02/10/2026
CARCERE DON BOSCO: ORA BASTA. SERVE VERITÀ, SERVONO DIRITTI, SERVE UN CAMBIAMENTO RADICALE!
Arci Pisa: «Non si può chiedere alle persone detenute di sopportare l'insopportabile e poi stupirsi quando la tensione esplode».
Quello che è accaduto nelle ultime ore al carcere Don Bosco di Pisa non può essere liquidato come una semplice «rivolta carceraria».
Dietro quanto è successo c'è una situazione di esasperazione che non nasce ieri e che non può essere rimossa una volta tornata la calma.
Il sovraffollamento, la carenza di personale, le condizioni materiali della detenzione, la difficoltà di garantire percorsi effettivi di reinserimento e una quotidianità spesso segnata dal disagio sono problemi conosciuti da tempo. Sono problemi che riguardano le persone detenute, ma anche chi ogni giorno lavora dentro il carcere.
Non possiamo continuare a chiamare emergenza ciò che da anni è diventato il funzionamento ordinario del sistema penitenziario.
Ed è proprio per questo che riteniamo necessario ascoltare ciò che è accaduto, senza fermarsi alla superficie della protesta.
Tra gli elementi emersi c'è la denuncia, da parte dei detenuti, del ritrovamento nelle celle di dispositivi che sarebbero stati utilizzati per l'ascolto o la videosorveglianza.
Su questo punto chiediamo una cosa molto semplice e molto netta: verità, deve essere fatta immediatamente e integralmente chiarezza.
Se quei dispositivi sono strumenti investigativi autorizzati, deve essere spiegato — nelle forme consentite dalla legge e senza compromettere le indagini — da quale autorità siano stati disposti, nell'ambito di quale procedimento e secondo quali garanzie.
Sono domande che non possono essere archiviate come una delle tante rivendicazioni di una protesta.
Se si tratta di strumenti disposti nell'ambito di un'attività investigativa autorizzata, questo dovrà essere accertato nelle sedi competenti e nel rispetto delle necessarie garanzie. Se invece così non fosse, ci troveremmo davanti a una questione di enorme gravità.
In entrambi i casi, il silenzio non è una risposta accettabile.
Chiediamo quindi che sulla vicenda venga fatta piena luce e che gli organismi di garanzia possano svolgere fino in fondo il proprio compito.
Ma c'è una questione ancora più grande.
Da anni moltissime associazioni, tra cui la nostra, denunciano un sistema penitenziario nel quale il carcere viene utilizzato come risposta a problemi sociali che spesso non trovano altre soluzioni: povertà, marginalità, dipendenze, disagio psichico, fragilità familiari e sociali.
Quando a questo si aggiungono strutture sovraffollate, personale insufficiente e servizi inadeguati, la tensione non è un incidente: è una conseguenza prevedibile.
Questo non significa negare la complessità di ciò che è accaduto. Significa rifiutarsi di raccontare il carcere soltanto quando una protesta esplode.
Perché le persone detenute non diventano improvvisamente persone con dei diritti nel momento in cui protestano.
I diritti esistono prima della protesta, durante la protesta e dopo la protesta.
E valgono anche quando una persona ha commesso un reato e sta scontando una pena.
È esattamente questo il senso dell'articolo 27 della Costituzione: la pena non può tradursi in una sospensione della dignità umana e deve tendere al reinserimento sociale.
Per questo chiediamo alle istituzioni di non limitarsi a riportare la situazione alla normalità.
Perché quella normalità, al Don Bosco come in molte altre carceri italiane, è precisamente il problema.
Chiediamo:
• piena chiarezza sui dispositivi rinvenuti nelle celle e sulle eventuali autorizzazioni alla loro installazione;
• che il Garante regionale e la Garante comunale possano accedere alle informazioni necessarie e svolgere pienamente il proprio ruolo;
• un accertamento trasparente sulle condizioni materiali e organizzative dell'istituto;
• interventi immediati sul sovraffollamento e sulla carenza di personale;
• un miglioramento netto dei servizi sanitari, sociali, educativi e psicologici;
• investimenti veri nei percorsi di formazione, lavoro e reinserimento;
• un confronto stabile con le realtà sociali che da anni lavorano sul territorio e conoscono concretamente la realtà carceraria.
Non abbiamo bisogno di un carcere più duro. Abbiamo bisogno di un carcere più giusto.
E abbiamo bisogno di uno Stato che non confonda l'autorità con l'opacità, né la sicurezza con l'abbandono.
La sicurezza di una comunità non si costruisce lasciando marcire le persone dentro strutture sovraffollate. Si costruisce garantendo diritti, responsabilità, cura e possibilità concrete di cambiamento.
Ora tocca alla politica. Non basta "riportare la calma": occorre ristabilire diritti, trasparenza e condizioni dignitose di detenzione. È questa la responsabilità che chiediamo oggi a chi governa il sistema penitenziario.