08/02/2026
A PROPOSITO DI SICUREZZA
Che cosa può rendere una città più sicura
di Elsa Fornero, La Stampa, 8 febbraio 2026
Mi sono chiesta, in questi giorni, come Giorgia Meloni presenterebbe il suo nuovo “decreto sicurezza” nelle scuole italiane. Come lo racconterebbe ai ragazzi e alle ragazze di oggi: spesso fragili, disorientati, in cerca di un’àncora a cui aggrapparsi per costruire un proprio ragionevole futuro dentro un presente sempre più incerto, bellicoso, dominato dai prepotenti. Un’ancora che non sia la semplice migrazione dal Paese. Non c’è dubbio che, in questa situazione, qualsiasi àncora debba poggiare su una sicurezza di base. Il dubbio, piuttosto, è se la sua assenza - o insufficienza - possa essere curata alla radice con il “pugno duro” invocato dalla premier (anche da parte dei magistrati, considerati “doppio-pesisti” per essere stati, a suo avviso, teneri con i violenti di Torino, troppo velocemente scarcerati, e indebitamente severi nei confronti dei poliziotti coinvolti in fatti di sangue, nell’esercizio del loro dovere).
La domanda nasce anche dall’ascolto delle parole della stessa Meloni, che ha presentato il provvedimento come parte di un preciso disegno strategico per aumentare la “sicurezza pubblica” nel Paese. Eppure, il decreto non appare - almeno a chi scrive - mirato in modo molto specifico alla prevenzione, bensì al contrasto e alla punizione della violenza giovanile, soprattutto in occasione di manifestazioni. Lo dimostrano strumenti come il fermo preventivo, pur ammorbidito, e il divieto di partecipazione a cortei e raduni pubblici per chi abbia riportato condanne per violenze o lesioni contro agenti, terrorismo o reati analoghi. Provvedimenti esplicitamente pensati per prevenire disordini e violenze da parte di gruppi giovanili antagonisti; non a caso alcuni ministri hanno apertamente evocato lo spettro di un “nuovo terrorismo”.
Fin qui, si potrebbe dire, siamo di fronte a una cura d’emergenza, e quindi tutto bene, o quasi. Anche perché l’intervento del Presidente della Repubblica ha ricondotto il decreto entro gli argini costituzionali. I ragazzi - come tutti - hanno bisogno di sicurezza. Non sarebbe giusto chiedere a loro di isolare da soli i violenti, di fronteggiare baby gang, microcriminalità o devastazioni, quando escono per divertirsi o quando decidono di manifestare per una causa, com’è naturale e legittimo in democrazia. Si può dunque accettare che il governo assuma un atteggiamento intransigente sul fronte della sicurezza, purché si abbia la consapevolezza che si tratta di un rimedio di corto raggio, non di una strategia credibile di costruzione di una società più sicura. Perché la sicurezza non è una sola. È un sistema di tante sicurezze tra loro strettamente interdipendenti, il cui nucleo centrale non può che essere la scuola, il luogo dell’educazione al rispetto degli altri e all’osservanza di regole che, in democrazia, sono (o dovrebbero essere) approvate per il bene comune, di cui l’ordine pubblico è una parte essenziale, ma sempre solo una parte.
I ragazzi non nascono violenti. Quando lo diventano, spesso reagiscono a ingiustizie strutturali subite da loro stessi o dalle loro famiglie o subiscono la manipolazione di adulti che li sfruttano, li incitano, anche indirettamente, con il cattivo esempio. Il bullismo come esibizione di forza, se non di dominio; il maschilismo che continua a permeare i rapporti con le ragazze, a loro volta sempre più spinte a essere “attive sui social”, poco importa se al solo scopo di apparire. Un’insicurezza psicologica, quindi, che non di rado sfocia nella violenza e che - neppure troppo paradossalmente - reclama poi una maggiore presenza delle forze dell’ordine, in una spirale che si autoalimenta e non sembra avere fine. Perché il “pugno duro” può essere uno strumento, ma non potrà mai essere un traguardo.
Ed è qui che il filo della sicurezza si lega indissolubilmente alla scuola, al lavoro, all’inclusione sociale. Una scuola troppo spesso abbandonata alla buona volontà di dirigenti e insegnanti, lasciati soli a prendersi carico di problemi che vanno ben oltre la trasmissione di conoscenze e competenze, di supplire a lacune famigliari, di curare fragilità, di orientare a relazioni rispettose e anche di accettare la disciplina. Insegnanti scarsamente considerati e poco pagati, ai quali non si chiede solo impegno, ma anche coraggio e sacrificio personale. Se è giusto - come oggi si chiede - pagare di più le forze dell’ordine, lo stesso principio dovrebbe valere per insegnanti, medici, infermieri: per tutti coloro che fanno parte del sistema di welfare e contribuiscono, ciascuno nel suo ruolo, a quelle sicurezze senza le quali l’ordine pubblico resta privo di basi reali, ridotto al solo volto duro della repressione.
In questo cortocircuito pesa fortemente l’insicurezza economica delle famiglie. In un mondo segnato da povertà crescente e diseguaglianze intollerabili, spesso ostentate senza pudore da chi occupa i gradini più alti della scala della ricchezza, molti genitori faticano semplicemente ad arrivare a fine mese. Chi vive nell’ansia della precarietà lavorativa ha poco tempo e forse neppure l’energia per parlare con i figli, per coinvolgerli nella vita famigliare, per condividere con loro, valorizzandolo, il percorso educativo.
Solo così, con una strategia ampia nei confronti del tema sicurezza, il cerchio si può chiudere, con la giusta punizione riservata a chi, nonostante le opportunità di piena inclusione nell’istruzione, nel mondo del lavoro, nella vita pubblica, continui a sgarrare. Solo allora si potrà dire: “Ti abbiamo dato strumenti e opportunità; adesso la responsabilità delle tue scelte è soltanto tua”. Affinché lo Stato, nelle parole della premier, non si “giri dall’altra parte ma possa veramente difendere chi ci difende e restituire sicurezza e libertà ai cittadini” ci vuole molto di più di un facile pugno duro.