28/06/2025
Disertare il pride non è tradire la comunità. È rifiutare chi la sfrutta.
Il pride non è nato con gli sponsor, i carri patinati e le pubblicità "inclusive" di Amazon.
È nato quando donne trans, nere e latine, come Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, hanno preso in mano dei sassi e delle bottiglie e le hanno lanciate contro chi voleva picchiarle, rinchiuderle, curarle a forza, cancellarle.
📍 Era il 28 giugno 1969, al Stonewall Inn di New York. La polizia fece l’ennesima irruzione in un locale frequentato da persone q***r e trans. Ma quella volta gli arresti e i manganelli trovarono una risposta. Si scatenò una rivolta che durò giorni: fu rabbia, fu resistenza, fu cura collettiva.
Non fu una festa: fu un atto di sopravvivenza contro lo Stato e la sua violenza.
Fu un atto di rivolta nato nei bar e per le strade, tra persone che si prendevano cura l’unə dell’altrə mentre lo Stato lasciava morire migliaia di malatə di AIDS nel silenzio.
E oggi?
Oggi vediamo Google, Amazon, Starbucks, Coca-Cola mettersi l’arcobaleno per un mese.
Ma sono le stesse aziende che:
– sfruttano lavoratorə q***r e migranti nei magazzini,
– licenziano attivistə sindacali,
– finanziano colossi bellici che vendono armi a Israəle,
– e censurano contenuti che parlano di Paləstina, səx work, transfemminismo.
Questo non è allearsi. È profittare.
🧼 Questo si chiama rainbow washing: usare i diritti LGBTQIA+ come copertura per continuare a fare business, guerra e oppressione. E chi si scandalizza se diciamo “disertiamo il pride” dovrebbe davvero farsi due domande.
È paradossale che chi si sente alleatə si offenda quando rifiutiamo una vetrina sponsorizzata, e poi si senta in diritto di dirci come dovremmo lottare per le nostre vite.
Se davvero siete alleatə, allora ascoltate.
Non diteci che siamo divisivə, non zittite la nostra rabbia politica.
Non difendete chi ci sfrutta.
Il pride è nostro. Non lo vogliamo addomesticato.
Fuori il capitalismo dalle nostre lotte. Fuori i carri armati dalle nostre parate.