Storia di Pomigliano

Storia di Pomigliano Storia di Pomigliano non è altro che una pagina inerente alla divulgazione storica di personaggi e luoghi della nostra comunità.

Lunedì in albis.Estremismo iconografico e tradizioni popolari.
06/04/2026

Lunedì in albis.
Estremismo iconografico e tradizioni popolari.


03/04/2026

"L'abitato di Pomigliano d'Arco sorge nella pianura che a mezzogiorno è delineata dal rilievo vulcanico del Monte Somma" - come si evince dal panorama della cartolina, edita da F. Scala, degli anni '30 - "ad oriente dai colli del nolano, a settentrione dallo sperone che parte dai monti di Avella e scende digradando verso Cancello; a occidente si confonde con la più vasta piana del Volturno ...
L'altezza media dell'agglomerato urbano sul livello del mare è di circa 33 metri, risultando di qualche metro più elevato nella zona del Carmine...
La natura del sottosuolo pomiglianese è alternata da rocce effusive a formazioni tufacee e da depositi alluvionali; con una certa prevalenza di materiali vulcanici per la vicinanza del Somma-Vesuvio".
(S. Cucciolito , Cenni geologici..., inedito dattiloscritto, Napoli, 1981).

"... Non è terra celebre nella storia - afferma l'Imbriani nell'op. cit. - , sebbene abbia sofferto anch'essa delle tante vicende delle province meridionali".

Più volte il nostro casale fu venduto o fonato dai feudatari che lo possedevano. Nel Dizionario storico-geografico ragionato del Regno di Napoli del 1797/1816 per Lorenzo Giustiniani, leggiamo:

"...Nel 1466 fu donata da Ferrante a Diomede Caraffa col contado di Maddaloni. Nel 1593 Aurelio d'Eboli vendè la detta terra a Vespasiano del Balzo per ducati 45.000 con assenso. In oggi si possiede della famiglia Cattaneo de' principi di Sannicandro".

(Da "Pomigliano: Immagini d'Epoca e Dettagli , Luigi de Falco , 1989)

25/03/2026

7. Fondazione della parrocchia di s. Maria, e notizie della chiesa, in cui è eretta

7. – Tale ampiezza di ottina, ed il fatto, che due parrochi in una sola chiesa, entrambi con giurisdizione piena ed indipendenti, era cosa strana, e fomite di dissidi e d’inconvenienze, indussero il vescovo di Nola, monsignor Pasca, a proporre, nel 1853, o di attribuire – definitivamente, e non in via di provvisorietà, come s’era dovuto fare, per l’esigenze del culto –, all’economo di s. Maria delle Grazie, la cura delle anime di parte del paese, o di mettere i due parrochi uno per chiesa, dividendo in due l’unica parrocchia.
Il decurionato prescelse la seconda soluzione, per cui, il 27 giugno 1854, furono fissati i confini delle ottine, riserbando a s. Felice la preminenza, in quanto avrebbe esercitato «le primarie funzioni sacre» (ed, in effetti, oggi, le esercita), ed il suo parroco avrebbe assunto un titolo di distinzione, da assegnarsi dal vescovo. Il deliberato relativo fu reso da una commissione composta dal giudice regio, dal rappresentante della curia, dal sindaco, dal parroco don Gabriele Palmese (l’altro posto di curato vacava), e da don Modestino Terracciano, economo di s. Maria. Ad esso fu dato il regio assenso il 27 luglio 1855, per modo che, con bolla vescovile del 29 agosto successivo, la nuova parrocchia venne istituita, di diritto e di fatto, nella chiesa di s. Maria delle Grazie. Di questa ho rintracciato ben poche memorie. Ed, invero, altro non so, se non che in essa, nel 1727, durante la rifazione d’allora di s. Felice, «si conservò il SS. Sacramento, e si esercitarono tutte le funzioni parrocchiali»; che era «sotto il governo di un Economo, il quale» s’eliggeva «dall’Università in pubblico Parlamento»; che, nella seconda metà del sec. XVIII, fu «interamente abbellita di finissimo stucco d’ordine jonico»; che era, ed è, di diritto patronato del Comune, e sua estaurita; che, per essa, l’Università pagava, al feudatario, 24 ducati annui; che sorteggiava due maritaggi, all’anno, ognuno di 11 ducati e 4 tarini, aveva molti beni e rendite, ed il suo bilancio, sulla fine del secolo succennato, presentava un introito di 250 ducati, ed un esito di 150; che, infine, in essa, era eretto un beneficio dello stesso suo nome, posseduto dalla famiglia Mautone, napoletana, antica, rispettabile «per aver avuto… un gran numero de’ Dottori dell’una, e l’altra legge», la quale aveva, poco lontano, le sue case, in cui risiederono, stabilmente, due suoi membri, l’avv. Antonio ed il fratello rev. Nicola fu Giovampaolo, per molti anni, nel ’700. La chiesa di s. Maria aveva un modesto campanile, attaccato alla facciata, a sinistra della porta d’ingresso; nel 1886, fu costruito l’attuale, a destra della sacrestia, appaltatore Domenico Cosentino fu Felice.

[Cenni Storici di Pomigliano d'Arco, Salvatore Cantone, 1923, cap. IV Chiese, vie edifici ed altro, par. 7 Fondazione della parrocchia di s. Maria, e notizie della chiesa, in cui è eretta]

12/03/2026

2. Il filosofo Felice Toscano

[...]
2. - Ma una più completa gloria pomiglianese è Felice Toscano di Angelantonio e Giuseppa Guadagno, nato il 14 ottobre 1819. (4) Entrato nel seminario di Nola, subito vi si distinse, specialmente nello studio delle scienze,e, diacono, vi dètte un pubblico saggio, sulle matematiche pure e miste, innanzi ai più illustri professori dell'epoca, invitati, all'uopo, dal vescovo Pasca: n'ebbe, in premio, la dispensa dall'età canonica, per ordinarsi saecerdote. Recatosi in Napoli, volle rifare, col Palmieri, lo studio della fisica, e, nel 1846, v'aprì scuola privata di filosofia e matematiche, presto fattasi fiorentissima, e come tale menzionata dal De cesare nel La fine d'un regno. (5) Egli faceva ogni opera, perché le menti si fossero elevate a comprendere il vero, mediante la discussione delle più alte quistioni filosofiche: il che trattava, con una chiarezza ed economia d'idee, che valsero a render popolare l'onotlogia. (6) Seguace del Gioberti, ne proprugnò la dottrina in tutti i modi, ed il suo Corso elementare di filosofia, pubblicato nel 1875, egregiamente la espone. Nel 1861, diede alle stampe il Corso elementare di filosofia del diritto, che consacrò a Giuseppe Garibaldi, con una dedica, singoalre per concetto e forma, che testimonia del suo alto patriottismo, di cui aveva dato prove non dubbie, per il passato, fiso lo sguardo nel fulgido esempio dello zio materno, Carmine Guadagno, caduto per la libertà. Dal nuovo governo, fu nominato professore titolare di filosofia razionale e morale, nel r. Liceo Vittorio Emanuele II di Napoli, e, poscia, cavaliere dell'ordine dei ss. Maurizio e Lazzaro. Ebbe, ivi, alunni, tra gli altri, Francesco d'Ovidio e Baldassarre Labanca, e, per necessità della sua cattedra, pubblicò il Compendio di filosofia razionale e morale. Nel 1867, fu promosso preside del Liceo Mario Pagano di Campobasso; ma, per le condizioni non buone della sua salute, non potè raggiungere la residenza, e ritornò al privato insegnamento. L'intolleranza scientifica è caratteristica dei filosofi, epperò i seguaci imperanti della scuola hegeliana gl'impedirono, con guerra occulta, di salire le cattedre di Filosofia del diritto, nelle Università di Roma e di Napoli, cui concorse, riuscendo sempre approvato. Fin dal 1861, ottenne il pareggiamento in Filosofia del diritto a Napoli, e, con Paolo Emilio Imbriani, fece parte della commissione, e fu relatore spartano ed obbiettivo, per il pareggiamento di Giovanni Bovio. Fu socio presidente dell'Accademia Pontaniana, nella sezione delle scienze morali e giuridiche; dal 1869 al 1879, fu consigliere provinciale pe nostro mandamento, e, durante tale carica, per sei anni, deputato provinciale: ottenne, allora, la costruzione della strada Pomigliano - s. Anastasia. Fondò, con suo danaro e con piccolo concorso della provincia, il nostro asilo d'infanzia

04/02/2026

1. Chiesa di s. Paolino ed attuale s. Felice. - par. 2. Liti per la spettanza di s. Felice

1. - Vi parlerò ora, della storia ecclesiastica pomiglianese, a rompere la monotonia della quale, mi consentirò d’innestarvi, di tratto in tratto, secondo che mi verrà in acconcio, altre notizie interessanti. La chiesa di S. Felice, che raccolse, intorno a sè, i primi abitanti di Pomigliano, non è l’attuale: quella, per condizioni di tempi, dové (dovette cft) trovarsi nel periplo delle mura, e, quindi, nel rione “Spedale”; questa, invece, sorge di lì alqanto lontano, e , nel 1483, la rinveniamo “sine cura sub vucabulo sancti Paulini”. In quell’anno, il vescovo orsini di Nola, venuto qui in Santa visita, rinvenne la chiesa retta dal prete Giovanni Pirro di Costanzo, e “totaliter ruinata et ad terram prostata”, di guisa che, “in eadem missam celebrare non potest”. Aveva accosto (”intus loco juxta ipsam ecclesiam), e di sua pertinenza, un territorio di circa 26 moggia, la cui rendita era insufficiente ai riattamenti necessari: sena dubbio, è quella contrada, alle sue spalle, e ad occidente di essa, che, evidentemente, perciò, appellasi “Campo de’ Santi”,e, corrottamente, “Campo di sangue”. Si offrì, allora, a racconciarla, “suis sumptibus”, il nobile Galeazzo di Costanzo di Napoli, congiunto, forse, del rettore mentovato, ed il quale ebbe, per tanto, per sè e suoi successori, il diritto di patronato laico sulla chiesa, che trovo nominata, in una bolla di papa Gregorio XI del 1373. Ora, mi si consenta una supposizione, che vale a superare la zona oscura, distesa a questo punto; supposizione, del resto, affatto logica, e suggeritami da molteplici rilievi, come vi mostrerò, rapidamente tra poco. Sembra, che, dopo la restaurazione della s. Paolino, l’antica s. Felice, divenuta inadatta e diruta, sia stata abbandonata, e che il culto del patrono, e la cure delle anime, ad essa congiunti, siano stati traslocati, perciò, altrove,e, propriamente (e, dapprima, con intenzione di provvisorietà, forse), nella chiesa di s. Paolino. Sembra, inoltre, che l’ospite, perché dignior - come dicono i canoni - atque praeminens, abbia finito, un po’ alla volta, col mutarsi in padron di casa, al punto da imporre, inizialmente in concorso,e poscia, da far prevalere addirittura, il suo titolo, rimastoi, in ultimo, da solo ed esclusivo.

2. - Si riesce, così, a spiegare l’unifacazione delle due chiese. Ed è per questo, che, fino al 1854, vi furono due parrochi in s. Felice, entrambi con giurisdizione piena, e nei quali bisogna riconoscere quello della vecchia chiesa omonima, ed il rettore della s. Paolino. Ed è pure pqe questo, che, in un certo momento, troviamo una triplice denominazione della restaurata dal di Costanzo, ed il diritto di costui trasformato in un “beneficiatum Ecclesiarum Sancti Paolini, Sacti Angeli, Sancti Felicis de jure patronatus Caesaris de Costantio”. Ma la prova migliore si è, che, nel 1740, un Antonio di Costanzo dovè (dovette, cft) rivendicare, dinanzi alla curia di Nola, e contro la nostra Università, i diritti della sua famiglia, sulla chiesa, che, avuti digatti, lasciò, in testamento, ai figli di primo letto della sorella Margherita, signore Anna e Nicoletta Siniscalchi. Non so se la sentenza sia stata mai eseguita; però è certo, che l’Università, ad onta di essa, seguitò ad esercitare il patronato, di modo che, ad undici annio dalla morte del rivendicatore - avvenuta nel febbraio 1742 -, la “venerabile Parrochia di s. Felice in Pincis” andò in catasto, come “governata, ed amministrata da questa magnifica Università”; laddove, per s. Paolino, s’accatastò un semplice beneficio, tenuto dal sacerdote don Giuseppe Siscara di Napoli, con “ un territorio arbustato e vitato di moggia ventiquattro”, cioè di due moggia in meno, di fronte all’estensione del 1483, differenza, forse, soltanto apparente, perché ben trattarsi, una volta, di moggio napoletano, più piccolo, ed un’altra, di moggio nolano, più grande. E, dopoo altri undici anni, il 19 febbraio 1764, solo il “jus di nominare il beneficiato del semplice beneficio di s. Paolino eretto nella Chiesa Parrocchiale” si limitò a donare, al sig. Pietrantonio de Falco, la Nicoletta Siniscalchi, erede anche della sorella, e la quale pattuì, allora, che in caso di vacanza del beneficio donato, trovandosi prete qualche figlio, legittimo o naturale, d’una delle sue quattro figliuole, il donatario l’avrebbe dovuto eleggere, in preferenza. Da tutto questo, balza, limpidamente, con quanta poca fondatezza, dopo il 1860, un Siniscalchi, sacerdote, convenne - dinanzi ai tribunali ordinari, ed invano - il Comune ed il parroco Gabriele Palmese rivendicando a sé il patronato laicale su s. Felice, egli che, al massimo (ed era pur dubbio), avrebbe potuto pretendere all’investitura del beneficio “semplice” di s. Paolino, del resto, già decaduto e dissipato.

[Cenni Storici di Pomigliano d'Arco, Salvatore Cantone, 1923, cap. IV Chiese, vie edifici ed altro, par. 1. Chiesa di s. Paolino ed attuale s. Felice. - par. 2. Liti per la spettanza di s. Felice] - Foto dal web raffigurante la facciata della parrocchia di s. Felice di Pomigliano d'Arco.

19/01/2026

4. Il 4 gennaio 1799

4. - Ed, eccoci, agli sgoccioli del sec. XVIII.
Vittorio Imbriani186 scrisse, che, «nel M.DCC.XCIX, Pomigliano d’Arco…ebbe a soffrire stragi ed incendi per opera de’ francesi, a’ quali volle opporsi con più animo che senno». Egli, evidentemente, non indicando fonti, attinse la notizia, all’ancor viva tradizione popolare dell’avvenimento, la quale narra di francesi, accampati in Acerra, e che vennero alle mani con pomiglianesi; della sconfitta, da costoro subita; del paese preso d’assalto, e messo a sacco e fuoco, quando fu ucciso il comandante nemico, Parigi; della ferocia dei vincitori, che fucilarono chiunque fu trovato colle mani odoranti di polvere. Si canta tuttora una strofetta d’occasione:
“Acerra a quatto porte
nu’ facette nisciuna botta;
Pummigliano piccerillo
n’accerette cchiù de mille.”
Più fortunato dell’Imbriani, ho rinvenuto del fatto parecchie testimonianze, edite ed inedite. Tra le prime, c’è quella d’un ufficiale francese, il Thiébault, delle truppe operanti. Traduco le sue parole: «In quanto alla sinistra (dell’esercito francese), essa dové combattere per passare i fossati dei Regi Lagni, ed impadronirsi di Pomigliano d’Arco, che, preso a passo di carica, fu incendiato, ed i suoi abitanti passati per le armi». Della cosa parlò, così, il generale in capo, Championnet, al Direttorio di Parigi: «La dodicesima divisione» – traduco sempre –, «comandata dal generale Duhesme, prende posizione (contro Napoli), dopo d’aver battuto, in diversiscontri, masse di paesani e bruciato un villaggio», cioè Pomigliano. C’è, poi, la testimonianza del Drusco: «L’Acerra e Casalnuovo hanno ricevuto quietamente le truppe Francesi, che son passate da là, e che hanno fatta la divisione Porta Capuana. Per l’opposto molti abitatori di Pomigliano d’Arco, condotti da un prode lor Capitano paesano osarono nel dì 20 di gennaio di andare ad attaccare i posti avanzati dei Francesi, sino all’Acerra. Il generale Francese, indispettito da tale ardire, a 24 ore dello stesso giorno mandò un distaccamento di Cacciatori a cavallo, per occupare Pomigliano d’Arco; si fece gran fuoco dalle case, quindi si eseguì il saccheggio e l’incendio di esse nella stessa notte, lasciandosi intatte le case pacifiche, ed il Monistero dei padri Carmelitani, benchè vuoto. Diciassette paesani perderono la vita, dopo che 25 cacciatori Francesi si videro al suolo, e gli altri paesani si salvarono colla fuga». Ora, udite il parroco del tempo (e la sua testimonianza è inedita):
«Avviso ai Posteri. – A di 20 Gennaro 1799 = la Truppa Francese diede un assalto a questa Terra – saccheggiò quasi tutto il paese; pose fuoco a moltissime case – Dissonerarono molte Donne Zitelle, e maritate = Furono ammazzati da 30 Paesani, che sono notati in detto libro (voleva dir questo, cioè il libro in cui scriveva) a fol. 101 – La perdita che ebbe questa Terra tra l’incendio, e saccheggio fu da circa centomila docati Dei Francesi però furono ammazzati da trecento e più». Ma, fra tutti, il più dettagliato, su questo episodio, è il notar Carmine de Falco, la cui narrazione anch’essa vede, ora, per la prima volta, la luce: «Le dette Truppe si accamparono in diversi luoghi, e specialmente in Acerra, per indi entrare nella Città di Napoli. Alcuni male intenzionati dei nostri paesani (egli era di Pomigliano) andarono ad inquietare le Guardie Francesi, che stavano in Acerra, e poi ogni giorno sonavano le campane a martello a sollevare il popolo contro de’ Francesi, li quali finalmente nella sera del 20 Gennaro di quest’anno si portarono in truppa a fare vendetta contro li detti Birboni; circondarono il paese, e poi vi entrarono; ma avendo trovata qualche resistenza de’ paesani, che da dentro le case tirarono molti colpi di fucile, contra la Truppa Francese, finalmente superati dal numero maggiore, si posero in fuga ed intanto il povero paese fú posto, a sacco, ed a fuoco. Furono brugiate circa 50 case, molti pagliaj; furono saccheggiate le Chiese, tolti i vasi sacri, li calici, ostensorj, e pissidi col SS.mo Sacram.to, e gittate le sacre particole per terra fuori la Chiesa Parrocchiale di S. Felice, le quali la mattina seguente furono raccolte dal Parroco e riposte nella Custodia. Vi perirono quella notte 32 paesani quasi tutti innocenti, a riserba di 4, o 5. che furono rei, cioè che fecero resistenza alle truppe. In tutta la notte si sentirono solo colpi di schioppi, urli, incendi, rotture di porte delle case, ruberie, lamenti, ed altri orribili flagelli; Tutti i paesani fuggirono per le campagne per tutta la notte, e nella mattina seguente; essendo rimasto il paese totalmente spopolato, le case aperte; cadaveri estinti immezzo le strade, e nelle vicine campagne, ed una puzza intollerabile. Nella stessa mattina seguente, subito fatto giorno, la Truppa Francese partì alla volta di Napoli». In margine alla notizia, il buon notaio avverte, che, tra le case incendiate, vi fu quella del cancelliere della nostra Università, notar Antonio Caruso, e che, con essa, fu distrutto l’archivio comunale, tenuto, appunto, dal cancelliere.
Sul diario del Drusco citato, si può fissare, che il 20 gennaio 1799 fu una domenica.

[Cenni Storici di Pomigliano d'Arco, Salvatore Cantone, 1923, cap. III Avvenimenti Notevoli, par. 4 Il 20 gennaio1799]

17/01/2026

"Sant'Antuono, Sant'Antuono,
pigliate 'o vecchie e damme 'o nuovo,
e dammillo forte forte,
aggia tira' e chiuove 'a rinte a porta."...

17/01/2026

Un rituale che proviene dalla notte dei tempi.
Come tutte le tradizioni che ci sono pervenute anche la festa di Sant' Antonio Abate fonda le proprie radici nel culto pagano. Un rito che ha poi attraversato i decenni , di generazione in generazione , da uomo a uomo , da contadino a contadino.
Ogni 17 Gennaio nelle terre , sui monti , nelle distese pianeggianti , nelle campagne , si aprivano le danze e si accendevano le sterpaglie , le gramigne per pulire , per "sanificare" la terra e dare inizio a una nuova stagione.
I falò o per meglio dire o' cippo e Sant' Antuon ha acceso le tradizioni popolari da secoli.
Davanti agli occhi che brillavano per o' fucarone e Sant' Antuon , le matrone e gli uomini di terra onoravano il Santo chiedendo a Lui di purificare gli animi dagli spiriti maligni , di proteggere i propri animali e soprattutto di arricchire la semina in vista del racconto con l' avvento della nuova stagione.
Davanti al fucarone , bucolica , a' gente dei paesi , guagliune e pazzariell , ca' tammorra , suoni e alleria.

"Sant'Antuono, Sant'Antuono,
pigliate 'o vecchie e damme 'o nuovo,
e dammillo forte forte,
aggia tira' e chiuove 'a rinte a porta."...

14/01/2026

SAN FELICE IN PINCIS
Sacerdote – Martire cristiano
Patrono della Città di Pomigliano d’Arco
N. Nola Prima metà III sec. d.C. – M. Nola 14/01/313 d.C.

E’ probabile che vi chiederete: come mai anche la “Figura di un Santo” è stata inserita in questa silloge? Perché, l’influenza che ha avuto la insigne “Figura” del “Santo” e del “Personaggio Storico”: “Felice”, in tutto il Nolano, è stata sempre grandissima, per la sua condotta di vita e per il suo martirio; e la sua personalità è certamente da annoverare fra quelle storiche di rilievo che hanno permeato di sé l’io collettivo degli abitanti di Pomigliano d’Arco.
Infatti, il culto di “San Felice” Sacerdote e Martire [San Felice in Pincis di Nola, sacerdote e Martire, che si festeggia il 14 gennaio, non va confuso con l’altro San Felice di Nola, Protovescovo, che si festeggia il 15 novembre], nelle nostre zone, è antico e tenace ed è a causa della grandissima devozione che la nostra Città ha sempre avuto nei Suoi confronti, che “San Felice” [Vera Dugo Iasevoli, La Chiesa madre di San Felice in Pincis a Pomigliano d’Arco, Communikart, Pomigliano d’arco, 2015] è stato eletto: “Patrono di Pomigliano d’Arco” già dai tempi antichissimi e a Lui è stata dedicata anche la “Chiesa di San Felice in Pincis”, quella di fondazione più antica, sorta tra il VI e il X secolo e della quale si parla già in un documento del 1073. La chiesa di San Felice fu, quindi, la Prima Parrocchia e la Chiesa Madre del nostro allora piccolissimo agglomerato di Pomigliano d’Arco e, quando in seguito, la sua sede fu spostata nella rinnovata chiesa di San Paolino, al di fuori delle mura, la struttura architettonica dell’edificio che la ospitava fu ampliata, arricchita e ristrutturata, per la presenza ormai esclusiva del Santo Patrono, divenendo, col tempo, il complesso religioso più grande e piùà bello della Città di Pomigliano d’Arco. Infatti, la grandiosa, michelangiolesca cupola maiolicata, alla “Fra’ Nuvolo”, della Chiesa di San Felice in Pincis, risalente al XVIII secolo, svetta prepotentemente su tutto l’abitato e lo caratterizza, evidenzi ondosi quale emblema e simbolo stesso della Città; il suo antichissimo campanile è il testimone superstite della pèarte più antica dell’edificio, risalente al XV secolo; e, infine, il suo interno ricco di stucchi è la testimonianza tangibile della cura e dell’impegno dei cittadini di Pomigliano d’Arco per il loro più importante e pregnante monumento storico, architettonico e religioso.
Invero, la devozione dei cittadini pomiglianesi nei confronti del loro Patrono è stata sempre tanto forte da far si che. Nel tempo, all’interno della Chiesa a Lui dedicata, fossero raccolte e custodite una serie di opere di notevole valore, non solo religioso ma anche artistico. Nella Chiesa di San Felice di Pomigliano d’Arco, infatti, sono gelosamente conservate: una parte delle “Reliquie” del Santo, racchiuse in un sontuoso “Reliquario” del XVIII secolo; un bel quadro in forma ovale della fine del 1700, probabile opera di un “solimenesco”, che rappresenta “San Felice in gloria” e che si trova sull’altare maggiore; la bellissima e pregevole “Statua di San Felice” con la palma del martirio nella mano destra, risalente anch’essa al XVIII secolo, in argento e legno dipinto; e, infine, un elegante affresco del 1932, opera di Luigi Taglialatela, che si trova sotto la Volta della Chiesa e che raffigura “San Felice liberato dal carcere”, rappresentato nel momento topico di tutta la sua straordinaria esistenza, cioè nell’eccezionale episodio della sua liberazione dalla prigione ad opera di un angelo.
Dunque, tutta la città di Pomigliano d’Arco è stata da sempre permeata. E lo è tuttora, dello spirito e della personalità di questo uomo, definito “Santo” per la sua condotta di vita e per le sue azioni miracolose; e tutti i suoi abitanti sono stati influenzati e condizionati dalla sua eccezionale, straordinaria e prodigiosa figura, nelle loro tradizioni, nell’arte, nell’architettura, nell’urbanistica e nelle vicende storiche locali.
Ed è stato attraverso gli scritti di San Paolino, che si è venuti a conoscenza del principali episodi riguardanti la via di San Felice.
San Paolino, infatti, nella vita di San Felice aveva raccolto quella tradizione che, quando era giunto a Nola in qualità di Vescovo, si tramandava ancora soltanto oralmente. Egli mise per iscritto quel racconto, molto diffuso sul territorio, riguardante quest’uomo dalla vita così straordinaria da farla apparire ai più già miracolosa, ricavandone una composizione, formata da una serie di carmi, intitolata per l’appunto: “Carmina”. In essa descrisse le primitive basiliche e cantò la vita e i miracoli del Santo, nonché il forte culto che si era andato sempre più radicando nella zona, oltrepassando addirittura i limiti locali e diffondendosi anche al di fuori di Nola e Cimitile.
San Paolino narra che San Felice era nato a Nola, all’incirca intorno alla prima metà del III secolo d.C., da ricchi genitori venuti dall’Oriente, per la precisione dalla Siria, e che, ben presto, aveva sentito fortemente e profondamente il sentimento religioso, per cui aveva abbracciato la vita sacerdotale divenendo fedele collaboratore dell’anziano Vescovo Massimo. Verso la metà del III secolo, quando l’imperatore Decio diede inizio a una delle più crudeli persecuzioni cristiane, Felice, secondo il racconto tradizionale di San Paolino, fu arrestato e torturato atrocemente; fu, poi, prodigiosamente liberato da un angelo, apparsogli miracolosamente, che lo avrebbe condotto tra i monti, dove il Santo avrebbe curato il vecchio Vescovo Massimo, il quale si era ritirato in quel luogo segreto e deserto, stanco, malato, sfinito e ormai quasi moribondo; Felice lo avrebbe, quindi, rianimato con il succo di pochi acidi di un grappolo d’uva, e se lo sarebbe infine caricato sulle spalle riportandolo a Nola.
In seguito, quando con Valeriano ricominciarono le persecuzioni, il racconto agiografico di Paolino narra che il Santo si nascose, rifugiandovisi per sei mesi, in una cisterna prosciugata e, una volta che, con l’editto di Costantino del 313, i soprusi contro i Cristiani, anche quelli subiti all’epoca di Diocleziano, cessarono definitivamente, ritornò tra i suoi fedeli. Essendo, nel frattempo, morto il vecchio Vescovo Massimo, sempre secondo il racconto di San Paolino, a Felice fu chiesto di prendere il suo posto, ma egli rinunciò all’Episcopato in favore di un altro sacerdote, un certo Quinto, secondo lui più degno, rifiutando anche di rientrare in possesso dei beni che gli erano stati a suo tempo confiscati. Si ritirò, quindi, in solitudine e assoluta povertà, a coltivare un pezzetto di terra e visse in preghiera e umiltà fino alla morte, la cui data precisa non si conosce, ma è da ritenersi verosimile che sia avvenuta dopo il 313.
All’epoca, al momento della sua morte, la fama di santità di Felice era già tanto consolidata da attirare fin da subito numerosi pellegrini presso la sua tomba. Egli, infatti, anche se non morì da martire sotto le persecuzioni, per le grandi sofferenze patite e il modo “miracoloso” in cui ebbe salva la vita, fu sempre considerato e venerato come Martire e fu rappresentato in ogni tempo con la palma del martirio, suo principale attributo. Il suo corpo è sepolto a Cimitile, vicino Nola, dove è sorto uno dei più importanti plessi paleocristiani dell’Italia meridionale e dove la sua tomba, coperta da una lastra di marmo, era considerata: “ara veritas”, in quanto era reputata efficace, in particolare, contro gli atti di spergiuro. L’importanza di questo luogo di culto e di preghiera fu di un grande rilievo in tutta la zona, forse anche per il “Monasterium” fatto realizzare da San Paolino nei pressi della tomba di Felice, che darà l’avvio alla costituzione dello splendido complesso basilicale di quella località a sei chilometri da Nola detta: “Cimitile”, in cui, originariamente, fino all’incirca al II secolo d.C., vi era stata la necropoli pagana dei “Gentili”. Quest’area, in seguito, era stata utilizzata come cimitero dai primi cristiani e, dal latino “coemeterium”, aveva preso poi il nome di Cimitile. In questo luogo, per l’appunto, forse intorno o poco dopo il313,l era stato sepolto Felice, in quel sepolcro-altare piccolo e povero, che ben presto era divenuto un “martyrium”. Infatti, dopo la deposizione del Santo si era diffusa la fama dei prodigiosi miracoli che accadevano sulla sua tomba, la quale divenne pertanto meta di molti pellegrinaggi, già a partire dal IV secolo. Essa, in seguito a ciò, fu trasformata: prima in un’arca, costituita da una celletta inserita in una edicola monumentale sorretta da colonne; poi, intorno al V secolo, fu decorata con uno splendido mosaico e il tutto fu, in seguito, ulteriormente inglobato in una prima, ampia Basilica, costruita intorno alla sua sepoltura. In tempi successivi furono, inoltre, costruite altre Basiliche che raggiunsero il numero di sette. Alcune di esse furono realizzate adiacenti tra loro, altre addirittura sovrapposte.
La sua fama di santità, diffondendosi in tutto il Nolano, giunse ovviamente anche al piccolo “pagus” denominato “Pomelianum”, la nostra attuale città di Pomigliano d’Arco, e fu da tanta devozione che, anche nella nostra allora piccolissima “Terra di Pomigliano” nacque una fede verso il Santo così radicata e tenace, da far si che gli abitanti lo eleggessero proprio protettore e fondassero la loro prima chiesa locale, intitolata a Lui. Inoltre, a San Felice sono state consacrate delle celebrazioni religiose che, protrattasi nel tempo, hanno acquistato una valenza di tipo tradizionale e demo psicologica, coinvolgendo tutto l’abitato di Pomigliano d’Arco.
Infatti, oltre alla festa religiosa dedicata alla ricorrenza della sua nascita alla vita eterna, era, un tempo, intitolato a San Felice, anche una festa popolare che si svolgeva a settembre, come ringraziamento dell’avvenuto raccolto. Tuttavia, ormai da molti anni, quest’ultima tradizione si è persa ed è restata soltanto la consuetudine di festeggiare la celebrazione litugica del Santo, che cade il 14 gennaio e che perciò anche festivo a Pomigliano d’Arco.
In tale occasione, la statua in argento di San Felice, solitamente custodita in uno scarabattolo ligneo, viene tolta dalla sua custodia ed esposta in Chiesa sulla destra dell’altare maggiore, assieme al reliquario del Santo. Viene poi, dopo le funzioni religiose, solennemente portata in processione attraverso tutta la città, preceduta dai sacerdoti locali, da tutte le autorità civili e militari e dalla banda e seguita da un folto numero di cittadini. Le strade che circondano la Parrocchia, ovviamente, sono state già da alcuni giorni addobbate tutte a festa con sfavillanti luminarie. Inoltre, si snodano, lungo la via principale, numerose bancarelle con le più svariate merci. Ultimamente, infine, la festa è arricchita anche con mercatini di beneficenza ed eventi culturali.
E’ indubbio che la figura carismatica di San Felice ha influenzato tanto fortemente il nostro vissuto, per tutta una serie di motivi come: la sua condotta di vita esemplare, improntata a modestia e umiltà; il suo spirito di sacrificio; le sue sofferenze e i martirii subiti a causa delle presecuzioni; i miracoli avvenuti anche dopo la sua morte e la venerazione di cui è stato fatto oggetto da subito.
Per tutti questi motivi, il culto su di lui si è sviluppato e diffuso così velocemente,anche al di fuori del territorio Nolano, e non solo da noi a Pomigliano d’Arco ma anche altrove, tanto da arrivare perfino a Roma dove, già al principio del V secolo, viene attestata la presenza di una chiesa paleocristiana a lui dedicata sul Pincio, nell’area della Domus Pinciana, dalla quale il Santo sarà in seguiro appellato, appunto: San Felice in Pincis.
Quindi possiamo affermare senza ombra di dubbio che, la insigne personalità di San Felice ha condizionato il vivere quotidiano, il pensiero e la religiosità degli abitanti di Pomigliano d’Arco dai tempi più remoti, legando indissolubilmente il proprio nome a quello della nostra cittadina e imprimendo su di essa una forte suggestione e un grande ascendente dal punto di vista religioso, umano e spirituale, nonché una forte impronta dal punto di vista storico, culturale, artistico, urbanistico e architettonico.

(Vera Dugo Iasevoli - Uomini Illustri, Figure di Spicco, Nobili e Feudatari nella Storia di Pomigliano d’Arco, Dicembre 2018)

Indirizzo

Pomigliano D'Arco
80038

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Sabato 09:00 - 17:00
Domenica 09:00 - 17:00

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