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ti o a rischio abbandono e macello. È inoltre un centro di "educazione alla natura e agli animali", un luogo di incontri "magici" in cui non si sa bene "chi aiuti chi"
Incoraggiare la comprensione degli animali "da reddito", non solo quella degli animali cosiddetti "da affezione" e mostrare i benefici di una vita cruelty-free, è uno degli scopi che si prefigge Agribizzarra Onlus. Qui ogni interazione con gli animali è un'occasione unica per scoprire che di fronte abbiamo individui con personalità singolari, esseri senzienti che provano emozioni e ci fa comprendere che di fronte a noi abbiamo qualcuno e non qualcosa. Ad oggi ho il privilegio di convivere con 10 cavalli, 2 pony, 2 asinelle, 2 mucche, 1 toro, 1 vitellino, 2 maiali, 3 cani, gatti, oltre a diversi animali selvatici che ogni tanto passano a trovarci

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In questi giorni tutti hanno scritto di Varenne.Ippici, animalisti, appassionati e persone che forse non saprebbero dire...
22/08/2026

In questi giorni tutti hanno scritto di Varenne.

Ippici, animalisti, appassionati e persone che forse non saprebbero dire quante gambe o quanti occhi abbia un cavallo. E sono nate furiose discussioni: Varenne schiavo oppure atleta? Correva perché costretto o perché amava gareggiare e vincere? Era consapevole di essere un campione?

Il mondo dell'ippica lo conosco, l'ho vissuto per tanti anni e da dentro. Non rinnego il mio passato, ma oggi la mia scelta è una gestione etica degli animali, libera da sfruttamento e il più possibile rispettosa delle loro scelte.

Non mi interessa aggiungere un'altra voce allo scontro tra mondo ippico e animalismo. Vorrei spostare lo sguardo altrove.

Mi permetto di parlare di questa Leggenda dell'ippica perché la sua storia può aiutarci a riflettere su qualcosa di cui, in questi giorni di dibattito e scontri, non si è parlato, che riguarda molti altri animali e a cui, secondo me, continuiamo a non dare la giusta importanza: i legami.

Per diciassette anni, quando Varenne viveva a Vigone (TO), Annamaria Crespo è stata una presenza costante nella sua vita. Per un cavallo atleta di quella levatura, per di più intero, la cui vita era fortemente gestita e trascorsa in gran parte separato dai suoi simili, una presenza stabile come Annamaria assumeva un'importanza enorme. Le cronache dell'epoca parlavano di loro come di due esseri che vivevano “in simbiosi”.

Poi, per questioni e rivendicazioni esclusivamente umane, Varenne fu trasferito.

Ricordo che allora partecipai anch'io, sul web, alle richieste perché non venisse allontanato da Annamaria. Non perché potessi sapere cosa provasse, ma perché mi sembrava inconcepibile considerare irrilevante un legame costruito attraverso diciassette anni di quotidianità.

A farne le spese furono due esseri viventi.

Varenne arrivò a Villanterio (PV) e dovette ricostruire la propria quotidianità. Daniela Zilli divenne la sua nuova presenza umana costante e Minnie, una piccola pony, un altro riferimento importante.

Si adattò e costruì nuovi legami ma la capacità di un animale di adattarsi non rende irrilevanti i legami che noi decidiamo di recidere.

Poi, quasi trentenne, un anno fa, Varenne fu trasferito ancora, questa volta a Eboli (SA), per volontà del suo proprietario, morto purtroppo poco dopo.

Una top scuderia, pascoli, attenzioni, trattato anche qui da re... ed è proprio questo che rende interessante la domanda : quanto pesano i legami nella vita di un essere sociale, anche quando appartiene a una specie diversa dalla nostra? e aggiungerei : quanto peso attribuiamo noi a quei legami quando siamo noi a decidere della sua vita?

Perché se siamo disposti a raccontare che Varenne amava gareggiare, voleva vincere, conosceva il pubblico e sapeva di essere un campione, perché diventiamo improvvisamente prudentissimi quando si tratta di chiederci cosa possa significare perdere qualcuno?

Non serve umanizzarlo, era un cavallo.

Ed essere un cavallo significa anche essere un animale sociale e da branco, per il quale i legami non sono un vezzo affettivo, ma una necessità biologica profonda. Un bisogno vitale che in lui, essendo un cavallo intero e vivendo in gran parte separato dai suoi simili, rendeva ancora più importanti le poche figure che facevano stabilmente parte della sua vita. Significa essere capace di riconoscere individui, costruire preferenze, relazioni e riferimenti.

Questo pensiero non riguarda soltanto Varenne. Riguarda ogni volta in cui spostiamo un animale, in questo caso un cavallo, separiamo due individui, vendiamo uno dei due, cambiamo una scuderia o decidiamo che un compagno può essere sostituito perché tanto “si abituerà”. Riguarda il nostro stesso concetto di benessere.

Partendo da condizioni oggettivamente buone, per un essere sociale cosa pesa di più? Un trattamento da re oppure la possibilità di vivere accanto a qualcuno con cui ha costruito un legame?

Tendiamo a considerare le relazioni qualcosa di importante, sì, ma in fondo sacrificabile davanti alle nostre necessità. E quando qualcuno prova ad attribuire alla perdita un peso maggiore, arriva spesso una frase:

“D'amore non si muore.” Io non ne sarei così sicura...
Non sto dicendo che si muoia per forza di crepacuore, sebbene abbiamo visto persone spegnersi dopo la perdita del compagno di una vita e animali lasciarsi andare dopo una separazione. Sto dicendo che forse non abbiamo ancora compreso fino in fondo quanto la perdita di un legame possa incidere sul benessere psicofisico di un essere sociale. E, soprattutto, quanto facilmente decidiamo che quel prezzo possa essere pagato da lui, quando la necessità è nostra.

Forse cambiare sguardo significa anche cominciare a considerare un legame non come un accessorio del benessere, ma come parte del benessere stesso.



in foto: Varenne ~ scatto di Letizia Spina

"Cambiare sguardo" è finalmente diventato un libro. ☺️È un piccolo testo nato da tanti anni trascorsi con i cavalli e, s...
21/08/2026

"Cambiare sguardo" è finalmente diventato un libro. ☺️

È un piccolo testo nato da tanti anni trascorsi con i cavalli e, soprattutto, ad osservarli.

Non è un manuale e non propone un metodo. Parla del cavallo, di come percepisce, comunica, costruisce relazioni e vive il proprio mondo. E di quanto possa cambiare il nostro rapporto con lui quando smettiamo di guardarlo soltanto per ciò che fa e iniziamo a vederlo per ciò che è.

Ve ne ho parlato mesi fa e, da tempo, avevo in mente di pubblicarlo su Amazon, ma continuavo a rimandare. Qualche giorno fa mi sono finalmente decisa e oggi, "Cambiare sguardo" è disponibile in formato cartaceo e Kindle. ❤️
https://amzn.eu/d/0eKYmXK7

Da questo piccolo libro sta nascendo anche qualcosa di nuovo: uno spazio sul web in cui raccogliere pensieri, domande e riflessioni nati osservando gli animali protetti all'AltroveCapovolto e dalle esperienze vissute con loro e, soprattutto, grazie a loro.

Osservarli per comprenderli.

(in copertina: DixieUnit ❤️)

IO SALVO - parte prima"Salvezza" è una parola bellissima.Forse proprio per questo dovremmo imparare a usarla con un po' ...
17/08/2026

IO SALVO - parte prima

"Salvezza" è una parola bellissima.

Forse proprio per questo dovremmo imparare a usarla con un po' più di cautela.

Nel mondo di chi si occupa di animali abbandonati, maltrattati, sfruttati o destinati a morire la incontriamo continuamente.

"L'ho salvato."

"Dobbiamo salvarlo."

"È finalmente salvo."

Sono parole che muovono qualcosa di molto profondo. Davanti a un animale che soffre viene spontaneo voler interve**re, condividere, donare, mobilitarsi. E spesso è proprio grazie al fatto che qualcuno non è rimasto indifferente che la vita di un animale cambia davvero.

Ma una parola emotivamente così potente può anche impedirci di ragionare. E può essere usata proprio per questo.

La sofferenza, raccontata in un certo modo, genera attenzione, condivisioni, donazioni. L'urgenza non lascia molto spazio alle domande. Se davanti a noi c'è qualcuno da salvare vogliamo che venga salvato, e chi lo salva diventa inevitabilmente il protagonista positivo della storia.

A volte dietro tutto questo c'è semplicemente la necessità di trovare le risorse per interve**re. Altre volte c'è inesperienza. Altre ancora, la parola "salvezza" diventa uno strumento di comunicazione, e anche di manipolazione.

E poi c'è qualcosa di molto umano, e forse proprio per questo più difficile da riconoscere: il bisogno di essere colui che salva, di sentirsi necessario, riconosciuto, la persona senza la quale quell'animale non sarebbe vivo.

Non credo serva puntare il dito contro qualcuno per interrogarsi su questo. Credo anzi che dovremmo farlo tutti, perché nessuno è completamente immune dal bisogno di sentirsi utile, importante o indispensabile.

Il problema nasce quando, dentro la storia di una salvezza, il protagonista smette piano piano di essere l'animale, perché possiamo essere così concentrati sull'atto di salvare da dimenticarci di quello che viene dopo. Ed è invece proprio da lì che dovrebbe partire la domanda.

Salvo da cosa, per andare verso quale vita?

Possiamo amare profondamente un animale e prendere comunque una decisione sbagliata per lui, agire nella più assoluta buona fede e provocare conseguenze a cui non avevamo pensato. Semplicemente, possiamo non sapere abbastanza.

È successo anche a me.

Ho separato cavalli che vivevano insieme senza essermi interrogata abbastanza sulla profondità dei loro legami.
Ho preso decisioni che oggi, dopo anni di osservazione e con gli strumenti che possiedo adesso, probabilmente prenderei in modo diverso...

Alcune consapevolezze arrivano dopo, e fanno male e il senso di colpa torna, a volte all'improvviso, senza preavviso.

Ma riconoscere un errore non significa necessariamente condannare quello che eravamo quando lo abbiamo commesso. Significa permettere a quello che abbiamo imparato di cambiare ciò che faremo la volta successiva. Per questo penso che la conoscenza sia una parte fondamentale della cura: le buone intenzioni, da sole, non bastano.

Pensiamo per esempio ai cani che vivono liberi sul territorio.

Già chiamarli tutti "cani abbandonati" può portarci fuori strada.

Un cane che ha vissuto in famiglia e viene improvvisamente abbandonato non è necessariamente nella stessa condizione di un cane nato libero, cresciuto sul territorio, magari all'interno di un gruppo sociale stabile e da anni alimentato, curato e monitorato dalle persone che vivono in quella zona. Il primo può avere perso improvvisamente il mondo nel quale aveva imparato a vivere; il secondo potrebbe invece essere esattamente dentro il proprio mondo.

Conosce i luoghi, le distanze, i pericoli. Può avere relazioni consolidate con altri cani. Sa dove trovare riparo, acqua e cibo. Conosce gli esseri umani ai quali può avvicinarsi e quelli dai quali preferisce mantenere le distanze.

Questo non significa romanticizzare la vita libera. Esistono incidenti, malattie, avvelenamenti, riproduzione incontrollata e situazioni nelle quali interve**re è indispensabile. Significa però non dare automaticamente per scontato che un cane, solo perché vive libero, sia abbandonato, infelice, e debba necessariamente essere portato via.

Perché per un cane nato e cresciuto libero la nostra idea di salvezza potrebbe significare essere catturato, separato dal proprio gruppo, affrontare un viaggio e finire in un canile, oppure in una casa completamente estranea al suo modo di vivere. Una casa che per noi significa sicurezza può essere fatta, per lui, di porte che gli impediscono di allontanarsi, guinzagli, ascensori, automobili, traffico, rumori mai sentiti e persone che cercano continuamente una relazione che quel cane magari non sa, o non vuole ancora, avere.

E dall'altra parte può esserci una persona meravigliosa, convinta di avere adottato un cane "salvato dalla strada", alla quale nessuno ha dato gli strumenti per capire chi abbia realmente portato a casa.

Non è necessariamente colpa del cane, e non è necessariamente colpa dell'adottante. Forse ci siamo fatti la domanda sbagliata: non "chi lo salva?", ma "questo particolare individuo, da che cosa ha davvero bisogno di essere salvato?".

E qualche volta aiutare potrebbe anche significare non portare via. Curare, sterilizzare quando necessario, alimentare, monitorare, proteggere e interve**re quando la situazione lo richiede, rispettando però, quando è possibile, una vita e delle relazioni che esistevano già prima del nostro arrivo.

Con i cavalli la parola "salvezza" apre altre contraddizioni.

Un cavallo può essere sottratto a una situazione di maltrattamento o al rischio di macellazione e affidato, magari nella più completa buona fede, a qualcuno che sembra essere l'adottante meraviglioso che stavamo cercando. Ma l'affido non è la fine della storia. Se mancano verifiche, competenza, garanzie e controlli successivi, quell'animale può essere ceduto di nuovo, passare attraverso altre mani e arrivare persino proprio là dove si pensava di avergli impedito di finire.

Esistono poi situazioni ancora più paradossali. Ci sono animali sottratti a persone anziane o in difficoltà, quando forse aiutare quella persona avrebbe permesso di tutelare anche l'animale. Ci sono animali sequestrati che diventano nel tempo un costo enorme e che, chiuso il procedimento, finiscono all'asta per recuperare almeno parte delle spese sostenute per mantenerli.

E allora può succedere l'impensabile: che un animale formalmente protetto torni ad avere soprattutto un valore economico, e venga acquistato proprio da chi quel valore sa trasformarlo in denaro - un macellaio, per esempio. Oppure ci sono cavalli sottratti a condizioni di sfruttamento e poi affidati a strutture dove continueranno a lavorare fino all'ultimo dei loro giorni.

E allora mi chiedo: che cosa abbiamo salvato?

Non è una provocazione. È una domanda che credo dovremmo avere il coraggio di farci, perché la salvezza non può essere semplicemente un passaggio di mano.

Lo stesso interrogativo riguarda bovini, maiali e tutti quegli animali per i quali il destino produttivo sembra essere scritto ancora prima della nascita. Sottrarre un bovino o un maiale alla macellazione è un atto concreto. Ma poi? Chi garantirà quell'animale tra cinque, dieci o quindici anni? Che cosa succederà se chi lo ha accolto non potrà più mantenerlo? Potrà essere ceduto, a chi, con quali garanzie, e chi controllerà?

Perché un animale può essere dichiarato "salvo", fotografato, raccontato, utilizzato come testimonianza di una salvezza, e poi passare di mano. E magari passare ancora, più di una volta, fino a rientrare, qualche volta, nello stesso circuito dal quale qualcuno racconta di averlo sottratto.

Ed è qui che la parola salvezza dovrebbe smettere di essere una medaglia. "Io l'ho salvato" racconta quello che penso di aver fatto io, non racconta necessariamente quello che è accaduto a lui.

Poi c'è una prigione che non ha sbarre, ed è quella del ruolo della vittima: il cane maltrattato, il cavallo abbandonato, la mucca salvata dal macello, il maiale che stava per morire. Raccontare da dove arriva un animale può essere importante, può servire a comprendere, a sensibilizzare e anche a trovare le risorse necessarie per occuparsene. Ma dovrebbe arrivare un momento nel quale quell'individuo possa smettere di essere ciò che gli è accaduto, perché un animale non è il proprio trauma. E soprattutto non dovrebbe avere il compito di continuare a rappresentarlo per dare significato, visibilità o riconoscimento a chi lo ha accolto.

Un animale salvato non ci deve gratitudine. Non deve amarci per forza, cercare il nostro contatto o diventare docile. Non deve prestarsi alle fotografie, né passare la vita a dimostrare quanto siamo stati bravi a salvarlo. Dovrebbe poter diventare semplicemente se stesso.

E allora forse dobbiamo interrogarci anche sulla parola libertà.

Non significa aprire un cancello e lasciare andare tutti. Molti animali domestici dipendono da noi: alcuni hanno bisogno di cure quotidiane, alimentazione, protezione, recinzioni; altri non potrebbero sopravvivere senza l'intervento umano. Ma tra l'abbandono e il controllo totale c'è uno spazio enorme: è lo spazio della possibilità.

Poter scegliere con chi stare, mantenere le proprie relazioni, potersi allontanare, dire no a un'interazione. Esplorare, riposare, comunicare, avere preferenze. Poter essere cavallo tra cavalli, bovino tra bovini, maiale tra maiali, per quanto le circostanze lo consentano, secondo il proprio etogramma e la propria individualità.

Forse è questa la parte più difficile della salvezza: restituire all'altro una vita che non debba continuamente parlare di noi.

Ci sono storie davanti alle quali qualche volta mi è capitato di formulare persino un pensiero terribile. Animali "salvati" che hanno passato anni spostandosi da una mano all'altra, da una reclusione a un'altra forma di sfruttamento, da una paura alla successiva. E mi sono chiesta se, davanti a certe vite, il nostro ostinarci a chiamarle "salvezze" non serva più a tranquillizzare noi che a raccontare quello che è realmente accaduto all'animale.

Mi sono persino domandata, qualche volta, se per alcuni di loro non sarebbe stato meno terribile morire subito, invece di trascorrere anni in una sofferenza che ha semplicemente continuato a cambiare forma. È un pensiero duro, lo so, e non significa affatto decidere con leggerezza quale vita meriti di essere vissuta. Per me significa esattamente il contrario: significa prendere talmente sul serio il valore della vita da non accontentarmi della sua semplice sopravvivenza.

Perché se pronunciamo la frase "lo salviamo noi", da quel momento ci assumiamo anche una responsabilità enorme su quello che verrà dopo.

E poi c'è chi sta dall'altra parte della storia: chi legge un post, vede una fotografia, riceve una richiesta di donazione, condivide un appello, o sta pensando di adottare. Forse anche noi, quando siamo da quella parte, possiamo imparare qualcosa. Non diventare diffidenti, ma diventare consapevoli.

Una fotografia racconta un momento, la parola "salvezza" racconta un'intenzione; noi possiamo però chiedere cosa succederà dopo. Dove andrà quell'animale, e con quali garanzie? È stata considerata anche l'ipotesi di non spostarlo?

Fare domande non significa essere meno generosi. Significa scegliere di aiutare in piena coscienza, invece di essere trascinati dall'urgenza, dalla paura, dal senso di colpa o dalla costruzione emotiva di una storia. E forse anche chi chiede aiuto dovrebbe desiderare persone consapevoli, non persone manipolabili.

La compassione è preziosa, ma senza conoscenza può fare danni enormi anche quando nasce dall'amore.

Non credo che la risposta sia salvare meno. Credo sia conoscere di più, osservare con più attenzione, farci più domande, essere disposti a mettere in discussione anche le nostre decisioni, e accettare che ciò che ieri ci sembrava giusto, oggi, dopo aver imparato qualcosa in più, possa non sembrarcelo più.

E soprattutto ricordarci che al centro della storia dovrebbe rimanere colui per il quale abbiamo deciso di interve**re.

Forse dovremmo smettere di chiederci quanti animali abbiamo salvato, e cominciare a chiederci: quanta vita abbiamo restituito agli animali che abbiamo accolto?

Libero ha quasi cinque anni. Quella che sta leccando nella foto è sua madre, Atena.Erano rimasti separati da una staccio...
11/08/2026

Libero ha quasi cinque anni. Quella che sta leccando nella foto è sua madre, Atena.

Erano rimasti separati da una staccionata per più di un mese. Potevano vedersi, sentirsi e annusarsi, ma non potevano stare fisicamente insieme.

Quando ho riaperto il passaggio, Libero le è andato immediatamente incontro e ha iniziato a leccarle con cura la testa e il collo.

La foto è delle 9:30.
Alle 12:30 era ancora lì.
Alle 20, era ancora appiccicato alla sua mamma e continuava a leccarla. Aveva una dolcezza negli occhi che mi faceva ve**re da piangere.

Lo so. La "dolcezza negli occhi" non è un parametro etologico. È quello che ho visto io e, soprattutto, quello che quella scena ha suscitato in me.

Il comportamento, invece, possiamo descriverlo.
Si chiama allogrooming, la pulizia sociale tra individui. È un comportamento presente in numerose specie animali e può avere diverse funzioni. Nei bovini fa parte dei comportamenti affiliativi ed è uno degli elementi attraverso i quali è possibile studiare le relazioni e le preferenze sociali all'interno del gruppo.

Questa storia avrei potuto pubblicarla il giorno stesso.
Sono passati invece più di dieci giorni e, nel frattempo, ho continuato soprattutto a osservare loro.

Oggi, martedì 11 agosto, posso aggiungere qualcosa che mi ha colpito ancora di più.
Che madri e figli mantenessero una vicinanza particolare lo avevo già osservato da tempo.
In questi cinque anni ho visto molto spesso Libero pascolare e riposare vicino ad Atena, così come Rebh fa con sua madre Clarissa. La piccola mandria dell'AltroveCapovolto è molto unita, ma le relazioni al suo interno non sono affatto tutte uguali e quelle familiari, almeno per ciò che posso osservare qui, sembrano avere un peso particolare.

Quello che è cambiato dopo questa separazione è Libero.
Da quando sono tornati insieme, non sta semplicemente vicino ad Atena come faceva prima. Le sta praticamente incollato. La segue, la cerca, rimane accanto a lei molto più di quanto facesse prima della separazione.
Guardandolo, la sensazione è quasi che abbia paura di perderla nuovamente di vista.

E inevitabilmente mi sono chiesta se quella separazione possa essere stata, per lui, un'esperienza traumatica.
Non posso saperlo. Non posso stabilire che Libero abbia vissuto un "trauma" nel significato che noi attribuiamo a questa parola.

Posso però osservare una cosa: il suo comportamento è cambiato.
Prima cercava frequentemente sua madre e trascorreva molto tempo con lei. Dopo il ricongiungimento la sua ricerca di vicinanza è diventata molto più insistente e continua.
Ed è forse questo il dato che mi interessa di più.
Non ciò che io penso che Libero stia provando, ma ciò che Libero mi mostra attraverso il suo comportamento.

C'è poi un'altra dinamica che osservo da tempo e che mi incuriosisce: Luce, anche lei figlia di Atena, quando prova ad avvicinarsi alla madre viene spesso allontanata da Libero.
La tentazione sarebbe quella di chiamarla gelosia.
Ma sarebbe una mia interpretazione.
Quello che posso osservare è che Libero tende a mantenere una vicinanza privilegiata con Atena e, in alcune situazioni, interviene quando un altro individuo entra in quello spazio.

Io non sono un'etologa.
Vivo però accanto a questi bovini da cinque anni e ho la possibilità di osservarli ogni giorno mentre scelgono liberamente dove stare, con chi pascolare, accanto a chi riposare, chi cercare e chi evitare.

Ed è da queste osservazioni che è nata una domanda:
quanto sappiamo davvero dei legami tra madri e figli nei bovini adulti, quando viene data loro la possibilità di continuare a vivere insieme?

Sappiamo che i bovini riconoscono gli individui familiari, hanno memoria sociale e costruiscono relazioni preferenziali. Sappiamo che madre e vitello imparano molto presto a riconoscersi e che questo riconoscimento passa attraverso più canali: odore, vocalizzazioni, vista e contatto.

Sappiamo anche che la separazione può provocare ricerca reciproca, vocalizzazioni, agitazione e altri comportamenti associati allo stress.

Quello che conosciamo molto meno è cosa diventi quel legame dopo cinque, dieci, quindici anni, quando madre e figlio hanno la possibilità di continuare a vivere nello stesso gruppo.
E forse dovremmo domandarci anche perché abbiamo così pochi dati.

Nella produzione lattiera la separazione precoce tra madre e vitello, nelle prime ore o nei primi giorni dopo il parto, è ancora una pratica molto diffusa. La bovina viene poi nuovamente fecondata, partorisce un altro vitello e la separazione può ripetersi più volte.
E anche la sua vita è molto più breve di quella che biologicamente potrebbe avere.

Molte bovine da latte vengono mandate al macello intorno ai cinque o sei anni, quando la produzione diminuisce, insorgono problemi di salute o vengono sostituite da animali più giovani, spesso dalle stesse figlie nate negli anni precedenti.

Un bovino sano, invece, può vivere vent'anni e anche oltre.

Significa che, nella maggior parte dei casi, non abbiamo semplicemente la possibilità di osservare che cosa accadrebbe al rapporto tra una madre e suo figlio dopo cinque, dieci o quindici anni trascorsi insieme.

Quanto possiamo sapere della durata di un legame che quasi sempre interrompiamo molto prima di poterlo osservare?

Non lo scrivo per lanciare anatemi contro qualcuno.
Lo scrivo perché è un fatto e perché, dopo aver osservato Libero in questi giorni, per me diventa difficile non farmi anche un'altra domanda:
se sappiamo che quella separazione provoca una risposta negli animali, perché abbiamo imparato a considerarla normale?

Qualche giorno fa ho visto il video di un santuario straniero.
Un bovino maschio adulto era fermo davanti al corpo della madre morta e muggiva in un modo che faccio fatica a dimenticare.

Successivamente nel video compariva tutta la mandria, presente mentre il corpo veniva sepolto.
Non posso dire che stessero "salutando" una compagna morta nel significato che noi esseri umani attribuiamo al saluto. Non posso sapere che cosa ciascuno di quegli animali stesse provando.
Posso però chiedermi quanto possa essere importante, per animali che sappiamo costruire relazioni individuali e reagire alla separazione, poter vedere, annusare e percepire il corpo di un individuo significativo che non c'è più, invece di vederlo semplicemente scomparire.
Sono domande alle quali la ricerca sui bovini non ha ancora dato tutte le risposte.

E forse c'è un'altra cosa sulla quale dovremmo riflettere.

Quando parliamo del sentire degli altri animali, continuiamo troppo spesso a prendere noi stessi come unità di misura.

Ci chiediamo se amino come noi, soffrano come noi, provino gelosia come noi e facciamo qualcosa di simile con gli animali ai quali abbiamo già concesso un posto privilegiato nella nostra sfera affettiva.
Diciamo che un maiale "è intelligente come un cane".
Che un bovino "si comporta come un cane".
O, ancora più frequentemente, raccontiamo di un cavallo o di un asino che "sembra un cane" perché cerca una persona, gioca con lei, la segue o costruisce con lei un rapporto preferenziale. Quasi che per riconoscere il valore di quei comportamenti avessimo bisogno di tradurli nel linguaggio di una specie alla quale abbiamo già riconosciuto il diritto di essere intelligente, affettiva, individuale.

Ma un maiale non deve essere come un cane.
È un maiale.
Un cavallo non deve comportarsi come un cane, è un cavallo.
Un asino è un asino, un bovino è un bovino.
Ognuno con il proprio modo di percepire il mondo, di comunicare, di scegliere, di costruire relazioni e di attribuire importanza agli altri individui.

Allo stesso modo, Libero non deve amare sua madre come un essere umano perché la relazione che ha con Atena meriti di essere osservata e considerata.
Forse dovremmo smettere di usare noi stessi (e le specie che abbiamo scelto di amare) come metro con cui misurare tutte le altre.
Perché c'è una presunzione nascosta persino nel nostro modo di parlare del loro sentire: quando riconosciamo in un'altra specie qualcosa che ci assomiglia, sembra quasi che la stiamo elevando di categoria.

Ma perché la categoria più alta dovremmo essere noi?

Essere la specie cognitiva per eccellenza non significa necessariamente essere la specie del sentire per eccellenza e forse non ha nemmeno senso immaginare una graduatoria.

Io non so se Libero "ami" Atena nel significato che io attribuisco alla parola amore.
So che la riconosce.
So che la cerca.
So che la sceglie quando potrebbe scegliere altri.
So che, dopo più di un mese senza poterla toccare, ha trascorso ore a farle grooming e so che, più di una settimana dopo, continua a starle accanto molto più di quanto facesse prima.

Per il momento mi basta questo.
Non ho bisogno di trasformarlo in un essere umano, né in un cane, per riconoscere che quella relazione esiste.

Forse cambiare sguardo significa proprio questo: smettere di cercare negli altri animali qualcosa che assomigli a noi e cominciare, finalmente, a essere curiosi di scoprire chi sono loro.

07/08/2026

Roelands è un purosangue inglese. I suoi primi anni di vita li ha trascorsi tra ippodromi, corse di provincia e i tanti palii dove, fino a qualche anno fa, correvano anche i purosangue inglesi.

A cinque anni erano già evidenti le ulcere gastriche e i dolori alla schiena: un corpo pieno di farmaci, chili di mangime ipercalorico e una mente consumata dallo stress. Passava quasi tutta la giornata a dondolarsi davanti alla porta chiusa del box con quel movimento continuo da una zampa all'altra, conosciuto come ballo dell'orso, una stereotipia, ovvero un comportamento ripetitivo che alcuni cavalli sviluppano quando vivono a lungo in condizioni di forte stress, frustrazione o limitazione della possibilità di esprimere i propri comportamenti naturali.

Anche quando la loro vita cambia completamente, quella stereotipia può rimanere.

Il 30 marzo Roelands ha compiuto ventun anni. È con me da undici, ma ci conosciamo da quando non ne aveva ancora cinque.

Da dieci vive in un grande paddock con un branco stabile di otto cavalli. Al pascolo non si dondola. Pascola, riposa e vive come gli altri. Il ballo dell'orso compare solo quando un ostacolo gli impedisce di raggiungermi. Mi aspetta davanti al cancellino o alla staccionata e, finché non può ve**re da me, continua a dondolare.

Roelands è un cavallo estremamente sensibile. Soffre il caldo, i cambi di stagione, gli insetti e le tensioni sociali.

Da sempre il rapporto con Angel è complicato. Quando sono al pascolo, lontani dalla zona del cibo, convivono serenamente. Basta però avvicinarsi ai punti di alimentazione, anche fuori dall'orario dei pasti, perché ricomincino a minacciarsi. Lei è caratteriale e dominante; lui è nevrile e, quando c'è di mezzo il cibo, diventa prepotente e famelico. Questi scontri Roelands li vive con molta difficoltà.

Nelle ultime settimane ha iniziato a perdere peso. Non è malato, non ha i vermi, non ha problemi ai denti e non gli viene rubato il cibo: è controllato, seguito, sverminato e durante i pasti mangia con me accanto. Sicuramente questo caldo terrificante e gli insetti non aiutano, ma c'è dell'altro.

Nel 2019 questa sua fragilità aveva rischiato di costargli la vita. Con il tempo avevamo trovato un equilibrio e anche il rapporto con Angel sembrava essersi stabilizzato. Non so cosa sia cambiato in questi ultimi tempi. A volte basta qualcosa che ai nostri occhi sembra insignificante per modificare gli equilibri di un gruppo.

Fatto sta che Roelands ha ricominciato a risentire della pressione di Angel e credo che questa sia la causa della sua perdita di peso, come successe nel 2019.

Per questo ho modificato la sua gestione nel branco.

Al mattino apro il cancellino e Roelands mi raggiunge nella zona "umana" dell' AltroveCapovolto, dove trascorre tutta la giornata.

Appena attraversa quel confine cambia espressione. Il muso, fino a un attimo prima contratto e teso, si rilassa completamente e soprattutto cambia il suo sguardo. Per tutta la giornata gironzola, mangia il fieno dalla rotoballa, va a trovare Ettore, le ponine, le ciuchine, i bovini e sta anche molto tempo con Leo, il ponino arrivato qualche mese fa. Ma più di tutto, se sono all'AltroveCapovolto, sta con me. Mi resta appiccicato come un francobollo.

La sera, dopo l'ultimo pasto della giornata (che ho suddiviso in tanti piccoli pasti distribuiti nelle 13-14 ore in cui sta nella zona "umani", per favorirne l'assimilazione), verso le 21.30-22, torna con il branco. Non avrebbe senso lasciarlo solo anche di notte: con i lupi presenti sul territorio resterebbe costantemente in allerta e dormirebbe poco, rendendo vano tutto il lavoro fatto per aiutarlo a riprendere peso. Nel branco, invece, ogni cavallo può contare sugli altri. Mentre alcuni riposano, altri restano vigili e si alternano nella sorveglianza. È una strategia naturale che aumenta la sicurezza del gruppo e permette ai singoli individui di rilassarsi e recuperare energie.

Nel video che ho postato potete osservare l'atteggiamento di Roelands quando decide che è arrivato il momento del pastone, che di solito ottiene... per sfinimento.

Se sono in piedi inizia a ba***re uno zoccolo anteriore scavando vicino ai miei piedi; se sono sull'amaca mi fa dondolare fino a farmi ribaltare; se sono seduta sugli scalini dell'annesso... beh, guardatelo voi.

Osservare un individuo significa anche questo: non fermarsi ad un comportamento o a una reazione, ma cercare di capire cosa li genera e trovare una strategia che, si spera, possa essere risolutiva.

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Piombino
57025

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