05/05/2026
A ripensarci oggi mi vengono i brividi.
Quel giorno non era un giorno qualsiasi: era il 16 maggio 1966 e a me, bambino di nove anni e chierichetto della Chiesa Matrice, era toccato lโonore di portare la croce durante la processione in onore del nostro Santo Patrono, Alberto da Montecorvino.
Era molto pesante, ma strinsi i denti e non permisi a nessuno dei miei amici di sostituirmi, nรฉ allโandata nรฉ al ritorno.
Giungemmo finalmente alle prime case del paese: la banda ci attendeva, i fazzoletti sventolavano dai pร ljie, le donne intonavano canti struggenti e il popolo rispondeva in coro alle litanie. Le braccia mi dolevano quando, davanti alla caserma dei Carabinieri, la processione si fermรฒ per i fuochi artificiali. Poi il Corso, con le bancarelle di cupรฉte, lโodore pungente della scopece e il suono sempre piรน intenso delle campane.
Ero orgoglioso, sentivo gli sguardi su di me: la fatica svanรฌ e iniziai a marciare impettito. Poco dopo vidi i portatori abbassare la statua del Santo per attraversare lโarco di PortโAlta. Riprendemmo il cammino e avevo appena superato lโarco quando accadde.
Il suono del campanone si interruppe bruscamente. Mi fermai. Poi un tonfo spaventoso e un urlo corale spezzarono lโincanto.
Rimasi paralizzato a fissare quellโoggetto enorme a terra, a pochi metri da me, che aveva rotto il selciato.
โร caduto il battaglio!โ โQualcuno si รจ fatto male?โ
Le voci corsero veloci, il paese si riversรฒ in piazza. Quando fu chiaro che nessuno era rimasto ferito, il grido fu unanime:
โร un miracolo!โ
โ๐บ๐๐๐โ๐จ๐๐๐๐๐๐ ๐๐ ๐๐๐๐๐ ๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐!โ
Ricordo confusamente il seguito: la corsa in chiesa, il parroco Don Paolo Stizza che intonava il Te Deum, la gente che si abbracciava, qualcuno piangeva, tutti pregavano.
Lโultima immagine che porto con me, dopo sessantโanni, รจ lโabbraccio di mia madre che stringeva me, mentre io ๐ฌ๐ญ๐ซ๐ข๐ง๐ ๐๐ฏ๐จ ๐๐ง๐๐จ๐ซ๐ ๐ฅ๐ ๐๐ซ๐จ๐๐.
๐น๐๐๐๐๐ก๐
๐ด๐๐๐๐๐๐ ๐ก๐๐ ๐ก๐๐๐๐๐ ๐๐๐ ๐๐๐๐๐๐๐๐ ๐๐๐
๐ท๐ผ ๐๐๐๐๐๐ ๐ท๐ฟ๐ผ๐ผ