21/04/2026
Il presidente dell'Alleanza Evangelica Italiana chiede che il termine "evangelico" venga svincolato da connotazioni politiche e denuncia la "blasfemia" di pastori come Paula White che paragonano Trump a Gesù Cristo.
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“𝐄𝐯𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐢𝐜𝐢” 𝐢𝐧 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐢 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐢𝐩𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐨𝐦𝐞
𝑈𝑛’𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑣𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑎 𝐺𝑖𝑎𝑐𝑜𝑚𝑜 𝐶𝑖𝑐𝑐𝑜𝑛𝑒, 𝑝𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝐸𝐼
Roma (AEI), 18 aprile 2026 – “Sostenitori di Trump”; “guerrafondai”; “politicamente di destra”. Queste e altre sono le etichette che l’opinione pubblica tende ad affibbiare agli evangelici specialmente negli ultimi mesi. È ovvio che alcuni fenomeni mediaticamente rumorosi, specialmente legati ad alcuni contesti statunitensi, si riverberano su tutti coloro che si identificano come evangelici, ma che inorridiscono di fronte a questa caricatura. Questa etichettatura produce due effetti: da un lato alimenta caricature e sospetti verso le chiese evangeliche; dall’altro spinge alcuni credenti a pensare che l’unica via d’uscita sia abbandonare il termine.
Ne abbiamo parlato con Giacomo Ciccone, presidente dell’Alleanza Evangelica Italiana, organismo rappresentativo del movimento evangelico italiano, in rete con l’Alleanza Evangelica Europea e Mondiale.
𝐷: 𝑃𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝐶𝑖𝑐𝑐𝑜𝑛𝑒, 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙’𝑎𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀. 𝐺𝑙𝑖 𝑒𝑣𝑎𝑛𝑔𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑡𝑖 𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑔𝑔𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑃𝑎𝑢𝑙𝑎 𝑊ℎ𝑖𝑡𝑒, 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑎 𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑡𝑢𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑃𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑇𝑟𝑢𝑚𝑝, 𝑒 𝑃𝑒𝑡𝑒𝑟 𝐻𝑒𝑔𝑠𝑒𝑡ℎ, 𝑆𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙’𝐴𝑚𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑚𝑒𝑟𝑖𝑐𝑎𝑛𝑎. 𝐶𝑜𝑠𝑎 𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑎?
Un misto di indignazione e di desiderio di chiarezza. Penso che le recenti affermazioni del giorno di Pasqua di Paula White che ha paragonato ed accostato il presidente Trump a Gesù Cristo siano blasfeme. Sono manichee le posizioni di Hegseth e di quel movimento comunemente definito come “nazionalismo cristiano” che, attraverso l’uso strumentale e sconsiderato della Scrittura, identificano popolo di Dio e nazione americana e gettano anatemi contro altre nazioni.
𝐷: 𝐴 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑓𝑢𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 ℎ𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑖𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑘𝑙𝑖𝑛 𝐺𝑟𝑎ℎ𝑎𝑚, 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑖𝑢𝑡𝑜 𝑡𝑟𝑎 𝑔𝑙𝑖 𝑒𝑣𝑎𝑛𝑔𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑖 …
Sì, dispiace notare il passivismo di leader come Franklin Graham che, nonostante le opportunità di vicinanza al presidente degli Stati Uniti, continua ad allinearsi acriticamente al potere rimanendo incapace di incarnare alcuna responsabilità profetica e si confonde entro una postura servile. Vede, premesso che ciascuno dovrà rispondere di persona delle proprie decisioni, è avvenuto che, appena dopo gli incensamenti di Paula White, dopo le sortite di Hegseth e dopo le omissioni e le difese d’ufficio di Franklin Graham, il presidente Trump si è sentito autorizzato a rilasciare affermazioni come “Colpiremo l'Iran con forza e lo riporteremo all'età della pietra” o anche ad affermare irresponsabilmente “Un'intera civiltà morirà stanotte”, ed infine si è spinto a postare sui social immagini blasfeme autocelebranti. Tutto questo dovrebbe far riflettere.
𝐷: 𝐼𝑛 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜?
Queste caricature di fatto gettano una luce sinistra su tutti coloro che portano il nome di evangelici. Sentiamo tutti la sfida come credenti a considerare come onorare la testimonianza evangelica e il termine stesso “evangelico” in un mondo in cui strumentalizzazioni e manipolazioni sono sotto la luce del sole. È necessario un atto di responsabilità: non consegnare il nome “evangelico” alle sue distorsioni, ma chiarirne il significato, viverlo con coerenza e sottrarlo a ogni appropriazione ideologica. In tale prospettiva, la nostra identità evangelica non si misura dall’allineamento a un leader o a una piattaforma politica, né da appartenenze nazionali o ideologiche. Essa si riconosce nel Vangelo di Gesù Cristo e si esprime in una testimonianza che unisce verità e grazia, convinzione e mitezza, umiltà e speranza.
𝐷. 𝐴𝑑 𝑒𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜, 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑖𝑛 𝑐𝑜𝑟𝑠𝑜, 𝑎 𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑔𝑙𝑖 𝑒𝑣𝑎𝑛𝑔𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑙𝑡𝑖𝑣𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑏𝑖𝑏𝑙𝑖𝑐𝑎?
Di recente il Consiglio esecutivo Federale dell'Alleanza Evangelica Italiana ha rilasciato un documento contenente 9 punti per un discernimento evangelico (“Giustizia e pace si sono baciate: nove punti per un discernimento evangelico” (9 marzo 2026), volendo ribadire la propria chiamata alla fedeltà al Vangelo e rimanendo in preghiera per la grave situazione internazionale.
𝐷. 𝐶𝑒 𝑙𝑜 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑟𝑖𝑎𝑠𝑠𝑢𝑚𝑒𝑟𝑒?
Nel documento abbiamo ricordato che la situazione internazionale chiede ai credenti non il silenzio dell’indifferenza, né il clamore della faziosità, ma una parola sobria e chiara, radicata nella Scrittura e attenta al grido di una terra lacerata.
Mentre riconosciamo la dignità inviolabile di ogni essere umano creato a immagine di Dio, fermamente condanniamo sia il terrorismo ma anche la prerogativa di ciascun governo ad usare la forza senza alcun limite.
Mentre rifiutiamo ogni pretesa teocratica ed ogni forma di dominio che confonda l’autorità politica con una legittimazione religiosa, ci opponiamo anche ai nazionalismi idolatrici che trasformano la politica in liturgia e la guerra in destino. Mentre scorgiamo questi pericoli nell’integralismo di matrice islamica o di altre sensibilità religiose, siamo maturi a ravvisarli anche in ambienti cosiddetti “cristiani” ed anche in contesti cosiddetti “evangelici”.
Poi ci sono questioni di sistema che non possono essere banalizzate. Noi chiediamo il rispetto pieno e non selettivo del diritto internazionale umanitario e restiamo responsabilmente sensibili al rischio nucleare: va ristabilito con urgenza un controllo internazionale reale e trasparente sui programmi bellici.
Noi evangelici siamo convinti che giustizia e pace non siano beni separabili e continueremo serenamente a tutelare le minoranze e a difendere la libertà religiosa per tutti.
Sopra ogni altra cosa, desideriamo onorare Dio in tutte queste sfide mantenendo anche un atteggiamento di preghiera perseverante e fiduciosa, che si fa intercessione, ravvedimento, servizio e prossimità verso chi soffre.
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[Foto di Daniela P su Unsplash]