06/05/2026
Oggi, nel 50° anniversario del Terremoto del Friuli del 1976, il nostro pensiero si ferma. Si fa più lento, più profondo. Torna a quella sera del 6 maggio, quando alle 21:00 la terra tremò con una forza che cambiò per sempre il volto del Friuli e la vita di migliaia di persone.
Non fu solo un sisma. Fu una frattura nella memoria collettiva, un momento in cui il silenzio venne spezzato dalle macerie, dalle sirene, dalle voci che cercavano nomi nel buio. Interi paesi distrutti, famiglie spezzate, comunità ferite nel profondo. Ma da quella devastazione nacque qualcosa di altrettanto potente: una straordinaria forza umana.
Il Friuli non si arrese. Si rialzò con dignità, con fatica, con coraggio. Uomini e donne, volontari, soccorritori, cittadini comuni: tutti uniti da un unico obiettivo, ricostruire non solo le case, ma il senso stesso di comunità. Fu uno dei momenti fondativi della moderna Protezione Civile italiana, un esempio di organizzazione, solidarietà e resilienza che ancora oggi guida il nostro operato.
Ricordare significa custodire. Significa non dimenticare il dolore, ma anche onorare la forza che ne è nata. Significa continuare a prepararci, a formare, a intervenire con responsabilità, perché tragedie come questa trovino sempre una risposta pronta, umana, competente.
Oggi rendiamo omaggio alle vittime, a chi ha sofferto, a chi ha aiutato, a chi ha ricostruito. E rinnoviamo il nostro impegno: esserci, sempre.
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Testimonianza di Giorgio, volontario nei soccorsi dopo il Terremoto del Friuli del 1976:
“Ricordo tutto come fosse ieri. Ero giovane, avevo poco più di vent’anni. All’improvviso, la casa ha iniziato a muoversi come se fosse fatta di carta. Non capivo, nessuno capiva. Poi il rumore… un boato che non dimenticherò mai. Siamo usciti fuori, scalzi, impauriti. Il paese era irriconoscibile.
La notte è stata infinita. C’era freddo, ma soprattutto c’era paura. E silenzio, rotto solo dalle grida. Il giorno dopo abbiamo iniziato a cercare, a scavare. Non eravamo preparati, ma non ci siamo fermati.
Quello che mi ha salvato è stata la gente. Vicini che diventavano famiglia, sconosciuti che arrivavano per aiutare. Non avevamo più nulla, ma avevamo ancora noi stessi.
Ci sono voluti anni per ricostruire, ma il Friuli è rinato. E ogni volta che sento la terra tremare, il cuore torna lì. Ma insieme alla paura, sento anche l’orgoglio di quello che siamo stati capaci di fare.”
Testimonianza di Nicola, Alpino e volontario nei soccorsi dopo il Terremoto del Friuli del 1976:
“Si arrotolavano le maniche della tuta da lavoro… si spostavano macerie a mani n**e, passandole di mano in mano fino alla carriola. Non c’erano mezzi sufficienti, non c’era organizzazione come oggi: c’eravamo noi.
Ricordo la polvere che entrava nei polmoni, il silenzio irreale interrotto solo da qualche voce che chiamava un nome. Ogni pietra tolta era una speranza, ogni pausa un momento per guardarsi negli occhi e trovare la forza di continuare.
Arrivavamo da lontano, anche dopo ore di viaggio, e lavoravamo fino a non sentire più le braccia. Nessuno chiedeva nulla, nessuno si tirava indietro. Eravamo alpini, operai, ragazzi… ma soprattutto eravamo friulani.
Quello che mi è rimasto dentro non è solo la distruzione, ma la solidarietà. Gente che divideva il poco che aveva, mani che si stringevano anche senza conoscersi. In mezzo a tutto quel dolore, è lì che ho capito cosa significa davvero aiutarsi.”
Il gruppo comunale di protezione civile si stringe al ricordo delle vittime.
“Il Friûl al ringrazie e nol dismente.”