15/07/2025
𝘼𝙣𝙘𝙤𝙧𝙖 𝙪𝙣𝙖 𝙫𝙤𝙡𝙩𝙖 𝙘𝙞 𝙩𝙧𝙤𝙫𝙞𝙖𝙢𝙤 𝙖 𝙙𝙤𝙫𝙚𝙧 𝙙𝙚𝙣𝙪𝙣𝙘𝙞𝙖𝙧𝙚 𝙥𝙪𝙗𝙗𝙡𝙞𝙘𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙚 𝙪𝙣 𝙖𝙩𝙩𝙤 𝙙𝙞 𝙖𝙜𝙜𝙧𝙚𝙨𝙨𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙤𝙢𝙤𝙛𝙤𝙗𝙞𝙘𝙖.
Ci troviamo a dover chiedere rispetto e tranquillità per il semplice desiderio di passare una serata in serenità con l* amic*, cosa che dovrebbe essere scontata per tutt*
Gioiele ci ha parlato di un episodio che purtroppo sta diventando uno tra tanti. Come associazione LAGBTQIA+ negli ultimi 20 anni sul territorio abruzzese stiamo costatando un aumento di casi di aggressione esponenziale e che sta progredendo in maniera eccezionale.
Al fine di arginare il dilagare preoccupante di odio e violenza che ci sta colpendo, è importante che le istituzioni prendano coscienza della situazione e che recepiscano le nostre istanze:
- 𝗖𝗵𝗶𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗹’𝗮𝗽𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗿𝗲𝗴𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘁𝘂𝘁𝗲𝗹𝗶 𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗴𝗴𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝘁𝗮𝗺𝗽𝗼 𝗼𝗺𝗼-𝗹𝗲𝘀𝗯𝗼-𝗯𝗶-𝘁𝗿𝗮𝗻𝘀-𝗮-𝗳𝗼𝗯𝗶𝗰𝗼;
- 𝗖𝗵𝗶𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗼𝗿𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗲 𝘀𝘁𝗮𝗳𝗳 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗮𝘁𝗶 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗲𝘇𝘇𝗮 𝘃𝗲𝗻𝗴𝗮𝗻𝗼 𝗮𝗱𝗲𝗴𝘂𝗮𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗶 𝗮𝗹 𝗿𝗶𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗿𝘀𝗶𝘁𝗮̀;
- 𝗖𝗵𝗶𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗼𝗿𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗲 𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗲 𝗿𝗲𝗴𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗰𝗼𝗼𝗽𝗲𝗿𝗶𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗮𝘀𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 𝗮𝗹 𝗳𝗶𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗿𝗲𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗰𝗮𝘀𝗶 𝗱𝗶 𝗮𝗴𝗴𝗿𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀.
Gioele ha voluto raccontarci l’accaduto nella speranza che episodi come questo non accadano più e che all’interno di ambienti molto complessi, come le agenzie di security, si creino protocolli volti ad eliminarli.
“𝐋’𝐨𝐝𝐢𝐨 𝐟𝐞𝐫𝐨𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐦𝐨𝐟𝐨𝐛𝐢𝐚: 𝐜𝐫𝐨𝐧𝐚𝐜𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐭𝐭𝐞 𝐚 𝐏𝐞𝐬𝐜𝐚𝐫𝐚
Venerdì notte, verso le tre del mattino, a Pescara, davanti all’ingresso di un locale, in compagnia di alcuni amici, ho conosciuto l’omofobia. Quella vera.
Faceva caldo. L’aria era leggera, estiva, e la serata era stata bella, come tante altre. Una di quelle notti in cui vuoi semplicemente vivere un momento, distaccarti dai problemi e desiderare che non finisse mai, magari con un’ultima bevuta, un brindisi finale prima di tornare a casa.
Mi avvicino a un buttafuori per chiedere se il locale fosse ancora aperto. Con tono tranquillo, sorridendo, gli chiedo: “A che ora chiude il locale?”. Lui risponde che stavano per chiudere. Io, con spontaneità, gli dico che saremmo rimasti pochissimo, solo il tempo di bere qualcosa. Sembrava quasi convinto. Allora aggiungo: “Ascolta bello, butto lo zaino sotto la pianta, attacco la bici lì…”
Non ho nemmeno finito la frase.
Mi interrompe. Con uno sguardo carico d’odio mi sputa addosso parole che ancora oggi rimbombano dentro me, come un pugno allo stomaco:
“Frocio di m***a, tu in questo locale non entri!”
In un attimo, un tuono ha rimbombato nella mia testa. La leggerezza della serata è stata spazzata via da un temporale di immotivato odio e la realtà si è prepotentemente manifestata. Erano i miei problemi a riemergere dentro di me o era stato lui a vomitarmi addosso i suoi?
Silenzio. Nessuna rissa, nessuna reazione violenta. Solo uno shock profondo. Io e i miei amici ci siamo guardati. La nostra intelligenza ha scelto il silenzio e la strada della dignità. Abbiamo girato i tacchi e siamo andati via. Colpito, ferito, istigato alla rissa proprio da chi invece ha il compito di proteggere, mantenere la quiete, sedare momenti di ignoranza brutale.
Ma io, il giorno dopo, ci sono tornato. Da solo. Ho parlato con il proprietario del locale, che si è dimostrato umano, corretto. Uno dei suoi collaboratori era presente la sera prima e ha confermato tutto. Il proprietario ha preso immediatamente le distanze da quell’uomo e ha chiesto alla ditta per cui lavora di non mandarlo più lì.
Di mandarlo dove però? Una persona del genere, al contatto col pubblico, è pericolosa ovunque.
Non per me soltanto, ma per chiunque.
E qui voglio portare tutti coloro che riescono a elaborare un ragionamento (per gli altri non c’è speranza) a una riflessione.
L’odio, che alimenta l’omofobia, il razzismo, la discriminazione… non è un’opinione. È violenza.
E non possiamo accettarla. Non possiamo normalizzarla.
Io non voglio scrivere questo articolo per accusare. Voglio scriverlo per risvegliare.
Chi agisce con tanto odio, lo fa perché ha un vuoto dentro.
Spesso l’odio senza senso nasce da frustrazioni, da repressioni interiori, da insicurezze e da una profonda insoddisfazione personale.
Per questo, non condanno quell’uomo. Perché, in verità, mi sono reso conto che in quel vortice di emozioni contrastanti, il sentimento più forte che ho provato è stato la pena, quasi tenerezza, che lui ha fatto a me.
Per questo lo invito, come farebbe una persona che lo ama.
Lo invito a intraprendere un percorso di cura personale, di guarigione interiore. E di farlo al più presto.
Non solo per il bene degli altri, ma per sé stesso, per poter vivere in armonia dentro questa società che, per intelligenza, ha dimostrato tanta solidarietà emotiva e concretezza nell’agire. E che – passo dopo passo – non accetta più l’odio come normalità.
Questa non è solo la mia storia.
È la storia di tante persone che ogni giorno, in silenzio, scelgono di andare avanti nonostante le ferite interiori che tanti nella società, ancora oggi, procurano con indifferenza.
Mi rivolgo a voi, persone felici e intelligenti: se fosse capitato a vostro figlio, o a una vostra sorella, o a una persona che amate davvero, non vorreste volere che la legge tuteli la persona a voi cara? Perché, sorpresa! , ad oggi non esiste.
Ed è per loro, e per me, che oggi ho scelto di raccontarla.”
𝐺𝑖𝑜𝑒𝑙𝑒 𝑀𝑎𝑟𝑧𝑜𝑙𝑎