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VERSO ITACA APS Da 10 anni proponiamo percorsi formativi in carcere e con persone "messe alla prova"
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A PROPOSITO DI SICUREZZAChe cosa può rendere una città più sicuradi Elsa Fornero, La Stampa, 8 febbraio 2026Mi sono chie...
08/02/2026

A PROPOSITO DI SICUREZZA
Che cosa può rendere una città più sicura
di Elsa Fornero, La Stampa, 8 febbraio 2026

Mi sono chiesta, in questi giorni, come Giorgia Meloni presenterebbe il suo nuovo “decreto sicurezza” nelle scuole italiane. Come lo racconterebbe ai ragazzi e alle ragazze di oggi: spesso fragili, disorientati, in cerca di un’àncora a cui aggrapparsi per costruire un proprio ragionevole futuro dentro un presente sempre più incerto, bellicoso, dominato dai prepotenti. Un’ancora che non sia la semplice migrazione dal Paese. Non c’è dubbio che, in questa situazione, qualsiasi àncora debba poggiare su una sicurezza di base. Il dubbio, piuttosto, è se la sua assenza - o insufficienza - possa essere curata alla radice con il “pugno duro” invocato dalla premier (anche da parte dei magistrati, considerati “doppio-pesisti” per essere stati, a suo avviso, teneri con i violenti di Torino, troppo velocemente scarcerati, e indebitamente severi nei confronti dei poliziotti coinvolti in fatti di sangue, nell’esercizio del loro dovere).

La domanda nasce anche dall’ascolto delle parole della stessa Meloni, che ha presentato il provvedimento come parte di un preciso disegno strategico per aumentare la “sicurezza pubblica” nel Paese. Eppure, il decreto non appare - almeno a chi scrive - mirato in modo molto specifico alla prevenzione, bensì al contrasto e alla punizione della violenza giovanile, soprattutto in occasione di manifestazioni. Lo dimostrano strumenti come il fermo preventivo, pur ammorbidito, e il divieto di partecipazione a cortei e raduni pubblici per chi abbia riportato condanne per violenze o lesioni contro agenti, terrorismo o reati analoghi. Provvedimenti esplicitamente pensati per prevenire disordini e violenze da parte di gruppi giovanili antagonisti; non a caso alcuni ministri hanno apertamente evocato lo spettro di un “nuovo terrorismo”.

Fin qui, si potrebbe dire, siamo di fronte a una cura d’emergenza, e quindi tutto bene, o quasi. Anche perché l’intervento del Presidente della Repubblica ha ricondotto il decreto entro gli argini costituzionali. I ragazzi - come tutti - hanno bisogno di sicurezza. Non sarebbe giusto chiedere a loro di isolare da soli i violenti, di fronteggiare baby gang, microcriminalità o devastazioni, quando escono per divertirsi o quando decidono di manifestare per una causa, com’è naturale e legittimo in democrazia. Si può dunque accettare che il governo assuma un atteggiamento intransigente sul fronte della sicurezza, purché si abbia la consapevolezza che si tratta di un rimedio di corto raggio, non di una strategia credibile di costruzione di una società più sicura. Perché la sicurezza non è una sola. È un sistema di tante sicurezze tra loro strettamente interdipendenti, il cui nucleo centrale non può che essere la scuola, il luogo dell’educazione al rispetto degli altri e all’osservanza di regole che, in democrazia, sono (o dovrebbero essere) approvate per il bene comune, di cui l’ordine pubblico è una parte essenziale, ma sempre solo una parte.

I ragazzi non nascono violenti. Quando lo diventano, spesso reagiscono a ingiustizie strutturali subite da loro stessi o dalle loro famiglie o subiscono la manipolazione di adulti che li sfruttano, li incitano, anche indirettamente, con il cattivo esempio. Il bullismo come esibizione di forza, se non di dominio; il maschilismo che continua a permeare i rapporti con le ragazze, a loro volta sempre più spinte a essere “attive sui social”, poco importa se al solo scopo di apparire. Un’insicurezza psicologica, quindi, che non di rado sfocia nella violenza e che - neppure troppo paradossalmente - reclama poi una maggiore presenza delle forze dell’ordine, in una spirale che si autoalimenta e non sembra avere fine. Perché il “pugno duro” può essere uno strumento, ma non potrà mai essere un traguardo.

Ed è qui che il filo della sicurezza si lega indissolubilmente alla scuola, al lavoro, all’inclusione sociale. Una scuola troppo spesso abbandonata alla buona volontà di dirigenti e insegnanti, lasciati soli a prendersi carico di problemi che vanno ben oltre la trasmissione di conoscenze e competenze, di supplire a lacune famigliari, di curare fragilità, di orientare a relazioni rispettose e anche di accettare la disciplina. Insegnanti scarsamente considerati e poco pagati, ai quali non si chiede solo impegno, ma anche coraggio e sacrificio personale. Se è giusto - come oggi si chiede - pagare di più le forze dell’ordine, lo stesso principio dovrebbe valere per insegnanti, medici, infermieri: per tutti coloro che fanno parte del sistema di welfare e contribuiscono, ciascuno nel suo ruolo, a quelle sicurezze senza le quali l’ordine pubblico resta privo di basi reali, ridotto al solo volto duro della repressione.

In questo cortocircuito pesa fortemente l’insicurezza economica delle famiglie. In un mondo segnato da povertà crescente e diseguaglianze intollerabili, spesso ostentate senza pudore da chi occupa i gradini più alti della scala della ricchezza, molti genitori faticano semplicemente ad arrivare a fine mese. Chi vive nell’ansia della precarietà lavorativa ha poco tempo e forse neppure l’energia per parlare con i figli, per coinvolgerli nella vita famigliare, per condividere con loro, valorizzandolo, il percorso educativo.

Solo così, con una strategia ampia nei confronti del tema sicurezza, il cerchio si può chiudere, con la giusta punizione riservata a chi, nonostante le opportunità di piena inclusione nell’istruzione, nel mondo del lavoro, nella vita pubblica, continui a sgarrare. Solo allora si potrà dire: “Ti abbiamo dato strumenti e opportunità; adesso la responsabilità delle tue scelte è soltanto tua”. Affinché lo Stato, nelle parole della premier, non si “giri dall’altra parte ma possa veramente difendere chi ci difende e restituire sicurezza e libertà ai cittadini” ci vuole molto di più di un facile pugno duro.

MA ESSA NON CADDEL'arcivescovo Delpini alla città di Milano nel giorno di Sant'Ambrogio La situazione delle carceri del ...
08/12/2025

MA ESSA NON CADDE
L'arcivescovo Delpini alla città di Milano nel giorno di Sant'Ambrogio

La situazione delle carceri del nostro territorio è intollerabile per fattori cronici, per le condizioni attuali dei carcerati e del personale e per il degrado strutturale dei penitenziari.
La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati, nella formazione e trattamento del personale della Polizia penitenziaria. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale.

Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che ad assumere la responsabilità di essere cittadini onesti.
Le condizioni di detenzione sono insostenibili per il sovraffollamento. Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni. Una società che funziona in modo che la detenzione sia il modo più ovvio, condiviso e sbrigativo per sanzionare reati si rivela incapace di prevenire i reati, di esigere la riparazione dei danni e di porre le condizioni per recuperare persone alla legalità.
Le condizioni di detenzione sono insostenibili per la condanna al carcere di persone segnate da malattie psichiatriche che invece di essere curate diventano presenze incontrollabili, pericolose per gli altri e spesso indotte a forme di autolesionismo e al suicidio.
L’orientamento di una mentalità repressiva che cerca la vendetta piuttosto che il recupero, che si difende con indifferenza e ignoranza, segnala una crepa pericolosa nella casa comune.

Vittime autori di reato: un dialogo a partire dal romanzo di Antonio Manzini "Gli ultimi giorni di quiete"MODENA 5 dicem...
26/11/2025

Vittime autori di reato: un dialogo a partire dal romanzo di Antonio Manzini "Gli ultimi giorni di quiete"
MODENA 5 dicembre ore 18

Carceri, così salta il patto con lo StatoCarceri, così salta il patto con lo Stato Fabrizia Giuliani (La Stampa), 13 Apr...
13/04/2025

Carceri, così salta il patto con lo StatoCarceri, così salta il patto con lo Stato Fabrizia Giuliani (La Stampa), 13 Aprile 2025 alle 01:00

Il rischio è assuefarsi: non registrare più, non stupirsi più, figuriamoci indignarsi. Emergenza carceri, sovraffollamento, strutture fatiscenti, carenza di personale e via così. Formule ineccepibili, pensate per chiudere bene i fatti, sigillarli e non esserne toccati. Così parlano i verbali, le relazioni, le audizioni parlamentari e così parliamo anche noi. Noi che lo sappiamo quali sono le condizioni delle nostre prigioni, quelle per adulti e anche quelle per i minori, sempre per restare alle locuzioni indolori, quelle dove stanno i ragazzi e le ragazze e a volte portano nomi che generano ossimori. Come il Beccaria di Milano, titolato alla parte migliore della nostra storia, dove meno di un anno fa sono stati arrestati agenti per torture e da dove si continua a evadere.

Dovremmo averla nel sangue, nel Dna, la consapevolezza che la pena non può tradursi, mai, in violenza e che lo Stato per punire un delitto non deve compierne un altro, non avremmo dovuto lasciarla nel secolo che voleva portare la luce anche dove non meritava di andare. E invece non è germogliata, questa cultura, se per cultura intendiamo non solo la coscienza di pochi, ma senso comune e istituzioni a norma. Non vogliamo accusare nessuno, scrivono i parenti di Tiziano Paoloni, detenuto a Regina Coeli in attesa di giudizio ora in coma, del quale questo giornale ha dato ieri notizia. Abbiamo domande, continuano, perché le cose non sono chiare. Raccontano un pellegrinaggio, la ricerca a tentoni per ricostruire il viaggio che lo ha portato dalla cella allo Spallanzani con diagnosi di meningite. Mettono insieme i frammenti: le testimonianze degli altri detenuti, dei loro parenti, le assenze sospette nell’ora d’aria e alla messa, il peggioramento, l’impossibilità di raggiungerlo, il ritrovamento in ospedale e le lacrime della dottoressa che lo ha in cura. Leggiamo oggi di un’altra Via Crucis nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino: riguarda una detenuta con diagnosi di schizofrenia grave, invalida, per la quale le condizioni carcerarie sono, evidentemente, impossibili da sostenere. Il Tribunale lo ha ribadito due volte, i legali sono preoccupati, la sua vita è a rischio. Non dovrebbe stare in cella, non rappresenta in alcun modo un pericolo per nessuno, eppure solo in prigione ha trovato una forma di solidarietà, le compagne che si preoccupano per come sta e lo segnalano.

L’ultima volta che è stata scarcerata è stata lasciata su un marciapiede per poi essere nuovamente arrestata: violazione dei domiciliari, citofonava agli inquilini dei palazzi. La prigione sovraffollata, dove non passa nemmeno l’aria e le condizioni sono proibitive, sembra l’unica destinazione possibile per chi, evidentemente, dovrebbe stare altrove e più che di pena ha bisogno di cure. Per chi non ha sbagliato, ma è solo malata e vulnerabile, come questa donna. Le domande dei parenti di Tiziano Paoloni, senza retorica, sono le nostre. Le carceri non possono essere terra di nessuno, luoghi che inghiottono e poi si richiudono, dove vigono leggi proprie e si salva solo chi può: chi non è solo, chi ha i mezzi, avvocati preparati o anche solo una famiglia, visite frequenti, sorelle tenaci, che non arretrano mai. È inaccettabile che le disuguaglianze di partenza diventino esiziali, in caso di pena, non solo per sacrosante ragioni morali e umanitarie. Il punto è politico: la pena deve garantire chi è fuori ma anche chi è dentro, perché qui passa confine tra paesi democratici e paesi che non lo sono. Se vogliamo che le istituzioni restino credibili dobbiamo pretenderlo.

LETTERA APERTA del Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e ...
08/04/2025

LETTERA APERTA del Coordinamento dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione sulle pene e sul carcere
7 aprile 2025

Al Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Lina Di Domenico
Al Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento, Ernesto Napolillo
Al Direttore Generale del personale, Massimo Parisi
All’amministrazione penitenziaria chiediamo rispetto della libertà di espressione, autorizzazione all’uso di tecnologie, tempi rapidi nelle risposte, adeguata considerazione dell’attività svolta dai volontari operatori della comunicazione.
L’articolo 18 dell’Ordinamento penitenziario, dando concreta applicazione all’art. 21 della Costituzione, così recita al comma 8: “Ogni detenuto ha diritto a una libera informazione e di esprimere le proprie opinioni, anche usando gli strumenti di comunicazione disponibili e previsti dal regolamento”. Ma le cose non sono così semplici, e questo diritto delle persone detenute a esprimere le proprie opinioni è tutt’altro che rispettato.
In questi anni di vita dei giornali e delle altre realtà dell’informazione e della comunicazione dalle carceri, noi che in numerose realtà lavoriamo da tempo, ci siamo presi l’impegno di raccontarle con onestà, e non abbiamo mai taciuto le difficoltà, le criticità, i percorsi finiti male, le ricadute, le sconfitte. Abbiamo cercato con senso di responsabilità e professionalità di fornire una informazione attenta, precisa, documentata sulla realtà carceraria, proprio perché la sfida è rispondere con precisione e sincerità a una informazione spesso imprecisa e menzognera che arriva dal mondo “libero”. Ma ci scontriamo ogni giorno con ostacoli e barriere che in vario modo condizionano pesantemente il nostro lavoro.
Chiediamo al DAP e al Ministero della Giustizia chiarimenti sui seguenti punti:
Se l’Ordinamento penitenziario riconosce alla persona detenuta il diritto a esprimere le proprie opinioni, è ammissibile che sulle pagine dei giornali di alcune carceri quella persona non possa firmare, se lo desidera, i suoi articoli con nome e cognome visto che il suo diritto alla privacy è già assicurato dalla direzione del giornale?
Se la persona detenuta ha diritto a esprimere le proprie opinioni, e i giornali realizzati in carcere hanno un direttore responsabile che ne risponde anche penalmente, come si spiega che in alcuni istituti sia d’obbligo una “pre-lettura” degli articoli da parte delle direzioni dell’istituto e delle eventuali “Istanze superiori”?
Se i volontari e gli operatori che, insieme a tanti redattori detenuti, si occupano di informazione e comunicazione dal carcere sono persone autorizzate in base all’art. 17 O.P. che consente l’ingresso in carcere a tutti coloro che “avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di poter utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera”, è possibile che queste stesse persone non siano considerate affidabili e responsabili di tutto il materiale informativo che i giornali e le altre realtà dell’informazione producono nelle carceri?
Com’è possibile effettuare il lavoro redazionale senza poter usare, almeno in presenza e sotto la responsabilità di operatori volontari, elementari strumenti tecnologici come registratore, macchina fotografica, connessione Internet? Si ricorda che la circolare del DAP del 2 novembre 2015 prevede espressamente la “possibilità di accesso ad Internet da parte dei detenuti”, e riconosce che “l’utilizzo degli strumenti informatici da parte dei detenuti ristretti negli Istituti penitenziari, appare oggi un indispensabile elemento di crescita personale ed un efficace strumento di sviluppo di percorsi trattamentali complessi. (…) L’esclusione dalla conoscenza e dall’utilizzo delle tecnologie informatiche potrebbe costituire un ulteriore elemento di marginalizzazione per i ristretti”. Queste parole così chiare e inequivocabili possono finalmente tradursi in concrete autorizzazioni ai nostri giornali e gruppi di lavoro a usare questi indispensabili strumenti tecnologici per dare valore e qualità alle nostre attività?
L’attività di redazione ha comunque necessità di tempi di risposta adeguati da parte dell’amministrazione penitenziaria. Articoli che parlano del caldo asfissiante nelle celle e vengono autorizzati alla pubblicazione a Natale, richieste di permessi di ingresso di ospiti significativi che arrivano a volte con lentezza esasperante, attese snervanti per introdurre materiali indispensabili per il nostro lavoro, sono tutte situazioni che oggettivamente finiscono per vanificare il lavoro delle nostre redazioni. Se l’attività giornalistica nei penitenziari è ritenuta una risorsa importante per il dialogo tra realtà detentiva e società esterna, perché le Istituzioni non semplificano le procedure e accorciano i tempi di tante estenuanti attese?
Giornali, podcast, trasmissioni radio-TV, laboratori di scrittura sono una ricchezza culturale che va salvaguardata e facilitata: per questo chiediamo che il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ci riceva e affronti con noi i temi che abbiamo sottoposto alla sua attenzione.

SOTTOSCRIVONO:
Ristretti Orizzonti, periodico dalla Casa di reclusione di Padova, direttrice Ornella Favero, giornalista
Ristretti Parma, periodico dalla Casa di reclusione di Parma, responsabile Carla Chappini, giornalista
Cronisti in Opera, periodico della Casa di Reclusione di Milano-Opera, direttore Stefano Natoli, giornalista professionista
Voci di dentro, direttore Francesco Lo Piccolo, giornalista professionista
Non tutti sanno, periodico della Casa circondariale di Roma Rebibbia, responsabile Roberto Monteforte, giornalista professionista
Carte Bollate, periodico dalla Casa di reclusione di Milano Bollate, direttrice Susanna Ripamonti, giornalista professionista
Web radio http://www.caffeitaliaradio.com, responsabili Davide Pelanda e Dario Albertini,
Liberi dentro Eduradio&TV, responsabile Antonella Cortese, giornalista
Salute inGrata 2 CR Milano Bollate, responsabile Nicola Garofalo
Sito www.laltrariva.net, responsabile Francesca de Carolis, giornalista
Non solo Dentro, inserto dal carcere di Trento di Vita Trentina a cura di APAS, direttore Diego Andreatta, giornalista professionista
Mondo a quadretti, periodico dalla Casa di reclusione di Fossombrone (PU), responsabile Giorgio Magnanelli
Ristretti Marassi, responsabile Grazia Paletta coordinatrice con Arci Genova
Altre Storie, Inserto dalla Casa circondariale Lodi, pubblicato all’interno del giornale Il Cittadino di Lodi, referente Andrea Ferrari.
Astrolabio, periodico della Casa Circondariale di Ferrara, curatore Mauro Presini
Ponti, periodico dalla Casa circondariale maschile “Santa Maria Maggiore” di Venezia, supervisore Maria Voltolina Presidente de Il Granello di Senape OdV
Gazzetta dentro, periodico dalla Casa di reclusione di Quarto d’Asti, referente Domenico Massano
NeValeLaPena, periodico dalla Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna, referente Federica Lombardi
Operanews, periodico dalla Casa di reclusione di Milano Opera, direttore responsabile Renzo Magosso, giornalista professionista
Itaca, periodico dalla Casa circondariale di Verona Montorio, referente Anna Corsini, volontaria

DISARMARE LE PAROLE: Papa FrancescoLa lettera di Papa Francesco al Corriere: «La malattia e la fragilità rendono più luc...
18/03/2025

DISARMARE LE PAROLE: Papa Francesco
La lettera di Papa Francesco al Corriere: «La malattia e la fragilità rendono più lucidi. Serve responsabilità, disarmiamo la Terra» di Francesco

Caro Direttore,
desidero ringraziarla per le parole di vicinanza con cui ha inteso farsi presente in questo momento di malattia nel quale, come ho avuto modo di dire, la guerra appare ancora più assurda. La fragilità umana, infatti, ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità.

Vorrei incoraggiare lei e tutti coloro che dedicano lavoro e intelligenza a informare, attraverso strumenti di comunicazione che ormai uniscono il nostro mondo in tempo reale: sentite tutta l’importanza delle parole. Non sono mai soltanto parole: sono fatti che costruiscono gli ambienti umani. Possono collegare o dividere, servire la verità o servirsene. Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra. C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità.

Mentre la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti, la diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Le religioni, inoltre, possono attingere alle spiritualità dei popoli per riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace.
Tutto questo chiede impegno, lavoro, silenzio, parole. Sentiamoci uniti in questo sforzo, che la Grazia celeste non cesserà di ispirare e accompagnare.

«Oggi abbiamo perso tutti». Inizia così la dichiarazione che Gino Cecchettin ha rilasciato dopo la condanna all'ergastol...
03/12/2024

«Oggi abbiamo perso tutti».
Inizia così la dichiarazione che Gino Cecchettin ha rilasciato dopo la condanna all'ergastolo di Filippo Turetta, l'assassino di sua figlia Giulia.

«Abbiamo perso tutti, come società. Nessuno mi ridarà indietro Giulia, non sono né più sollevato né più triste rispetto a ieri. È chiaro che è stata fatta giustizia, ma dovremmo fare di più come esseri umani. E la violenza di genere va combattuta con la prevenzione, non con le pene. Come essere umano mi sento sconfitto, come papà non è cambiato niente rispetto a ieri o a un anno fa».

«Non è questa la sede per onorare la memoria di Giulia. Oggi era una tappa dovuta per rispettare le leggi che ci siamo dati come società civile. Ora si cerca di andare avanti», ha precisato Gino Cecchettin per poi aggiungere: «Mi dedicherò alla Fondazione»

A chi gli chiedeva cosa pensasse dell'esclusione delle aggravanti di crudeltà e stalking ha poi risposto: «Bisognerà capire cosa siano crudeltà e stalking, ci sarà da dibattere».

«Non mi aspetto scuse, ho perso tutto»
A chi poi gli domandava se in aula si aspettasse le scuse dell'imputato, la replica è stata secca: «Non mi aspetto scuse, il mio percorso è un altro. Io ho perso tutto, andrò avanti con il mio percorso, oggi era una tappa per rispettare le leggi che ci siamo dati come società civile e ora guardiamo avanti cercando di non trovarci più qui con altri papà, altri giornalisti.
Aiutateci in questo percorso perché c'è tanto da fare».

03/12/2024
La CONFERENZA NAZIONALE GARANTI dei detenuti risponde a Delmastro.“Ci indigna l'intima gioia per la sofferenza dei carce...
17/11/2024

La CONFERENZA NAZIONALE GARANTI dei detenuti risponde a Delmastro.
“Ci indigna l'intima gioia per la sofferenza dei carcerati! Parole prive di umanità e dignità istituzionale."

Il Portavoce della conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello, che è il garante campano dei detenuti rende noto una indignazione degli stessi rispetto alle frasi, toni e ambientazioni del sottosegretario alla giustizia Delmastro, in contrasto con il dettato costituzionale e la dignità delle singole persone. Parole prive di umanità e di dignità istituzionale.
"La Conferenza nazionale dei Garanti territoriali dei Diritti delle Persone private della libertà personale esprime la più profonda indignazione per le parole esprpesse dal Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, nel corso della presentazione della nuova auto della Polizia Penitenziaria.
Parole di una gravità inaudita che, proprio perché pronunciate da un rappresentante del Governo della Repubblica, che ha giurato sulla Costituzione, appaiono ancor più inaccettabili, in quanto profondamente offensive della dignità umana delle persone che vivono in condizione di privazione della libertà personale e perché dette espressamente in violazione dei basilari principi costituzionali in tema di esecuzione penale.
Esse alimentano un già acceso clima di odio, che impedisce di trovare concrete soluzioni alle tante e gravi criticità delle condizioni di vita delle persone detenute presso i nostri Istituti penitenziarie, di cui il Sottosegretario alla Giustizia dovrebbe seriamente farsi carico.
Parole che sono funzionali a rappresentare una visione stereotipata e distorta della vita penitenziaria, che finisce finanche per delegittimare il complesso e delicato lavoro di tutti gli Operatori Penitenziari ed in particolare della Polizia Penitenziaria.
Per noi Garanti, la Comunità penitenziaria è costituita da detenuti e “detenenti”, che, come luogo di riscatto personale, deve essere sempre caratterizzato dal rispetto reciproco, dalla non violenza e dalla tutela della dignità delle persone.
E’ evidente che, pronunciando queste parole, il Sottosegretario alla Giustizia dimostra di non conoscere nemmeno il motto della Polizia penitenziaria: “Despondere spem est munus nostrum”.

⏺️Questa notte è morto a 18 anni, bruciato in cella a San Vittore, Youssef Barsom, un “nostro” ragazzo. Dico “nostro” no...
08/09/2024

⏺️Questa notte è morto a 18 anni, bruciato in cella a San Vittore, Youssef Barsom, un “nostro” ragazzo. Dico “nostro” non solo perché è stato in comunità minori, ma anche perché abbiamo provato più volte a continuare ad accoglierlo anche quando se ne andava a Milano finendo nei guai che gli hanno fatto varcare la soglia di quell’inferno che è oggi San Vittore. Ci abbiamo provato ad accoglierlo anche a Tirano, dato che Youssef aveva dei problemi importanti di sofferenza psichica, ma la sua ansia di fuga appariva in certi momenti incontenibile. Una fuga nel mondo che è diventata fuga dal mondo. Era un ragazzo affettuoso e sensibile. Ricordo i suoi abbracci intensi, che chiedevano protezione e tenerezza. E il suo sguardo, pieno di un sorriso malinconico. La sua sofferenza era emotivamente comprensibile, razionalmente imperscrutabile. Youssef è stato uno dei ragazzi a cui abbiamo voluto più bene, un bene autentico, perché nel vederlo perdersi ci sentivamo persi anche noi. Ed è morto a 18 anni, in un carcere bolgia, sovraffollato e pieno di sofferenza mentale. Il dolore che chi l’ha conosciuto sta provando è pari all’affetto che abbiamo provato e proviamo per lui, ma soprattutto all’affetto che lui ci ha donato.
Cecco

⏺️Youssef ci ha fatto letteralmente impazzire...

Eppure gli abbiamo voluto bene, tanto bene, un bene autentico, viscerale.

I nostri telefoni sono intasati di sue foto, perchè amava farsi i selfi, questa che vi allego invece gliel’ho fatta io, un giorno nella sua Milano, la città che ha accolto la sua stranezza e la città che lo ha risucchiato fino alla morte.

Quante volte ha sfidato la morte? troppe ...ma questa volte forse l’ha cercata perchè si era arreso.

Eppure io lo voglio ricordare così come in questa foto, in tutta la sua vitalità, e nella sua esuberanza.

Ciao Youssy Alicia (come tu mi chiamavi)

SABATO 7 SETTEMBRE A CUNEOUn'iniziativa interessante! Parteciperemo anche noi.
25/08/2024

SABATO 7 SETTEMBRE A CUNEO
Un'iniziativa interessante! Parteciperemo anche noi.

Art. 27 EXPO È una manifestazione fieristica per la vendita e il racconto delle produzioni carcerarie che nasce dall’esigenza della cooperativa GLIEVITATI di valorizzare il mondo dell’economia carceraria esponendo e promuovendo le qualità pratiche e morali di questo settore. SETTEMBRE 2024 CUN...

Indirizzo

Piacenza
29121

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