APS Agribizzarra

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💚 Satispay APS AgriBizzarra Onlus è un'associazione no profit, nata nel 2013, che gestisce un Rifugio nel quale vivono in libertà animali provenienti da allevamenti, a fine carriera sportiva/riproduttiva oppure salvati da maltrattamenti o a rischio abbandono e macello. È inoltre un centro di "educazione alla natura e agli animali", un luogo di incontri "magici" in cui non si sa bene "chi aiuti chi"
Incoraggiare la comprensione degli animali "da reddito", non solo quella degli animali cosiddetti "da affezione" e mostrare i benefici di una vita cruelty-free, è uno degli scopi che si prefigge Agribizzarra Onlus. Qui ogni interazione con gli animali è un'occasione unica per scoprire che di fronte abbiamo individui con personalità singolari, esseri senzienti che provano emozioni e ci fa comprendere che di fronte a noi abbiamo qualcuno e non qualcosa. Ad oggi ho il privilegio di convivere con 10 cavalli, 2 pony, 2 asinelle, 2 mucche, 1 toro, 1 vitellino, 2 maiali, 3 cani, gatti, oltre a diversi animali selvatici che ogni tanto passano a trovarci

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Prezzemolino mio! 😍❤️Controllo qualità a suon di musate nella schiena, che più di una volta mi hanno spostata di un metr...
12/10/2026

Prezzemolino mio! 😍❤️

Controllo qualità a suon di musate nella schiena, che più di una volta mi hanno spostata di un metro, e raspate con gli zoccoli sulla rete perché, a quanto pare, stavo occupando il suo posto preferito... 🤬🤣

"Questo libro nasce da una domanda che negli anni ha continuato a cambiare forma: che cosa significa amare lasciando l’a...
11/10/2026

"Questo libro nasce da una domanda che negli anni ha continuato a cambiare forma: che cosa significa amare lasciando l’altro libero di essere ciò che è?
Quando ho iniziato a condividere così profondamente la mia vita con gli animali, credevo di avere già molte risposte. Avevo esperienza, avevo studiato, avevo osservato e soprattutto pensavo di sapere cosa significassero parole come cura, protezione, benessere e amore.
Poi sono arrivati loro, con i loro sì e i loro no, i tempi che non coincidevano con i miei, le relazioni che sceglievano senza chiedermi il permesso, le preferenze, le paure, le incompatibilità e comportamenti che hanno messo, e continuano a mettere, in discussione ciò che avevo letto, studiato o semplicemente creduto di sapere.
Vivere con loro mi ha insegnato che conoscere una specie è indispensabile, ma non basta per sapere chi sia l’individuo che abbiamo davanti.
Mi ha insegnato anche qualcosa di più difficile: possiamo amare sinceramente qualcuno e, nello stesso tempo, portare dentro quella relazione i nostri bisogni, le nostre ferite emotive, le aspettative e il desiderio di sentirci scelti, utili o necessari.
Molte delle pagine che seguono raccontano proprio questo incontro tra due percorsi.
Da una parte ci sono gli animali dell’AltroveCapovolto, ciascuno con la propria storia, il proprio carattere e il proprio modo di stare al mondo.
Animali che hanno trovato uno spazio nel quale poter esprimere più liberamente ciò che sono, costruire relazioni, scegliere distanze e vicinanze e sorprendermi continuamente con la loro individualità.
Dall’altra ci sono io, con la mia storia e il mio bagaglio emotivo, arrivata qui cercando un luogo nel quale riuscire finalmente a respirare e ritrovatami, negli anni, a mettere in discussione molte delle cose che credevo di sapere anche su me stessa."

~ L'amore che libera

❤️
10/10/2026

❤️

➡️🔴🦔🌳BOSCO OSPIZIO di Reggio Emilia
🐾il Consiglio di Stato si esprime dicendo che ci sono animali all’interno e che si riteneva opportuno bloccare abbattimento di altri alberi!

🦇🔴ABBIAMO LOTTATO PER LUI E PER TUTTE LE VITE ANIMALI CHE LO ABITANO

❗️IL CONSIGLIO DI STATO HA BLOCCATO temporaneamente il cantiere all’interno della SENTENZA PERCHÈ VIVONO GLI ANIMALI CHE SI RIPARANO!!‼️
CHI HA DATO MODO DI OPERARE ALLE RUSPE NON HA RISPETTATO CIÒ.
Lo avevamo detto mille volte.
Abbiamo
↘️fatto sopralluoghi, ➡️condotto studi sul campo,
↔️censito le colonie di ricci presenti, ↪️verificato la presenza di chirotteri (pipistrelli), abbiamo
➡️redatto relazioni tecniche Veterinarie forensi, veterinarie specializzate, etologiche, faunistiche e agronomiche.
✅Abbiamo diffidato il
comune di Reggio Emilia e Conad diverse volte.
⚠️La settimana scorsa non siamo potute rimanere a guardare in silenzio e siamo tornate proprio lì al
Bosco documentando il tutto.
Abbiamo telefonato alla prefettura e richiesto di intervenire urgentemente.
Abbiamo trasmesso con URGENZA diffida e richiesta di interruzione del cantiere, abbiamo informato anche il Tribunale di competenza.
Conad in accordo con il Comune di Reggio Emilia non hanno atteso fosse resa nota la sentenza che avrebbe dovuto arrivare l’8 ottobre!
E noi lo abbiamo documentato!
Abbiamo lottato a lungo per le vite del bosco che qualcuno dichiarava non esistessero.
🔴✅Al BOSCO OSPIZIO ABITANO ANIMALI VIVI CHE NON DEVONO MORIRE!

Che i nostri studi e le nostre relazioni condotte e diffide volino ovunque e lottino per ottenere giustizia.
Continuiamo a farlo insieme

Insieme a tutte e tutti dalle cittadine e cittadini che fanno sempre la differenza con grande impegno, GRAZIE a Reggio Emilia,
Oasi Desirée
L'Altra Scuderia
APS Agribizzarra
AVI Associazione Vegani Internazionale
La Casa di Duca e Pippi Odv
le associazioni intervenute nel corso degli anni che lottano per difendere il bosco e le vite

Grazie a chi dell’assemblea del bosco è salito/a sulle ruspe,e a chiunque abbia fatto un pezzo per il bosco e chiunque continuerà a lottare con noi.
CONTRO CHI DI ANIMALI ALBERI E SENTENZA SE NE FREGA!

Grazie ai tecnici della nostra equipe
Dott. Enrico Moriconi Medico Veterinario Etologo forense,
Dott. Medico Veterinario Massimo Vacchetta,
Dott. Biologo faunista Fabio Helleon

Siamo pronte anche a depositare il prossimo esposto con documenti importanti alla mano

E ora andiamo avanti

🐾UTI per tutti Unione Tutela Individui
InPrimoPiano

Nota bene
Le fotografie presenti in questa comunicazione sono riferibili a un nostro post che riguardava Bosco Ospizio e le vite.
Le vite che abbiamo documentato e per le quali abbiamo lottato insieme.
Per loro, come abbiamo detto otterremo giustizia!

In primo piano Allegra. Dietro, quasi nascosta, si intravede Cincia, la sua mamma trentaquattrenne.Entrambe sulla rete m...
08/10/2026

In primo piano Allegra. Dietro, quasi nascosta, si intravede Cincia, la sua mamma trentaquattrenne.
Entrambe sulla rete ma, soprattutto, sulle olive. 😅
Un attimo prima c’era Ettore, il loro gigantesco compagno equino, mentre le due figlie di Satana, le pony, stanno ancora prendendo le misure alla situazione per capire bene dove e come intervenire per fare danni.
Io la prendo con filosofia e rido.
Perché, alla fine, meno male che ci sono loro. ☺️😅

C’è voluto un anno per riuscire a riprendere in mano questo libro."L’amore che libera" l’ho scritto due anni fa. L’anno ...
29/09/2026

C’è voluto un anno per riuscire a riprendere in mano questo libro.

"L’amore che libera" l’ho scritto due anni fa. L’anno scorso decisi di affidarlo a una casa editrice e iniziò una campagna di prevendita: se avessimo raggiunto le 200 copie, il libro sarebbe stato pubblicato e distribuito nelle librerie.

Quelle 200 copie non le raggiungemmo.

Ma più di sessanta sì.

E dietro quelle sessanta copie ci fu un lavoro enorme. Scrissi, raccontai, contattai persone, parlai del progetto ovunque potessi. Ci misi la faccia ogni giorno, perché credevo in quel libro e nella possibilità che potesse arrivare in libreria.

E soprattutto perché molte delle persone che lo acquistarono lo fecero sapendo che, attraverso quel progetto, stavano dando una mano agli animali di Agribizzarra.

La prevendita e i pagamenti erano gestiti dalla casa editrice. Io avevo portato le persone fin lì, fidandomi a mia volta di ciò che sarebbe accaduto dopo.

Non avendo raggiunto l’obiettivo delle 200 copie, il libro non fu distribuito nelle librerie, ma le copie acquistate dovevano comunque essere stampate e consegnate a chi le aveva pagate.

Quando arrivò la mia, rimasi senza parole.

Il libro era stato impaginato praticamente così com’era, senza il lavoro editoriale che mi aspettavo, con parti del testo tagliate e caratteri talmente piccoli da renderne difficile la lettura.

Poi scoprii che alcune persone non avevano ricevuto neppure quella copia.
ed è stato quello, forse, a farmi più male.
Perché i soldi non li avevo raccolti io, non avevo impaginato io quel libro e non ero io a occuparmi delle spedizioni.

Ma la faccia ce l’avevo messa io.

Quelle persone erano arrivate fin lì perché avevano creduto alle mie parole e si erano fidate di me.
Mi sono sentita in colpa. Molto più di quanto probabilmente avrei dovuto. Al punto che per quasi un anno non sono riuscita a riprendere in mano il manoscritto originale e ricominciare a lavorarci.

Poi l’ho fatto.

Ho ripreso il testo e questa volta gli ho dedicato il lavoro che meritava. È stato fatto un editing accurato, ho rivisto ciò che andava rivisto, aggiunto le fotografie che nella precedente edizione erano completamente assenti e curato ogni dettaglio della nuova edizione.
E, finalmente, ho potuto realizzare anche la copertina che avevo immaginato per racchiudere tutte quelle parole.

"L’amore che libera" è finalmente disponibile su Amazon, sia in versione cartacea sia in versione Kindle.

Ma c’è una cosa che per me viene prima di tutto il resto.
Vorrei ritrovare quelle oltre sessanta persone perché, terminata la campagna, non ho più avuto accesso all’elenco completo degli acquirenti. Per questo non posso essere io a cercarvi uno per uno.

Se l’anno scorso avete acquistato L’amore che libera in prevendita, scrivetemi.
Scrivetemi se avete ricevuto la vostra copia e, a maggior ragione, se l’avete pagata e non vi è mai arrivata.

Voglio farvi avere questa nuova edizione a mie spese.

Perché quella faccia che avevo messo allora è la stessa che ci metto oggi.
E se più di sessanta persone hanno scelto di fidarsi di me e di sostenere, attraverso questo libro, gli animali di Agribizzarra, per me quella fiducia vale ancora.
Questa volta voglio che nelle vostre mani arrivi il libro che avrei voluto consegnarvi fin dall’inizio.

E voglio dirvi, finalmente, grazie.

19/09/2026

La cosa più difficile, quando pensiamo di conoscere un animale, è accorgerci di quante volte lo stiamo descrivendo attraverso il posto che occupa nella nostra vita.

Del cavallo abbiamo raccontato per secoli soprattutto ciò che poteva fare insieme a noi o per noi. Abbiamo costruito attorno a lui parole, categorie, aspettative, modi di leggerne il comportamento.

Ma prima di qualunque ruolo c'è un individuo.

Un individuo che sceglie, costruisce legami, evita alcune situazioni e ne cerca altre, cambia nel tempo, sviluppa preferenze, reagisce alla propria storia e al contesto in cui vive.

Può sembrare un'osservazione ovvia. Eppure cambia molto.

Perché conoscere ciò che un animale fa in relazione a noi non equivale necessariamente a conoscere chi è.

È da questa differenza, apparentemente piccola, che nasce "Cambiare Sguardo – Il cavallo, oltre le nostre certezze"
(disponibile su Amazon https://amzn.eu/d/06lWbXEH )

Non per aggiungere un'altra definizione del cavallo, ma per provare a togliere qualcuna delle nostre.

"Quando scopriamo quanto una relazione con un animale possa mostrarci di noi, esiste il rischio di trasformare l’animale...
16/09/2026

"Quando scopriamo quanto una relazione con un animale possa mostrarci di noi, esiste il rischio di trasformare l’animale in uno strumento.
Il cavallo che ci guarisce, che sente le nostre ferite, che sa ciò di cui abbiamo bisogno.
Sono immagini affascinanti, ma rischiano di raccontare più noi che lui.
Un cavallo non esiste per curarci. È un individuo con propri bisogni, proprie esperienze, proprie preferenze e propri limiti.
Eppure, mentre noi osserviamo lui, anche lui sta osservando noi.
Per questo la metafora del cavallo come specchio non mi basta.
Uno specchio restituisce ciò che gli mettiamo davanti, un cavallo no.
Un cavallo osserva, apprende, ricorda, sceglie e reagisce attraverso la propria storia.
L’incontro avviene tra due individui."

Questo è un brano di
"Quando la ferita decide per noi"
Un libro sulle ferite emotive, ma anche sul modo in cui ciò che abbiamo vissuto modifica il nostro sguardo, le nostre relazioni e quello che crediamo di vedere negli altri.
Anche quando l’altro è un cavallo.

✨ Disponibile su Amazon

In questi giorni tutti hanno scritto di Varenne.Ippici, animalisti, appassionati e persone che forse non saprebbero dire...
22/08/2026

In questi giorni tutti hanno scritto di Varenne.

Ippici, animalisti, appassionati e persone che forse non saprebbero dire quante gambe o quanti occhi abbia un cavallo. E sono nate furiose discussioni: Varenne schiavo oppure atleta? Correva perché costretto o perché amava gareggiare e vincere? Era consapevole di essere un campione?

Il mondo dell'ippica lo conosco, l'ho vissuto per tanti anni e da dentro. Non rinnego il mio passato, ma oggi la mia scelta è una gestione etica degli animali, libera da sfruttamento e il più possibile rispettosa delle loro scelte.

Non mi interessa aggiungere un'altra voce allo scontro tra mondo ippico e animalismo. Vorrei spostare lo sguardo altrove.

Mi permetto di parlare di questa Leggenda dell'ippica perché la sua storia può aiutarci a riflettere su qualcosa di cui, in questi giorni di dibattito e scontri, non si è parlato, che riguarda molti altri animali e a cui, secondo me, continuiamo a non dare la giusta importanza: i legami.

Per diciassette anni, quando Varenne viveva a Vigone (TO), Annamaria Crespo è stata una presenza costante nella sua vita. Per un cavallo atleta di quella levatura, per di più intero, la cui vita era fortemente gestita e trascorsa in gran parte separato dai suoi simili, una presenza stabile come Annamaria assumeva un'importanza enorme. Le cronache dell'epoca parlavano di loro come di due esseri che vivevano “in simbiosi”.

Poi, per questioni e rivendicazioni esclusivamente umane, Varenne fu trasferito.

Ricordo che allora partecipai anch'io, sul web, alle richieste perché non venisse allontanato da Annamaria. Non perché potessi sapere cosa provasse, ma perché mi sembrava inconcepibile considerare irrilevante un legame costruito attraverso diciassette anni di quotidianità.

A farne le spese furono due esseri viventi.

Varenne arrivò a Villanterio (PV) e dovette ricostruire la propria quotidianità. Daniela Zilli divenne la sua nuova presenza umana costante e Minnie, una piccola pony, un altro riferimento importante.

Si adattò e costruì nuovi legami ma la capacità di un animale di adattarsi non rende irrilevanti i legami che noi decidiamo di recidere.

Poi, quasi trentenne, un anno fa, Varenne fu trasferito ancora, questa volta a Eboli (SA), per volontà del suo proprietario, morto purtroppo poco dopo.

Una top scuderia, pascoli, attenzioni, trattato anche qui da re... ed è proprio questo che rende interessante la domanda : quanto pesano i legami nella vita di un essere sociale, anche quando appartiene a una specie diversa dalla nostra? e aggiungerei : quanto peso attribuiamo noi a quei legami quando siamo noi a decidere della sua vita?

Perché se siamo disposti a raccontare che Varenne amava gareggiare, voleva vincere, conosceva il pubblico e sapeva di essere un campione, perché diventiamo improvvisamente prudentissimi quando si tratta di chiederci cosa possa significare perdere qualcuno?

Non serve umanizzarlo, era un cavallo.

Ed essere un cavallo significa anche essere un animale sociale e da branco, per il quale i legami non sono un vezzo affettivo, ma una necessità biologica profonda. Un bisogno vitale che in lui, essendo un cavallo intero e vivendo in gran parte separato dai suoi simili, rendeva ancora più importanti le poche figure che facevano stabilmente parte della sua vita. Significa essere capace di riconoscere individui, costruire preferenze, relazioni e riferimenti.

Questo pensiero non riguarda soltanto Varenne. Riguarda ogni volta in cui spostiamo un animale, in questo caso un cavallo, separiamo due individui, vendiamo uno dei due, cambiamo una scuderia o decidiamo che un compagno può essere sostituito perché tanto “si abituerà”. Riguarda il nostro stesso concetto di benessere.

Partendo da condizioni oggettivamente buone, per un essere sociale cosa pesa di più? Un trattamento da re oppure la possibilità di vivere accanto a qualcuno con cui ha costruito un legame?

Tendiamo a considerare le relazioni qualcosa di importante, sì, ma in fondo sacrificabile davanti alle nostre necessità. E quando qualcuno prova ad attribuire alla perdita un peso maggiore, arriva spesso una frase:

“D'amore non si muore.” Io non ne sarei così sicura...
Non sto dicendo che si muoia per forza di crepacuore, sebbene abbiamo visto persone spegnersi dopo la perdita del compagno di una vita e animali lasciarsi andare dopo una separazione. Sto dicendo che forse non abbiamo ancora compreso fino in fondo quanto la perdita di un legame possa incidere sul benessere psicofisico di un essere sociale. E, soprattutto, quanto facilmente decidiamo che quel prezzo possa essere pagato da lui, quando la necessità è nostra.

Forse cambiare sguardo significa anche cominciare a considerare un legame non come un accessorio del benessere, ma come parte del benessere stesso.



in foto: Varenne ~ scatto di Letizia Spina

IO SALVO - parte prima"Salvezza" è una parola bellissima.Forse proprio per questo dovremmo imparare a usarla con un po' ...
17/08/2026

IO SALVO - parte prima

"Salvezza" è una parola bellissima.

Forse proprio per questo dovremmo imparare a usarla con un po' più di cautela.

Nel mondo di chi si occupa di animali abbandonati, maltrattati, sfruttati o destinati a morire la incontriamo continuamente.

"L'ho salvato."

"Dobbiamo salvarlo."

"È finalmente salvo."

Sono parole che muovono qualcosa di molto profondo. Davanti a un animale che soffre viene spontaneo voler intervenire, condividere, donare, mobilitarsi. E spesso è proprio grazie al fatto che qualcuno non è rimasto indifferente che la vita di un animale cambia davvero.

Ma una parola emotivamente così potente può anche impedirci di ragionare. E può essere usata proprio per questo.

La sofferenza, raccontata in un certo modo, genera attenzione, condivisioni, donazioni. L'urgenza non lascia molto spazio alle domande. Se davanti a noi c'è qualcuno da salvare vogliamo che venga salvato, e chi lo salva diventa inevitabilmente il protagonista positivo della storia.

A volte dietro tutto questo c'è semplicemente la necessità di trovare le risorse per intervenire. Altre volte c'è inesperienza. Altre ancora, la parola "salvezza" diventa uno strumento di comunicazione, e anche di manipolazione.

E poi c'è qualcosa di molto umano, e forse proprio per questo più difficile da riconoscere: il bisogno di essere colui che salva, di sentirsi necessario, riconosciuto, la persona senza la quale quell'animale non sarebbe vivo.

Non credo serva puntare il dito contro qualcuno per interrogarsi su questo. Credo anzi che dovremmo farlo tutti, perché nessuno è completamente immune dal bisogno di sentirsi utile, importante o indispensabile.

Il problema nasce quando, dentro la storia di una salvezza, il protagonista smette piano piano di essere l'animale, perché possiamo essere così concentrati sull'atto di salvare da dimenticarci di quello che viene dopo. Ed è invece proprio da lì che dovrebbe partire la domanda.

Salvo da cosa, per andare verso quale vita?

Possiamo amare profondamente un animale e prendere comunque una decisione sbagliata per lui, agire nella più assoluta buona fede e provocare conseguenze a cui non avevamo pensato. Semplicemente, possiamo non sapere abbastanza.

È successo anche a me.

Ho separato cavalli che vivevano insieme senza essermi interrogata abbastanza sulla profondità dei loro legami.
Ho preso decisioni che oggi, dopo anni di osservazione e con gli strumenti che possiedo adesso, probabilmente prenderei in modo diverso...

Alcune consapevolezze arrivano dopo, e fanno male e il senso di colpa torna, a volte all'improvviso, senza preavviso.

Ma riconoscere un errore non significa necessariamente condannare quello che eravamo quando lo abbiamo commesso. Significa permettere a quello che abbiamo imparato di cambiare ciò che faremo la volta successiva. Per questo penso che la conoscenza sia una parte fondamentale della cura: le buone intenzioni, da sole, non bastano.

Pensiamo per esempio ai cani che vivono liberi sul territorio.

Già chiamarli tutti "cani abbandonati" può portarci fuori strada.

Un cane che ha vissuto in famiglia e viene improvvisamente abbandonato non è necessariamente nella stessa condizione di un cane nato libero, cresciuto sul territorio, magari all'interno di un gruppo sociale stabile e da anni alimentato, curato e monitorato dalle persone che vivono in quella zona. Il primo può avere perso improvvisamente il mondo nel quale aveva imparato a vivere; il secondo potrebbe invece essere esattamente dentro il proprio mondo.

Conosce i luoghi, le distanze, i pericoli. Può avere relazioni consolidate con altri cani. Sa dove trovare riparo, acqua e cibo. Conosce gli esseri umani ai quali può avvicinarsi e quelli dai quali preferisce mantenere le distanze.

Questo non significa romanticizzare la vita libera. Esistono incidenti, malattie, avvelenamenti, riproduzione incontrollata e situazioni nelle quali intervenire è indispensabile. Significa però non dare automaticamente per scontato che un cane, solo perché vive libero, sia abbandonato, infelice, e debba necessariamente essere portato via.

Perché per un cane nato e cresciuto libero la nostra idea di salvezza potrebbe significare essere catturato, separato dal proprio gruppo, affrontare un viaggio e finire in un canile, oppure in una casa completamente estranea al suo modo di vivere. Una casa che per noi significa sicurezza può essere fatta, per lui, di porte che gli impediscono di allontanarsi, guinzagli, ascensori, automobili, traffico, rumori mai sentiti e persone che cercano continuamente una relazione che quel cane magari non sa, o non vuole ancora, avere.

E dall'altra parte può esserci una persona meravigliosa, convinta di avere adottato un cane "salvato dalla strada", alla quale nessuno ha dato gli strumenti per capire chi abbia realmente portato a casa.

Non è necessariamente colpa del cane, e non è necessariamente colpa dell'adottante. Forse ci siamo fatti la domanda sbagliata: non "chi lo salva?", ma "questo particolare individuo, da che cosa ha davvero bisogno di essere salvato?".

E qualche volta aiutare potrebbe anche significare non portare via. Curare, sterilizzare quando necessario, alimentare, monitorare, proteggere e intervenire quando la situazione lo richiede, rispettando però, quando è possibile, una vita e delle relazioni che esistevano già prima del nostro arrivo.

Con i cavalli la parola "salvezza" apre altre contraddizioni.

Un cavallo può essere sottratto a una situazione di maltrattamento o al rischio di macellazione e affidato, magari nella più completa buona fede, a qualcuno che sembra essere l'adottante meraviglioso che stavamo cercando. Ma l'affido non è la fine della storia. Se mancano verifiche, competenza, garanzie e controlli successivi, quell'animale può essere ceduto di nuovo, passare attraverso altre mani e arrivare persino proprio là dove si pensava di avergli impedito di finire.

Esistono poi situazioni ancora più paradossali. Ci sono animali sottratti a persone anziane o in difficoltà, quando forse aiutare quella persona avrebbe permesso di tutelare anche l'animale. Ci sono animali sequestrati che diventano nel tempo un costo enorme e che, chiuso il procedimento, finiscono all'asta per recuperare almeno parte delle spese sostenute per mantenerli.

E allora può succedere l'impensabile: che un animale formalmente protetto torni ad avere soprattutto un valore economico, e venga acquistato proprio da chi quel valore sa trasformarlo in denaro - un macellaio, per esempio. Oppure ci sono cavalli sottratti a condizioni di sfruttamento e poi affidati a strutture dove continueranno a lavorare fino all'ultimo dei loro giorni.

E allora mi chiedo: che cosa abbiamo salvato?

Non è una provocazione. È una domanda che credo dovremmo avere il coraggio di farci, perché la salvezza non può essere semplicemente un passaggio di mano.

Lo stesso interrogativo riguarda bovini, maiali e tutti quegli animali per i quali il destino produttivo sembra essere scritto ancora prima della nascita. Sottrarre un bovino o un maiale alla macellazione è un atto concreto. Ma poi? Chi garantirà quell'animale tra cinque, dieci o quindici anni? Che cosa succederà se chi lo ha accolto non potrà più mantenerlo? Potrà essere ceduto, a chi, con quali garanzie, e chi controllerà?

Perché un animale può essere dichiarato "salvo", fotografato, raccontato, utilizzato come testimonianza di una salvezza, e poi passare di mano. E magari passare ancora, più di una volta, fino a rientrare, qualche volta, nello stesso circuito dal quale qualcuno racconta di averlo sottratto.

Ed è qui che la parola salvezza dovrebbe smettere di essere una medaglia. "Io l'ho salvato" racconta quello che penso di aver fatto io, non racconta necessariamente quello che è accaduto a lui.

Poi c'è una prigione che non ha sbarre, ed è quella del ruolo della vittima: il cane maltrattato, il cavallo abbandonato, la mucca salvata dal macello, il maiale che stava per morire. Raccontare da dove arriva un animale può essere importante, può servire a comprendere, a sensibilizzare e anche a trovare le risorse necessarie per occuparsene. Ma dovrebbe arrivare un momento nel quale quell'individuo possa smettere di essere ciò che gli è accaduto, perché un animale non è il proprio trauma. E soprattutto non dovrebbe avere il compito di continuare a rappresentarlo per dare significato, visibilità o riconoscimento a chi lo ha accolto.

Un animale salvato non ci deve gratitudine. Non deve amarci per forza, cercare il nostro contatto o diventare docile. Non deve prestarsi alle fotografie, né passare la vita a dimostrare quanto siamo stati bravi a salvarlo. Dovrebbe poter diventare semplicemente se stesso.

E allora forse dobbiamo interrogarci anche sulla parola libertà.

Non significa aprire un cancello e lasciare andare tutti. Molti animali domestici dipendono da noi: alcuni hanno bisogno di cure quotidiane, alimentazione, protezione, recinzioni; altri non potrebbero sopravvivere senza l'intervento umano. Ma tra l'abbandono e il controllo totale c'è uno spazio enorme: è lo spazio della possibilità.

Poter scegliere con chi stare, mantenere le proprie relazioni, potersi allontanare, dire no a un'interazione. Esplorare, riposare, comunicare, avere preferenze. Poter essere cavallo tra cavalli, bovino tra bovini, maiale tra maiali, per quanto le circostanze lo consentano, secondo il proprio etogramma e la propria individualità.

Forse è questa la parte più difficile della salvezza: restituire all'altro una vita che non debba continuamente parlare di noi.

Ci sono storie davanti alle quali qualche volta mi è capitato di formulare persino un pensiero terribile. Animali "salvati" che hanno passato anni spostandosi da una mano all'altra, da una reclusione a un'altra forma di sfruttamento, da una paura alla successiva. E mi sono chiesta se, davanti a certe vite, il nostro ostinarci a chiamarle "salvezze" non serva più a tranquillizzare noi che a raccontare quello che è realmente accaduto all'animale.

Mi sono persino domandata, qualche volta, se per alcuni di loro non sarebbe stato meno terribile morire subito, invece di trascorrere anni in una sofferenza che ha semplicemente continuato a cambiare forma. È un pensiero duro, lo so, e non significa affatto decidere con leggerezza quale vita meriti di essere vissuta. Per me significa esattamente il contrario: significa prendere talmente sul serio il valore della vita da non accontentarmi della sua semplice sopravvivenza.

Perché se pronunciamo la frase "lo salviamo noi", da quel momento ci assumiamo anche una responsabilità enorme su quello che verrà dopo.

E poi c'è chi sta dall'altra parte della storia: chi legge un post, vede una fotografia, riceve una richiesta di donazione, condivide un appello, o sta pensando di adottare. Forse anche noi, quando siamo da quella parte, possiamo imparare qualcosa. Non diventare diffidenti, ma diventare consapevoli.

Una fotografia racconta un momento, la parola "salvezza" racconta un'intenzione; noi possiamo però chiedere cosa succederà dopo. Dove andrà quell'animale, e con quali garanzie? È stata considerata anche l'ipotesi di non spostarlo?

Fare domande non significa essere meno generosi. Significa scegliere di aiutare in piena coscienza, invece di essere trascinati dall'urgenza, dalla paura, dal senso di colpa o dalla costruzione emotiva di una storia. E forse anche chi chiede aiuto dovrebbe desiderare persone consapevoli, non persone manipolabili.

La compassione è preziosa, ma senza conoscenza può fare danni enormi anche quando nasce dall'amore.

Non credo che la risposta sia salvare meno. Credo sia conoscere di più, osservare con più attenzione, farci più domande, essere disposti a mettere in discussione anche le nostre decisioni, e accettare che ciò che ieri ci sembrava giusto, oggi, dopo aver imparato qualcosa in più, possa non sembrarcelo più.

E soprattutto ricordarci che al centro della storia dovrebbe rimanere colui per il quale abbiamo deciso di intervenire.

Forse dovremmo smettere di chiederci quanti animali abbiamo salvato, e cominciare a chiederci: quanta vita abbiamo restituito agli animali che abbiamo accolto?

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