14/05/2026
L’assassinio di Bakari Sako, il giovane lavoratore maliano ucciso in una piazza di Taranto all’alba del 9 maggio, non è un incidente e non è il semplice frutto dell’abbandono sociale di un territorio o di una generazione.
È il risultato avvelenato di un clima costruito nel tempo, di una campagna sistematica di disumanizzazione delle persone migranti, alimentata per anni da una parte della politica e amplificata quotidianamente attraverso propaganda, slogan e paura.
In queste ore il Ministro dell’Interno Piantedosi non ha trovato una parola per questo omicidio, mentre continua a rivendicare la propaganda sui CPR in Albania e la necessità di “togliere dalle strade gli stranieri pericolosi”. Una narrazione tossica che trasforma le persone migranti in un bersaglio permanente e che produce conseguenze concrete nella società.
Perché è evidente che, a parti invertite, con un lavoratore italiano ucciso da giovani stranieri, avremmo assistito immediatamente a dichiarazioni solenni, decreti sicurezza, comitati straordinari e campagne mediatiche ossessive. Oggi invece prevale il silenzio.
Le indagini dovranno accertare responsabilità e movente, ma non possiamo ignorare il contesto in cui questa violenza nasce. L’odio non compare dal nulla: viene seminato, normalizzato, reso linguaggio quotidiano. E quando il messaggio dominante è che alcune vite valgono meno di altre, qualcuno quel messaggio lo trasforma in violenza.
Allo stesso tempo, sarebbe un errore rispondere a questa tragedia invocando soltanto nuove misure repressive. La violenza giovanile che attraversa il Paese non si affronta riempiendo le carceri o costruendo nuove emergenze securitarie. Servono invece scuola, presidi sociali, educazione, cultura, spazi di aggregazione, politiche pubbliche capaci di contrastare marginalità, solitudine e impoverimento educativo.
Per fermare questa barbarie bisogna costruire un’alternativa forte e credibile alla cultura dell’odio: rimettere al centro i diritti, l’uguaglianza, la dignità delle persone, dare voce alle vittime e ricostruire legami sociali nei territori abbandonati.
Perché Bakari Sako non è morto per fatalità.