidersi a percorrere prima che la logica della guerra si affermi