Good Guys in Bad Lands

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Good Guys in Bad Lands “We can’t control the wind, but we can adjust the sails”

I believe in those who never give up and in supporting one another. No one is left behind.
(1053)

I honor and stand with those who serve. We Never Forget.
🫡🤙🏻

🌐 www.goodguys-noprofit.com “Good Guys in Bad Lands” was born in the mind of a soldier, in 2012, as a page. The social media page stemmed from his memories of a mission to Bala Murghab, Afghanistan, during a firefight with insurgents, a fellow soldier lost his young life, and another seriously injured. Strongly affected by his experience, the founder created one of the first military related fan-pages dedicated to the memory of all the fallen soldiers. As his first foray into the social media world, he sought to use this platform as a mean to bring to the attention of the web users the sacrifices of deployed soldiers worldwide, simultaneously garnering the deserved respect and appreciation for these “Good Guys in Bad Lands.”

By 2019, the page’s following worldwide had grown exponentially, and helped forge a cultural non-profit association, “Good Guys in Bad Lands”. It’s based on the comradery, solidarity, and brotherhood for soldiers and civilians in the security and defense sector, holding to its creed that “No Operator Will Be Left Alone.”

Who are the Good Guys? They are operators who have relied on each other to do their jobs to the best of their ability every day and at all times. Love for the Country, Respect for the Institutions, and Solidarity towards all Brothers in Arms, are the necessary skills required to embrace the credo and the goals of this association. Purpose
Their purpose is to create a strategic and cohesive link with the supporting institutions, at the same time giving all due respect and appreciation to the uniformed men and women who serve their countries and fellow citizens. Likewise, the Good Guys promote awareness of the soldiers’ invisible wounds and an education in the values of an elite brotherhood, “no operator will be left alone by the community or country”.

🕊️ 14 OTTOBRE — IN RICORDO DEL LGT C.S. PIFFARI MARCOIn occasione dell’anniversario della scomparsa del Lgt. C.S. Marco ...
13/10/2026

🕊️ 14 OTTOBRE — IN RICORDO DEL LGT C.S. PIFFARI MARCO

In occasione dell’anniversario della scomparsa del Lgt. C.S. Marco Piffari, il 14 ottobre si terranno diversi momenti commemorativi per ricordarne la vita, il servizio e l’impegno.

📍 PADOVA — ore 10:30
Santa Messa commemorativa presso il Comando Carabinieri.

📍 MESTRE — ore 15:30
Presso il 4° Battaglione di Mestre, dove Marco prestava servizio, gli verrà dedicata un’aula polifunzionale, a testimonianza del legame con il reparto e del ricordo che continua nel tempo.

📍 REZZATO (BS) — ore 20:30
Presso il Santuario della Madonna di Valverde, si terrà un momento commemorativo organizzato per amici, conoscenti e persone che hanno condiviso con Marco un tratto di cammino.

Una giornata nel segno del ricordo, dell’amicizia e della fratellanza.

Il Lgt. C.S. Marco Piffari continua a vivere nel ricordo di chi lo ha conosciuto, stimato e voluto bene.

14 ottobre — per non dimenticare.

🫡🇮🇹🖤

10/10/2026

QUANDO L’UMANITÀ SI ARRENDE ALL’ODIO

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo mondo, e non è soltanto la guerra. È la cattiveria con cui abbiamo imparato a guardare il dolore degli altri.

Dietro una tastiera, protetti dalla comodità delle nostre case, ci ergiamo a giudici, dispensatori di morale, spettatori di tragedie che trasformiamo in occasioni per difendere la nostra parte. Ci indigniamo per una morte e ne giustifichiamo un’altra. Piangiamo alcune vittime e contestiamo il diritto di altre a essere considerate tali. Come se il valore di una vita dipendesse dalla bandiera che sventola sopra di essa.

Ma il dolore non ha una divisa, il sangue non ha un colore politico e la sofferenza non chiede il permesso a nessuna ideologia.

E mentre ci affanniamo a stabilire chi abbia ragione, dimentichiamo che, dall’altra parte dello schermo, ci sono esseri umani. Uomini che combattono, che vedono morire i propri compagni, che portano a casa immagini, ricordi e ferite che nessuna fotografia può raccontare. Uomini che possono tornare vivi dal fronte e continuare a combattere, per anni, una guerra silenziosa dentro la propria mente.

Eppure, c’è chi trova il coraggio di deriderli, di giudicarli, di attaccarli persino quando soffrono di PTSD, come se il trauma fosse una colpa e non una ferita invisibile. Come se affrontare l’orrore fosse una scelta priva di conseguenze. Come se chi non ha mai conosciuto certe notti potesse arrogarsi il diritto di spiegare a chi le ha vissute come dovrebbe sentirsi.

Questa non è coscienza. È presunzione. Non è coraggio. È vigliaccheria morale.

È facile essere giusti quando non si rischia nulla. È facile distribuire sentenze quando non si è mai dovuto scegliere tra la paura e il dovere, quando non si è mai raccolto il silenzio lasciato da un compagno che non tornerà. È facile pretendere una morale assoluta da chi vive il fronte, mentre noi, al sicuro, ci concediamo il lusso di ignorare la complessità di ciò che non conosciamo.

Il problema non è avere un’opinione, né prendere posizione davanti alle ingiustizie. Il problema nasce quando la propria posizione diventa una religione, quando l’odio acceca al punto da farci considerare disumano chi appartiene all’altra parte. Quando smettiamo di riconoscere nell’altro un essere umano e cominciamo a vederlo soltanto come un nemico da umiliare.

È proprio lì che si apre la porta al male: quando ci convinciamo di essere così giusti da sentirci autorizzati a essere crudeli.

Il mondo è in serio declino se abbiamo bisogno di disumanizzare qualcuno per sentirci dalla parte giusta della storia. E l’umanità non finisce soltanto nei campi di battaglia, sotto le bombe o tra le macerie. Finisce anche nei commenti pieni di disprezzo, nelle parole che feriscono chi è già spezzato, nell’indifferenza verso il dolore che non riconosciamo come nostro.

Non vi si chiede di essere d’accordo con tutti. Non vi si chiede di rinunciare alle vostre idee, né di giustificare ogni azione. Vi si chiede qualcosa di molto più difficile: restare umani anche quando non siete d’accordo.

Perché nessuna causa, nessuna bandiera e nessuna convinzione politica può trasformare la crudeltà in una virtù.

Prima di giudicare un uomo che ha conosciuto la guerra, provate almeno a immaginare cosa significhi portarne il peso. Prima di ridicolizzare chi soffre, chiedetevi se sareste capaci di sostenere anche solo una parte di ciò che ha vissuto. E prima di scrivere parole che feriscono, ricordate che non conoscete tutte le battaglie che una persona combatte lontano dai vostri occhi.

Non siete migliori perché vi indignate. Non siete giusti perché avete scelto una parte. E non siete custodi della morale soltanto perché sapete scrivere un commento.

La vera misura dell’uomo non è la capacità di individuare il male negli altri, ma quella di non permettere al male di trasformarlo in ciò che dice di combattere.

Perché, alla fine, la domanda non sarà soltanto da che parte stavate.

Sarà anche questa: mentre il mondo soffriva, mentre gli uomini morivano e altri cercavano disperatamente di sopravvivere alle proprie ferite, voi che cosa avete fatto della vostra umanità?

Se la risposta è che avete scelto di odiare, umiliare e condannare chi non conoscete, allora forse dovreste fermarvi un momento.

E guardarvi dentro.

Perché il male non comincia sempre con un’arma in mano. A volte comincia con una tastiera, un giudizio pronunciato senza conoscere i fatti e la convinzione incrollabile di essere dalla parte giusta.

E quando perdiamo la capacità di riconoscere l’uomo nell’uomo, indipendentemente dalla sua uniforme, dalla sua storia o dalla sua appartenenza, non abbiamo sconfitto il nemico.

Abbiamo soltanto lasciato che l’odio vincesse dentro di noi.

🇮🇹🖤 9 OTTOBRE 2010 — AFGHANISTAN, PER NON DIMENTICAREValle di Gulistan, provincia di Farah. In quel giorno di quindici a...
09/10/2026

🇮🇹🖤 9 OTTOBRE 2010 — AFGHANISTAN, PER NON DIMENTICARE

Valle di Gulistan, provincia di Farah. In quel giorno di quindici anni fa, un attentato contro un convoglio italiano spezzò la vita di quattro giovani militari del 7° Reggimento Alpini, appartenente alla Brigata Julia.

🕯️ Primo Caporal Maggiore Gianmarco Manca, di Alghero.

🕯️ Primo Caporal Maggiore Francesco Vannozzi, di Pisa.

🕯️ Primo Caporal Maggiore Sebastiano Ville, di Lentini, in provincia di Siracusa.

🕯️ Caporal Maggiore Marco Pedone, di Gagliano del Capo, in provincia di Lecce.

Quattro nomi. Quattro storie. Quattro vite spezzate mentre servivano l’Italia, lontano dalle proprie case e dai propri affetti.

Quel giorno, la violenza di un attentato ricordò a tutti il prezzo che i nostri militari possono essere chiamati a pagare nell’adempimento del proprio dovere.

Il tempo trascorre, ma il loro sacrificio non può essere consegnato all’oblio. Dietro quelle uniformi c’erano figli, fratelli, amici e sogni che meritavano un futuro.

Ricordare Gianmarco, Francesco, Sebastiano e Marco significa custodire la memoria di chi non è tornato e rinnovare il rispetto verso tutti coloro che servono il nostro Paese.

A loro, ai loro commilitoni e alle famiglie che ne portano il ricordo nel cuore, va il nostro pensiero.

🕯️ Onore ai Caduti.

🫡🇮🇹
Perché nessun nome venga dimenticato. Mai.

L’UOMO È LA DIFESAC’è una preoccupazione che non possiamo più ignorare.Si parla di modernizzazione della Difesa, di nuov...
06/10/2026

L’UOMO È LA DIFESA

C’è una preoccupazione che non possiamo più ignorare.

Si parla di modernizzazione della Difesa, di nuove tecnologie, droni, cyber, sistemi d’arma, ricerca, industria e accelerazione delle procedure di acquisizione.

Tutto questo può essere necessario.

Ma c’è una domanda che viene prima di tutte le altre:

DOVE SONO GLI UOMINI E LE DONNE CHE DOVRANNO FAR FUNZIONARE TUTTO QUESTO?

Perché, allo stato attuale, la centralità del personale viene rinviata a un secondo momento.

Ed è proprio questo che preoccupa.

Prima le tecnologie.
Prima le procedure.
Prima gli strumenti.
E poi, in un secondo momento, il personale.

No.

Una Forza Armata moderna non si costruisce mettendo l’uomo alla fine del processo.

Si parte dall’uomo.

Dal militare che utilizza il sistema.
Dal tecnico che lo mantiene.
Dal logistico che ne garantisce il funzionamento.
Dal comandante che lo impiega.
Dal professionista che deve essere formato per utilizzarlo.

Prima di riempire i magazzini di nuove capacità, dobbiamo assicurarci di avere persone sufficienti, adeguatamente formate, motivate, valorizzate e messe nelle condizioni di operare.

Servono organici adeguati.

Servono percorsi di carriera adeguati.

Serve formazione.

Serve valorizzazione delle professionalità.

Servono condizioni di servizio dignitose.

Serve un ricambio generazionale.

Serve tutela dell’esperienza di chi ha dedicato una parte importante della propria vita allo Stato.

Questa è modernizzazione.

Non bastano le fotografie con i militari sorridenti.

Non bastano i selfie.

Non bastano le strette di mano.

Non basta mostrare partecipazione.

La partecipazione vera si misura attraverso le scelte e attraverso i fatti.

E oggi, dopo quasi quattro anni di governo, è legittimo chiedersi perché alcune delle esigenze del personale siano ancora in attesa di risposte concrete.

Perché questi uomini e queste donne ascoltano.

Osservano.

Ricordano.

Sono gli stessi cittadini che hanno dato fiducia a chi oggi governa.

E sono gli stessi uomini e le stesse donne che stanno guardando, con una lente d’ingrandimento, la distanza tra ciò che è stato promesso e ciò che è stato realmente realizzato.

Le parole, prima o poi, finiscono.

Le fotografie passano.

Le dichiarazioni passano.

I contratti passano.

I risultati restano.

E arriverà il momento in cui chi oggi ha responsabilità di governo dovrà tornare davanti a queste stesse persone e spiegare non ciò che aveva intenzione di fare, ma ciò che ha realmente fatto.

Non è una richiesta corporativa.

È una questione di efficienza.

È una questione di dignità.

È una questione di sicurezza nazionale.

Perché nessuna tecnologia, per quanto avanzata, può sostituire la professionalità di chi la deve utilizzare.

Non sono i contratti a difendere il Paese.

Sono gli uomini e le donne in uniforme.

Sono loro che trasformano un investimento in una capacità operativa.

Per questo chiediamo che il personale non venga considerato il secondo capitolo della modernizzazione.

L’uomo non può essere il secondo tempo della Difesa.

Deve essere il primo.

Perché una Difesa realmente moderna non mette prima le cose e poi le persone.

Mette le persone nelle condizioni di rendere efficaci le cose.

E allora diciamolo con chiarezza:

L’UOMO NON È IL FUTURO DELLA DIFESA.

L’UOMO È LA DIFESA.

rK

Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, oggi, presso la Commissione Esteri e Difesa del Senato per l'audizione sul disegno di legge n. 2028 (Rafforzamento e adeguamento della capacità di difesa nazionale).

05/10/2026

4 OCTOBER 2017
TONGO TONGO, NIGER 🇳🇪

SFC JEREMIAH W. JOHNSON
SSG BRYAN C. BLACK
SSG DUSTIN M. WRIGHT
SGT LA DAVID T. JOHNSON

They were four men.
They were soldiers.
They were fathers, husbands, sons and brothers.
They went into the fight together.
They did not all come home.

We remember their names.
We remember their families.
Lest We Forget.

🫡🖤


TONGO TONGO — 4 OTTOBRE 2017La storia comincia nel Niger occidentale, vicino al piccolo villaggio di Tongo Tongo, in una...
05/10/2026

TONGO TONGO — 4 OTTOBRE 2017

La storia comincia nel Niger occidentale, vicino al piccolo villaggio di Tongo Tongo, in una delle aree più remote e instabili del Sahel.

Gli uomini appartenevano alla 3rd Special Forces Group (Airborne) dell’US Army e operavano insieme a circa 30 militari nigerini. La missione rientrava nell’attività di assistenza e cooperazione con le forze locali contro i gruppi jihadisti presenti nella regione.

La squadra americana era l’ODA 3212, un Operational Detachment Alpha delle Special Forces.

Quel 4 ottobre, dopo una missione notturna e una deviazione operativa, il gruppo stava rientrando verso la propria base di Ouallam. Durante il percorso i militari si fermarono presso Tongo Tongo per rifornire d’acqua le forze nigerine. La sosta si trasformò anche in un incontro con alcuni abitanti del villaggio.

Alle 11:40 circa, appena lasciato il villaggio, la colonna cadde in un’imboscata.

Davanti a loro c’era una forza nemica molto superiore numericamente, composta da militanti collegati allo Islamic State in the Greater Sahara (ISGS). Gli americani e i nigerini smontarono dai veicoli e iniziarono a combattere.

Quello che doveva essere un rientro diventò una battaglia disperata.

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I QUATTRO UOMINI

🇺🇸 SFC JEREMIAH W. JOHNSON

Sergeant First Class Jeremiah Wayne Johnson

Nato nel 1977, originario di Springboro, Ohio.

Prima di arruolarsi aveva già costruito una vita civile e gestito un’attività. Entrò nell’US Army nel 2007 come specialista CBRN e successivamente venne assegnato alla 3rd Special Forces Group. Aveva già prestato servizio all’estero, compreso un dispiegamento in Giordania.

Era sposato con Crystal e padre di due figlie, Addie ed Elisa.

Durante Tongo Tongo, Johnson combatté per proteggere i propri compagni.

Inizialmente gli venne conferita postuma la Bronze Star Medal with Valor. Successivamente, dopo il recupero e l’analisi di nuove immagini provenienti da una helmet camera, il riconoscimento venne elevato alla Silver Star, la terza più alta decorazione statunitense per valore in combattimento.

Nel 2022 il suo reparto gli conferì inoltre il riconoscimento di Honorary Green Beret insieme a La David Johnson.

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🇺🇸 SSG BRYAN C. BLACK

Staff Sergeant Bryan Christopher Black

Nato nel 1982 a Camp Pendleton, California, cresciuto a Puyallup, Washington.

Era un 18D Special Forces Medical Sergeant, quindi il medico di combattimento della squadra.

Prima dell’esercito aveva studiato business e lavorato come maestro di sci e nel settore delle costruzioni. Entrò nell’US Army nel 2009 e successivamente divenne Green Beret.

Era sposato con Michelle e padre di due figli, Ezekiel e Isaac.

A Tongo Tongo, Black combatté mentre la situazione precipitava.

Per anni fu ricordato con la Bronze Star Medal with Valor.

Ma nel 2025, dopo la rivalutazione delle immagini della sua helmet camera e delle sue azioni durante il combattimento, l’US Army gli conferì postumamente la Silver Star.

La medaglia venne consegnata alla sua famiglia l’8 aprile 2025, a Puyallup.

La motivazione della nuova decorazione riconobbe il suo coraggio e, soprattutto, il fatto che avesse continuato a combattere mettendo sé stesso in pericolo per gli altri.

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🇺🇸 SSG DUSTIN M. WRIGHT

Staff Sergeant Dustin Michael Wright

Nato nel 1988 e cresciuto a Lyons, Georgia.

Aveva 29 anni.

La sua famiglia aveva una lunga tradizione militare. Il fratello Will ricordò Dustin come una persona che cercava uno scopo e che trovò nell’esercito quella direzione che stava cercando.

Entrò nell’Army, frequentò l’Airborne School, la Special Forces Assessment and Selection e la Special Forces Qualification Course.

Divenne un 18C Special Forces Engineer Sergeant, un Green Beret appartenente all’ODA 3212.

Durante la battaglia di Tongo Tongo, Wright si espose ripetutamente al fuoco nemico per soccorrere compagni feriti.

Le fonti dell’US Army riportano che si espose al fuoco nemico due volte per prestare assistenza a due compagni feriti.

Per questo comportamento ricevette postumo la Silver Star.

La sua famiglia lo ricordava come un uomo dal carattere tranquillo, generoso e profondamente legato ai propri cari. Era anche conosciuto per il suo particolare amore per il Natale: ogni anno interpretava Babbo Natale per la famiglia.

Oggi il suo nome continua a essere ricordato anche attraverso il Wright, una nave idrografica dell’US Army Corps of Engineers dedicata a lui nel 2025.

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🇺🇸 SGT LA DAVID T. JOHNSON

Sergeant La David Terrence Johnson

Nato nel 1992 a Miami Gardens, Florida.

Aveva 25 anni.

La David era entrato nell’US Army nel 2014 come 91B Wheeled Vehicle Mechanic e successivamente era stato assegnato al 2nd Battalion, 3rd Special Forces Group, a Fort Bragg. Non era un Green Beret, ma prestava servizio all’interno di un’unità Special Forces.

Era sposato con Myeshia e aveva due figli; la sua terza figlia doveva nascere pochi mesi dopo la sua morte. Nella sua comunità di Miami Gardens era conosciuto anche per la sua passione per le moto e per le acrobazie su due ruote.

Durante la battaglia, La David rimase separato dagli altri americani.

Continuò a combattere.

Secondo la ricostruzione dell’indagine, utilizzò una mitragliatrice e un fucile di precisione prima di cercare di sottrarsi al combattimento a piedi. Riuscì a raggiungere una posizione di copertura a circa un chilometro di distanza, ma venne successivamente individuato e ucciso dagli aggressori.

Per il suo comportamento durante l’azione ricevette postuma la Silver Star.

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LA BATTAGLIA

Questa è forse la parte più importante per raccontare correttamente la storia.

Non fu semplicemente un attacco improvviso durato pochi minuti.

La squadra americana e i militari nigerini rimasero coinvolti in un combattimento molto più lungo e complesso di quanto inizialmente fosse stato reso pubblico.

I militari americani vennero progressivamente separati in più gruppi.

Il veicolo con Black, Wright e Jeremiah Johnson rimase separato dagli altri.

Successivamente anche La David Johnson rimase isolato.

Gli uomini furono costretti ad abbandonare i veicoli e continuare a combattere a piedi sotto il fuoco nemico.

Il rapporto investigativo americano stabilì che gli uomini combatterono con grande coraggio in condizioni estremamente sfavorevoli.

Quattro soldati americani morirono.

Morirono anche quattro militari nigerini.

Altri militari rimasero feriti.

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E POI ARRIVÒ L’AIUTO

Una parte importante della storia è spesso dimenticata.

Dopo che venne comunicato il contatto con il nemico, furono attivati i canali per ottenere assistenza.

I francesi intervennero con Mirage che raggiunsero l’area e sorvolarono la zona dell’imboscata.

La loro presenza contribuì a costringere gli aggressori a ritirarsi.

Successivamente arrivò una Nigerien Quick Reaction Force, che contribuì alla sicurezza dell’area e al recupero dei caduti.

L’indagine americana concluse che la risposta francese e nigerina molto probabilmente salvò ulteriori vite americane e nigerine.

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COSA SUCCESSE DOPO

La morte dei quattro uomini provocò una delle più importanti indagini operative della recente storia delle Special Operations americane.

L’indagine AR 15-6 fu enorme:

-143 testimoni interrogati;
-37 sopravvissuti americani e nigerini intervistati;
-sopralluoghi sul terreno;
-migliaia di documenti e fotografie analizzati;
-centinaia di ore di video esaminate;
-oltre 6.300 pagine di materiale investigativo.

Il rapporto individuò problemi relativi a pianificazione, preparazione, addestramento, equipaggiamento, comunicazioni e catena di comando.

Ma il punto fondamentale è questo:

l’indagine non attribuì le quattro morti a una singola decisione o a una singola persona. Il Dipartimento della Difesa parlò di una combinazione di fattori e di carenze operative.

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SFC JEREMIAH W. JOHNSON
SSG BRYAN C. BLACK
SSG DUSTIN M. WRIGHT
SGT LA DAVID T. JOHNSON

4 OCTOBER 2017
TONGO TONGO, NIGER

They were four men.
They were soldiers.
They were fathers, husbands, sons and brothers.
They went into the fight together.
They did not all come home.

We remember their names.
We remember their families.
We never forget.

***Questa storia è documentata anche direttamente dal rapporto ufficiale del Department of Defense sull’imboscata.

04/10/2026

Anche il guerriero più forte, prima o poi, deve abbassare l’armatura.

Perché dietro quella corazza c’è un uomo.

Un uomo che sente, che soffre, che ricorda e che, a volte, ha semplicemente bisogno di essere ascoltato.

Il PTSD non è debolezza.

È il peso di ciò che hai vissuto quando eri abbastanza forte da andare avanti.

Essere vulnerabili con persone che ti capiscono non è debolezza.
Ti ricorda che non sei solo e che non devi portare tutto da solo.

Abbassare l’armatura non significa arrendersi. Significa avere il coraggio di chiedere aiuto.

Nessuno dovrebbe combattere questa battaglia da solo.

Good Guys aps è una comunità dove
Nessun operatore rimane indietro. 🖤

We Never Forget.

🕊️ ADIEU FREDAdieu, Fred.Puisses-tu enfin trouver la paix auprès de tes frères d’armes qui sont partis trop tôt.Ton cour...
03/10/2026

🕊️ ADIEU FRED

Adieu, Fred.
Puisses-tu enfin trouver la paix auprès de tes frères d’armes qui sont partis trop tôt.

Ton courage, ton professionnalisme, ta gentillesse et ton sourire resteront dans la mémoire de ceux qui ont eu l’honneur de partager un bout de chemin avec toi.

À tes frères du FR SAS, nous adressons toute notre fraternité et notre soutien.

Tu ne seras jamais oublié. Jamais.

Repose en paix, frère. 🕊️

We Never Forget.

Il 20 settembre 2014 nasceva ufficialmente il Comando delle Forze Speciali dell’Esercito, COMFOSE.Quel giorno il sole la...
20/09/2026

Il 20 settembre 2014 nasceva ufficialmente il Comando delle Forze Speciali dell’Esercito, COMFOSE.

Quel giorno il sole lasciò improvvisamente spazio a un cielo nero.
Arrivò un temporale, una burrasca d’acqua che sembrava non voler finire.

Forse era soltanto il cielo.
O forse, lassù, qualcuno aveva già iniziato a piangere.

E quella pioggia sembrò avere un significato diverso:
come se dal cielo fossero scese le lacrime di chi aveva già donato tutto.
Di chi non era più lì per vedere nascere quella casa,
ma che in quella casa avrebbe continuato a vivere nella memoria di chi sarebbe venuto dopo.
Perché ci sono uomini che lasciano il campo,
ma non lasciano mai davvero la storia.
E finché qualcuno ne pronuncerà il nome,
il loro ricordo continuerà a camminare con noi.
🫡🇮🇹⚡️

Indirizzo

Pisa

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