02/06/2026
Il 2 giugno 1946 italiane e italiani scelsero la Repubblica, decretando la fine della monarchia sabauda, ed elessero i membri dell’assemblea che avrebbe scritto i principi e le regole fondative della nuova forma statale. Tra gli eletti ventuno donne su 556 membri. Pochi mesi prima, con i decreti del 1° febbraio 1945 e del 10 marzo 1946, finalmente anche alle donne italiane era stato riconosciuto il diritto a legiferare e governare. La lettura prevalente ha per decenni considerato il voto finalmente ottenuto un premio, un riconoscimento della partecipazione femminile alla Resistenza, che non consentiva più di definirla civilmente immatura. mentre le giovani donne, che a quelle battaglie avevano partecipato, lo rivendicavano come un diritto che si erano conquistate armi alla mano. Entrambe le letture dimenticavano, perché così il fascismo aveva voluto, il lungo percorso per la cittadinanza in cui il femminismo italiano aveva ricoperto un ruolo importante. Le donne avevano costruito a partire dal XIX secolo il loro diritto alla cittadinanza sull’ uguaglianza d’intelligenza e di capacità, e sul ruolo che venivano assumendo nell’educazione, nell’istruzione e nel lavoro sociale, in una continua tensione tra un’uguaglianza che non voleva significare essere simili, e una differenza che doveva cercare le strade della sua affermazione. L’accesso al voto il più volte chiesto, il primo appello di massa è del 1906, e più volte rimandato, è stato insieme punto d’arrivo e punto di partenza. La Costituzione repubblicana all’art. 3 riconosceva l’uguaglianza di sesso, razza e religione, ma l’Italia era ancora un paese in cui il patriarcato dettava le regole della relazione tra i generi, e il fascismo aveva ulteriormente rafforzato la supremazia maschile. Ma la vita quotidiana delle donne in realtà cambiò poco, perché a loro erano precluse ancora varie professioni, perché l’assegno di maternità era solo per operaie e impiegate private, perché non c’era il divorzio, perché lo stupro era un delitto contro la morale. Si mantenevano leggi patriarcali, come quella sul delitto d’onore, e nulla si faceva riguardo al diritto di famiglia. Tuttavia, la rappresentanza politica e le lotte delle lavoratrici davano alle donne la possibilità di ottenere qualche cambiamento. Il femminismo degli anni 70, con il suo forte impulso antiautoritario e l’insoddisfazione per le politiche riformiste ha posto al centro la lotta al patriarcato, ha imposto la condizione femminile come dimensione politica generale, ha rivendicato la dignità dei corpi, la dimensione politica del privato e la relazione tra donne come relazione politica. Su questa nuova base si sono avviati faticosamente interventi di parità e di riconoscimento di specificità- ab**to, violenza di genere, ecc. Anche se molto è stato fatto certo non è stato abbastanza e le donne non si sono fermate nelle loro rivendicazioni sviluppando nuove forze, nuovi femminismi. Ma oggi 2 giugno non possiamo non ricordare il primo voto delle donne in Italia, tappa fondamentale nella lunga strada che in tante percorriamo per ottenere sempre più spazi di libertà.