08/06/2026
“Ero carcerato e siete venuti a trovarmi”. Mt (25,36)
Un ritiro un po’ speciale quello degli AnimaGrest 2026. Sveglia all’alba, con l’ansia e il timore di un giorno da alcuni tanto atteso, per prepararsi ad un incontro non consueto, eppure così tanto vicino agli insegnanti di Gesù, quel farci prossimo del fratello nostro più piccolo.
Al Carcere di Rebibbia abbiamo partecipato alla celebrazione presieduta dal Vescovo Stefano, che ha posto il sigillo della Cresima a due dei carcerati, un momento toccante, una scelta coraggiosa in un luogo che può essere di redenzione, che può o dovrebbe davvero rieducare, condiviso con quei carcerati che poi abbiamo incontrato. Il Vescovo Stefano ha voluto dire a noi giovani e a tutti i carcerati presenti: “Gesù vi ama e se lui ha dato la vita per voi, allora vuol dire che siete importanti!”. Un’omelia a tratti in romanesco, che arriva dritta e ti smuove dentro.
Tanti di loro impegnati nella catechesi, ci hanno raccontato come trascorrono le giornate, i loro studi e i lavori: la cucina, il teatro, la maturità e l’università, qualcuno la palestra e qualcun’altro ancora, dopo 42 anni di carcere e pochissime speranze di uscire, si dedica quotidianamente al giardinaggio e alla cura degli spazi esterni del carcere.
È stato un incontro carico di umanità, per i nostri giovani, che hanno stretto quelle mani, riconoscendo in ciascuno un fratello, che ha commesso un errore e che ora sta pagando, ma non per questo rinuncia ad una vita dignitosa, per fuggire l’ozio che in carcere può essere una seconda condanna, per imparare un mestiere che può essere la speranza di un futuro da ricostruire. Ho visto sguardi carichi di compassione e fratellanza, non ho percepito giudizio da parte dei ragazzi, ho pensato che davvero, come ci ha insegnato Papa Francesco nel giovedì Santo, possiamo metterci in ginocchio e lavare loro i piedi: “Perché loro e non io?” era solito dire Papa Francesco, riconoscendo che l’errore appartenga alla fragilità umana, rifiutando con coraggio e convinzione l’idea che i carcerati vadano chiusi in cella, buttando la chiave, l’idea di un carcere che punisca fino a cancellare la dignità umana.
Perché se è vero che gli uomini da noi incontrati fossero quelli che hanno trovato uno spiraglio di luce, è anche vero, come ci ha raccontato il cappellano, che la sofferenza per molti è tanta: le dipendenze, i problemi psichiatrici, la povertà di chi si trova a rinunciare alla propria igiene personale, perché non ha soldi per comprare detergenti. E poi le carceri sovraffollate, qualcuno ci ha detto che sono l’occasione per essere caritatevoli e solidali con i propri compagni di cella, ma sono spesso indice di una condizione di vita precaria.
Abbiamo chiesto loro se avessero un consiglio da dare ai giovani, per affrontare quelle fragilità che magari loro stessi, alla loro età, non sepperò gestire. Hanno insistito sulla “droga” come male assoluto da cui tenersi alla larga, ci hanno detto che si può studiare, per garantirsi un futuro senza scorciatoie, che bisogna volersi bene, stare con gli amici, senza provare invidia, senza chiudersi nel proprio egoismo. Che ci si può godere la vita, senza rischiare di perdere tutto per un passo falso. Che le soddisfazioni più grandi, sono quelle che uno merita con impegno e sacrificio, perché quando cerchi la scorciatoia, hai già imboccato la strada sbagliata.
Non abbiamo chiesto loro cosa avessero commesso, forse questo ci avrebbe indotto a giudicarli, invece abbiamo potuto ascoltare le loro storie, il loro oggi fatto di impegno e sacrificio, con gli occhi raggianti e rassicuranti di chi non ha smesso di credere nel domani.
E il bagno al lago, la passeggiata sulla spiaggia e la partita a schiaccia 5 hanno così assunto un sapore diverso, forse più ricco di quelle testimonianze che ora portiamo dentro.