Francesco Poli, 1994 .Un artista come Potapenko cerca di opporsi alla violenza della realtà difendendo con appassionata ostinazione un suo mondo poetico fuori dal tempo, immerso nell'incanto dolce, affascinante e malinconico, di una dimensione mitica, favolistica, e nella liricità di un intimismo caratterizzato da suggestive valenze letterarie. Ma quello che è essenziale è che tutto questo si t
raduce direttamente, senza mediazioni intellettualistiche, in pittura, attraverso un
linguaggio di singolare sensibilità e originalità. E' una pittura densa, di impasti spessi e con colori caldi, che prende forma
in un'atmosfera dominata da toni bruni e verdastri, azzurro-verdi e bianco
lattiginoso, dove le figure, i volti e gli oggetti si presentano con una plasticità ben definita e, ma allo stesso tempo leggera e sospesa all'interno di uno spazio intenzionalmente senza profondità, senza accentuati scorci prospettici. Ma la qualità pittorica di Potapenko nasce proprio dalla sua capacità di dipingere
sia la fragile e malinconica grazia di un angelo caduto, sia la semplice e severa plasticità, bruna e lucente di tre pere, riconducendo il tutto all'interno di un unico e coerente mondo poetico. Hugo von Hofmannsthal
Quando scrissi per la prima volta sul lavoro di Serghej Potapenko, sottolineai la sua “affinità elettiva” con la figura del narratore, un narratore di storie antiche e nuove insieme, in grado di vivificare ogni dettaglio del reale con una intensa capacità immaginifica. A distanza di alcuni anni dalla morte prematura penso che l’impulso del suo talento narrativo scaturisca dall’originario, da quella che Friedrich Schlegel
definisce “poetica confusione”, mescolanza di razionale e irrazionale. Potapenko rovescia, per così dire, la figura del viandante romantico. Come il Wanderer capta suoni e ritmi
dell’interiorità che vive e respira, animato da un vagheggiamento inebriante, dalla magia delle cose, volta a esorcizzare il quotidiano. Il suo viandante non ha come traguardo l’infinito, non ha un orizzonte assoluto davanti a sé: la sua ricerca è bloccata dalla complessità
di una routine banale e incongruente, che si può attutire solo mediante il tentativo di “umanizzare” l’esistenza. Ciò è reso possibile dal viaggio, fisico (se è vero che Potapenko si divideva tra Russia e Italia, in un costante rapporto dialettico con due storie culturali), ma prima di tutto mentale: scatenamento della memoria, volontà
di una nostalgia primordiale in grado di dar voce ai pre-sentimenti, il cui fine ultimo è aderire alle cose, concretizzare le immagini immateriali, dare corpo all’inconscio, far vivere l’ esperienza. Quella dell’artista è una pittura che capta e trasferisce sulla tela ogni dettaglio di esperienza, con l’idea di costruire un percorso che, acceso dall’immaginazione produttiva, si apre a un universo peculiare. In primis va sottolineato che la pittura di Potapenko è caratterizzata dalla cifra dell’assenza del tempo, o, meglio, dalla circolarità temporale: all’interno di questa cristallizzazione fiorisce un microcosmo iconico
contrassegnato dalla staticità, una sorta di pausa nel fluire della vita, sospesa nell’attimo. Le figure sono cariche di riferimenti allusivi, trasudano citazioni, erudite e popolari, mescolate assieme. Una complessa
simbologia costituisce la logica interna dell’opera, nella quale il disegno assume un posto rilevante: tratti essenziali, asciutti, che definiscono la realtà in un modo personalissimo. Il viaggio è un continuo andare e ve**re dentro di sé prima ancora che un confronto con il mondo, è una presa di coscienza del proprio esserci; il viandante romantico, fattosi viaggiatore contemporaneo, si trova a fare i
conti con la “cura” delle cose, con l’ansia, con la tendenza a smarrirsi in una realtà sconosciuta. Di qui scaturisce la motivazione a recuperare il passato come il luogo dell’origine che, saldandosi con il presente, genera un tutto continuo, e coinvolge anche lo spettatore in un gioco percettivo molto forte. Non c’è sentimentalismo nel lavoro; le emozioni sono controllate dalla perfezione formale del dipinto. Si avverte un distacco tra artista e opera ed è in quello spazio vuoto che si colloca la possibilità di pensare ad un altrove, al luogo del mistero insondabile dove la verità ultima è decantata dalle sovrastrutture del quotidiano, e si fa congettura di un’esistenza che lascia intravedere linee d’ombra, blanks tutti da riempire.