Coordinamento per la democrazia costituzionale Parma

Coordinamento per la democrazia costituzionale Parma Il Comitato é nato nel 2006 ai tempi del referendum contro la riforma costituzionale voluta da Berlus

10/02/2026
01/02/2026

Referendum, quel sì di Augusto Barbera tace sui troppi limiti della riforma Nordio
Alfiero Grandi 30 Gennaio 2026

È sceso in campo con un articolo per il Si il Presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera che apre difendendo (pro forma) il prof Alessandro Barbero che si è pronunciato per il No nel referendum e per questo è stato dileggiato da esponenti del Si.
In realtà nella chiusura dell’articolo Augusto Barbera sfodera una rasoiata accusando in sostanza il prof. Barbero di non avere letto le norme su cui gli italiani (immagino comprendesse anche le italiane) si pronunceranno nell’imminente referendum, aggiungendo qualche discutibile apprezzamento sullo storico e dimenticando in particolare la sua competenza sul medioevo, consiglio in proposito di leggere il pregevole testo di Barbero su Carlo Magno.
Tuttavia Augusto Barbera merita attenzione per quanto afferma e anche per quanto sottace. Sottace ad esempio come si è arrivati a questa contro-riforma costituzionale.
Il governo ha fatto un danno costituzionale enorme
Il governo ha deciso tutto da solo e ha imposto al parlamento il suo testo. La maggioranza parlamentare di destra ha piegato la testa ai voleri di Giorgia Meloni e l’ha approvato facendo un danno costituzionale enorme al ruolo del parlamento. L’opposizione non ha potuto fare alcunché perché la maggioranza è rimasta sorda e muta, trasformata in un’assemblea di yes man. Forse alcuni punti avrebbero potuto essere migliorati, ad esempio l’assurdità di una presunta riforma che spacca in due il Csm (giudici e PM) e prevede per di più un’unica Alta Commissione di valutazione disciplinare sui giudici e sui PM, i quali evidentemente sono separati nei due Csm ma sono riunificati sotto un’unica Corte disciplinare.
Per di più la divisione del Csm in 2, per giudici e per i PM è in realtà una divisione in 3 perché c’è anche questa commissione disciplinare del tutto separata.
Come si fa ad ignorare il giubilo di Forza Italia che continua a vivere in nome di Berlusconi e sembra cercare una sorta di vendetta postuma contro i magistrati (questa volta uniti) come se la condanna del “Presidente” non fosse avvenuta su fatti comprovati?
Il governo ha scelto di firmare Meloni-Nordio la proposta di legge di modifica di ben 7 articoli della Costituzione del 1948, questione che nel titolo della legge e nel quesito referendario per ora non è affatto chiara. A meno che la Corte di Cassazione nell’ammettere le 548.000 firme come nuovo soggetto referendario riveda anche il quesito referendario, come hanno chiesto giustamente i 15 promotori della raccolta.
Il governo ha puntato su questa modifica della Costituzione perché ritiene che possa vincere nel referendum, al punto che ha fatto chiedere il voto referendario anche dalla maggioranza parlamentare. Se la legge Meloni-Nordio venisse confermata la destra pensa che potrebbe passare con meno problemi il premierato, con cui eleggere direttamente il capo del governo e comprimere il ruolo del Presidente della Repubblica (con in più il corollario di una legge elettorale decisa a maggioranza) e ottenere qualche risultato anche sulla (mutilata) autonomia regionale differenziata per accontentare Calderoli e la Lega.
La maggioranza ha aperto la strada per l’attacco alla Costituzione antifascista
In sostanza le modifiche costituzionali sono lo scalpo che la maggioranza vuole ottenere per dimostrare che non si è fatta ingabbiare nella Costituzione antifascista del 1948, che la destra oggi egemone non ha mai accettato fino in fondo.
Perché mai le ragioni politiche non dovrebbero entrare nella valutazione di come votare al referendum se è in campo questo vero e proprio attacco alla Carta costituzionale, a cui Augusto Barbera dovrebbe essere particolarmente affezionato per ovvie ragioni. Può essere che ci siano posizioni pregresse da difendere, tuttavia anziché posizioni passatiste oggi occorrono posizioni che guardano non solo all’oggi, in particolare all’attacco in corso alla democrazia in tanti paesi (Trump docet) ma soprattutto guardano al futuro, cioè a come difendere e fare progredire la democrazia.
A Barbero viene contestata l’affermazione che il governo potrà dare ordini ai magistrati. Forse ordini diretti no ma questo governo ha ordinato al parlamento di accettare senza fiatare le sue decisioni ed essendo costituito da una maggioranza di ignavi ha accettato l’ordine di approvare a scatola chiusa il testo Meloni-Nordio.
Con questa premessa è legittimo il sospetto che il governo abbia qualcosa in mente nella sede delle leggi attuative che verranno approvate grazie all’abnorme maggioranza parlamentare. Controprova: Tajani ha già parlato di PM che potrebbero perdere il controllo della polizia giudiziaria, diventando una sorta di caciocavalli appesi.
Per di più se il Csm da unico si fa trino e quindi sarà certamente più debole la risposta dei singoli pezzi, mentre più forte diventerà l’azione disciplinare in capo al Ministro della Giustizia.
Anche Augusto Barbera cade in errore quando afferma che la Costituzione assicura l’autonomia costituzionale ai soli giudici, in realtà l’articolo 104 afferma che “la magistratura (tutta) costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” e all’articolo 107 afferma che “i magistrati sono inamovibili”, di nuovo tutti, cioè giudici e PM. Quindi non si vede in cosa rafforzerebbe l’autonomia la separazione in due Csm, anzi sarebbero certamente più deboli e corporativi.
Giudici e Pm sono tutti magistrati a pieno titolo, perché mai questa dovrebbe essere una commistione inaccettabile (Barbera)? Comunque è un giudizio soggettivo e l’arzigogolo dimostrativo non è convincente, per di più lo strumento scelto per superare la “commistione” (il sorteggio dei componenti togati del Csm anziché l’elezione da parte di tutti i magistrati come avviene ora) è peggio del male che vorrebbe curare.
Come ha ricordato Gherardo Colombo la commistione è benefica perché i PM non sono semplicemente degli accusatori ma restano dei magistrati a tutto tondo, per formazione costituzionale e culturale, tenuti alla ricerca della verità, perfino quando è a favore dell’accusato. Che poi ci sia coincidenza di valutazione tra Giudici e PM non è vero perché quasi il 50 % delle sentenze si distingue dalla richiesta dei PM.
Il governo non ha fatto mistero che persegue l’obiettivo di togliere di mezzo quelli che considera solo ostacoli, invasioni di campo e non giudizi di legittimità. Così è ad esempio per i giudizi della Corte dei Conti sul ponte sullo stretto, oppure dei giudice sui “detenuti” nei lager costruiti e testardamente mantenuti da Giorgia Meloni in Albania, fino ad un discutibile elenco di sentenze messe alla gogna solo per colpire l’immagine della magistratura.
Sembra francamente un argomento debole chiedersi dove sta scritto che i componenti togati debbano avere una funzione di rappresentanza della magistratura per giustificare il sorteggio anziché l’elezione diretta dei rappresentanti come è oggi.
Sta scritto nella Costituzione attuale che infatti prevede la loro elezione per evitare che vengano nominati dal governo e quindi garantiscano l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Altrimenti chi dovrebbe indicare i togati, forse le camere penali? Proprio per questo il governo ha imposto un testo che li vuole sorteggiati, solo per indebolirne la rappresentatività.
Il prossimo passo se vince il sì sarà la legge elettorale tagliata su misura della maggioranza
Esponenti del no chiedono il sorteggio degli eletti? Per favore evitiamo il ridicolo. È il governo che vuole una legge elettorale con il premio di maggioranza per eleggere i super fedeli al riparo da tutto come se il parlamento attuale non fosse già in condizioni preoccupanti di sudditanza al governo.
Montesquieu cosa penserebbe di un governo che assumesse in sé i poteri del parlamento, intaccasse il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica, puntasse a ridurre l’autonomia della magistratura dividendola e riducendo il ruolo della sua rappresentanza, obbligando il Presidente della repubblica a saltabeccare da un mini CSM all’altro.
Per ragioni di merito, per ragioni politiche e di democrazia nel prossimo referendum è necessario che il No bocci questa legge sbagliata, dopo si potrà discutere senza il ricatto dell’imposizione del governo che getta una luce negativa anche su tutta la parte attuativa di questa modifica della Costituzione.
Nel referendum cerchiamo di contrastare l’astensionismo crescente chiarendo che questa volta chi vota decide perché non c’è quorum e basta un voto in più per cancellare la legge Meloni Nordio. Questo ripaghererebbe Barbero da attacchi ingiustificati.

21/01/2026

FUORISEDE : VOTIAMO DOVE VIVIAMO!

18/01/2026

Alle 23.00 del 18 gennaio le firme per il referendum sulla legge Nordio sono 537.370.
Continuiamo a firmare e far firmare. E' possibile fino al 30 gennaio.

18/01/2026

Alle 23.00 del 18 gennaio le firme per il referendum sulla legge Nordio sono 537.470.
Continuiamo a firmare e far firmare. E' possibile fino al 30 gennaio.

Un grande NO alla Riforma Nordio della Giustizia: è stato ufficialmente presentato oggi, nella Sala Arta di Via Treves a...
17/01/2026

Un grande NO alla Riforma Nordio della Giustizia: è stato ufficialmente presentato oggi, nella Sala Arta di Via Treves a Parma, il Comitato provinciale Società civile per il NO nel referendum costituzionale, con una conferenza stampa in cui sono state dettagliate le ragioni per le quali ci si oppone alla riforma della giustizia Nordio.

Sono numerose le realtà della società civile, i sindacati e i partiti che hanno aderito alla campagna per il sostegno al NO a livello provinciale, un fronte che potrà ulteriormente allargarsi nelle prossime settimane a tutti i soggetti in difesa della Costituzione. Attualmente il Comitato provinciale vede tra i suoi componenti: ANPI provinciale ETS, ANPPIA, ARCI, AUSER, Casa della Pace, CGIL, Coordinamento per la Democrazia Costituzionale CDC, CIAC Onlus, Donne in Nero, Europa Verde, Federconsumatori, Giovani Democratici, Laboratorio Democratico Montanara APS, Legambiente, Libera, Parma Città Pubblica APS, Partito Comunista Italiano, Partito della Rifondazione Comunista, Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Sinistra Italiana, Sinistra Studentesca Universitaria, SUNIA, Tuttimondi, Unione degli Universitari.

Alla base del NO c’è una critica netta all’impianto della riforma. Per la prima volta, si sostiene, il potere esecutivo interviene in modo così profondo sulla struttura di un altro potere dello Stato. Un "intervento senza precedenti" che non nasce da un confronto ampio nel Paese ma da un percorso accelerato, privo di un vero dibattito pubblico. Una forzatura che rischia di tradursi in un indebolimento dei contrappesi democratici. Il nodo centrale è il Consiglio superiore della magistratura. La riforma lo frammenta, ne riduce il ruolo e introduce il sorteggio casuale dei membri togati, presentato come rimedio al correntismo. In realtà, spiega il comitato, "un Csm in mano al caso è più debole", meno competente e quindi meno capace di difendere l’indipendenza dei giudici. A questo si aggiunge la scelta dei membri laici attraverso liste decise dalla maggioranza parlamentare, un meccanismo che espone l’organo alle interferenze politiche. Altro punto critico è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Una scelta che non rende la giustizia più efficiente, come riconosciuto dallo stesso ministro Nordio, ma che apre la strada a un pubblico ministero più forte e isolato, con un Csm indebolito alle spalle. Nei sistemi dove le carriere sono separate, ricordano i promotori del NO, il pm tende spesso a dipendere dall’esecutivo. Un modello che avvicina l’Italia a un controllo politico dell’azione penale e allontana i cittadini da un arbitro realmente imparziale.

Nonostante il Governo abbia deciso, forzando i tempi, le date per il voto referendario, senza tenere conto della raccolta firme che peraltro in poco più di tre settimane ha già superato il mezzo milione di sottoscrizioni, l'impegno del Comitato è volto a favorire una corretta informazione alla cittadinanza per un voto consapevole e per consentire che l’opinione pubblica sia informata dei danni che questa pessima riforma costituzionale potrà arrecare.

https://ilmanifesto.it/tramontata-la-deterrenza-resta-solo-latomicaTramontata la deterrenza, resta solo l’atomicaFrances...
06/08/2025

https://ilmanifesto.it/tramontata-la-deterrenza-resta-solo-latomica
Tramontata la deterrenza, resta solo l’atomica

Francesco Strazzari sul Manifesto

«Quel colpo pose fine alla guerra… non voglio usare l’esempio di Hiroshima e Nagasaki, ma fu la stessa cosa…». Così parlava Trump applaudendo il «lavoro fenomenale» svolto dalle sue superbombe contro gli impianti nucleari iraniani.

Il presidente Usa pubblicava poi un messaggio dell’ambasciatore israeliano che gli tributava il ruolo di scelto da Dio, paragonandolo al presidente Truman nel 1945. Alla fine di quell’anno, in Giappone si contarono circa 140mila morti; altre decine di migliaia si aggiunsero a causa degli effetti a lungo termine di un bombardamento atomico per il quale i giapponesi non hanno mai ricevuto le scuse.

Dai campi di battaglia ucraini – sui quali continua la mobilitazione e il corrispondente accumulo di cadaveri – alla devastazione genocida di Gaza – che offre all’occhio uno scenario post-atomico – le guerre di oggi ci riportano alla dimensione della massa e dei grandi numeri.

I nove stati dotati di atomica spendono miliardi di dollari per modernizzare e ampliare gli arsenali. In Ucraina, la Russia ha dato sfoggio ai propri missili ipersonici. Più volte Putin ha cercato di trasmettere la minaccia atomica, per far temere che, se la guerra prende una piega sfavorevole, potrebbe arrivare, nonostante i moniti cinesi, a rompere il tabù vigente dal 1945. Giorni fa, in risposta a una velata minaccia nucleare da parte dell’ex presidente Medvedev, Trump ha dato ordine di avvicinare due sottomarini nucleari alla Russia. Medvedev ha risposto con il seguente messaggio: «Trump non dovrebbe pensare che l’archivio video delle sue immoralità passate sia solo nelle mani del Mossad».

Come scrive il Guardian, siamo minacciati da leader che sono «versioni ambulanti della triade nera – narcisismo, psicopatia e machiavellismo – in un mondo minacciato da crisi climatica, armi nucleari, intelligenza artificiale e robot killer». Il contesto vede la spesa globale per la difesa raggiungere nel 2024 i 2,46 trilioni di dollari, con un aumento del 7,4% in termini reali, ben superiore agli incrementi del 6,5% e del 3,5% già registrati nel 2023 e nel 2022. Per significativa coincidenza, del 7,4% è anche l’aumento del budget militare cinese, mentre in Europa si registra un 11,7% (con picco del 23,2% in Germania) e in Russia un 41,9%. Si tratta di stime dell’Iiss di Londra, che esprime seri dubbi sulla sostenibilità economica, sociale e climatica di questo trend.

Qualcuno ricorda il presidente Obama a Praga nel 2009 parlare di un mondo libero dalle armi atomiche? La logica paradossale che reggeva la Guerra Fredda, secondo la quale essere pronti a scatenare l’apocalisse nucleare serve a prevenirla, sembrava un ricordo sbiadito. E invece abbiamo assistito al deterioramento, fino al collasso, dei meccanismi di controllo degli armamenti. Torniamo a parlare di guerra nucleare e di guerra come grandi numeri. Il New Start, l’ultimo trattato che limita le armi nucleari, scadrà il prossimo febbraio, senza che sia in vista un sostituto: Usa e Russia non saranno più vincolati dal limite di 1.550 testate strategiche, mentre gli sviluppi tecnologici (comunicazioni, satelliti, vettori ipersonici) e il protagonismo nucleare cinese (proiettato verso le mille testate) destabilizzano i calcoli della deterrenza.

Negli Usa si discute dei costi spropositati degli scudi missilistici e dell’utilità della capacità nucleare terrestre. I silos di lancio dei missili intercontinentali, essendo noti, diventano un obiettivo prioritario. Davanti a un attacco ipersonico, il presidente avrebbe pochissimi minuti per decidere se usare i propri missili per rispondere o rischiare di perderli. Il risultato sono maggiori rischi di errore di calcolo e di escalation.

La regione Indo-pacifica, su cui si concentra il tatuatissimo segretario alla difesa Usa, offre scenari di guerra con la Cina solcati da navi e punteggiati da basi aeree su piccole isole. Qualcuno pensa possibile, qui, una «guerra nucleare combattuta» con atomiche a basso potenziale. Ma non si tratta solo di speculazioni. I bombardieri strategici russi, tenuti esposti in ottemperanza ai trattati, sono già stati raggiunti e colpiti dai droni ucraini. Nel momento in cui questi attacchi sono visti come un proxy del nemico atlantico, lo scontro è già innescato. I recenti scontri tra Pakistan e India hanno fatto temere il rischio di un’escalation a 360 gradi (dal terrorismo all’atomica) in una regione ad alta densità di popolazione. Nell’Europa delle potenze nucleari francesi e britanniche, il dibattito prende la piega dell’autonomia strategica e dell’ombrello nucleare. Per dirla senza mezzi termini: se l’Ucraina perde la guerra, con convergenze tra Mosca e Washington e crescita ulteriore delle destre sovraniste, i problemi che l’Europa dovrà affrontare saranno molto seri anche sul versante nucleare.

Trump ha espresso il desiderio di dimezzare le spese militari tramite colloqui con la Cina e la Russia, ma si è trattato di una boutade: né Pechino né Mosca hanno preso sul serio l’offerta, mentre l’establishment repubblicano ritiene che ci sia bisogno di più armi nucleari e – in linea con la revisione della postura voluta da Trump nel 2018 – di più flessibilità nel pensare anche a scenari regionali. Biden non ha invertito la rotta, lasciando in eredità una forte espansione degli arsenali atomici.

Anche sul versante civile siamo in piena era di rinascita nucleare, che l’industria presenta come guidata dalla spinta verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio, proiettandola verso il Sud del mondo, come dimostrano gli investimenti annunciati in Paraguay e in Uganda.

A ottant’anni dai bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki, la Croce Rossa internazionale dichiara che le armi nucleari non devono mai più essere utilizzate e vanno eliminate prima che la storia si ripeta. Sono in pochi a parlare di controllo degli armamenti e in molti a sparare sulla croce rossa.

Asia (Editoriale) «Quel colpo pose fine alla guerra... non voglio usare l’esempio di Hiroshima e Nagasaki, ma fu la stessa cosa...». Così parlava Trump applaudendo il «lavoro fenomenale» svolto dalle sue superbombe contro gli impianti nucleari iraniani. Il presidente Usa pubblicava poi un mes...

27/07/2025

COMUNICATO STAMPA

L’esercito israeliano ha attaccato Handala in acque internazionali e rapito 21 civili disarmati

La Freedom Flotilla Coalition conferma che la nave civile Handala, in navigazione per rompere l’illegale e genocida blocco imposto da Israele alla popolazione palestinese di Gaza, è stata violentemente intercettata dalle forze militari israeliane in acque internazionali, a circa quaranta miglia nautiche dalla costa.
Alle ore 23:43 (ora palestinese), le forze di occupazione hanno disattivato le telecamere a bordo della Handala e ogni comunicazione con l’equipaggio è stata interrotta.

La nave, disarmata e impegnata in una missione umanitaria, trasportava beni di prima necessità destinati alla popolazione civile: latte in polvere per neonati, pannolini, alimenti e medicinali.

L’intero carico era di natura civile e non militare, destinato alla distribuzione diretta ad una popolazione stremata dalla fame indotta e dal collasso sanitario provocato dal blocco.

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A bordo della Handala si trovavano 21 civili provenienti da 12 Paesi, tra cui parlamentari, avvocatə, giornalistə, sindacalisti, ambientalisti e difensorə dei diritti umani.

L’equipaggio comprende:

Stati Uniti:
Christian Smalls (fondatore dell’Amazon Labor Union),
Huwaida Arraf (avvocata per i diritti umani, Palestina/USA),
Jacob Berger (attivista ebreo-americano),
Bob Suberi (veterano di guerra ebreo statunitense),
Braedon Peluso (attivista e marinaio),
Frank Romano (avvocato internazionale e attore, Francia/USA).

Francia:
Emma Fourreau (eurodeputata e attivista, Francia/Svezia),
Gabrielle Cathala (parlamentare ed ex operatrice umanitaria),
Justine Kempf (infermiera di Médecins du Monde),
Ange Sahuquet (ingegnere e attivista per i diritti umani).

Italia:
Antonio Mazzeo (insegnante, ricercatore per la pace e giornalista),
Antonio “Tony” La Picirella (attivista per la giustizia climatica e sociale).

Spagna:
Santiago González Vallejo (economista e attivista),
Sergio Toribio (ingegnere e ambientalista).

Australia:
Robert Martin (attivista per i diritti umani),
Tania “Tan” Safi (giornalista e attivista di origini libanesi).

Norvegia:
Vigdis Bjorvand (attivista per la giustizia di 70 anni).

Regno Unito / Francia:
Chloé Fiona Ludden (ex funzionaria ONU e scienziata).

Tunisia:
Hatem Aouini (sindacalista e attivista internazionalista).

Poco prima dell’arrembaggio, l’equipaggio della Handala aveva annunciato che, in caso di detenzione, avrebbe intrapreso uno sciopero della fame e rifiutato ogni forma di cibo dalle forze di occupazione israeliane.

A bordo come giornalisti:

Marocco:
Mohamed El Bakkali (giornalista senior di Al Jazeera, con base a Parigi).

Iraq / Stati Uniti:
Waad Al Musa (cameraman e reporter di campo per Al Jazeera).

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L’attacco alla Handala rappresenta il terzo atto di aggressione israeliana contro missioni civili della Freedom Flotilla nel solo 2025.

A maggio, un drone ha bombardato la nave civile Conscience in acque europee, ferendo quattro persone e mettendo fuori uso l’imbarcazione.

A giugno, la nave Madleen è stata illegalmente sequestrata e dodici civili — tra cui un membro del Parlamento europeo — sono stati rapiti.

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Israele continua a ignorare le ordinanze vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia, che obbligano lo Stato occupante a facilitare l’accesso umanitario alla Striscia di Gaza.
Gli attacchi contro missioni civili e pacifiche rappresentano una gravissima violazione del diritto internazionale.

“Israele non ha alcuna autorità legale per detenere civili internazionali a bordo della Handala,” ha dichiarato Ann Wright, membro del comitato direttivo della Freedom Flotilla. “Non si tratta di una questione interna a Israele. Parliamo di cittadini stranieri che agivano nel rispetto del diritto internazionale e si trovavano in acque internazionali. La loro detenzione è arbitraria, illegittima, e deve cessare immediatamente.”

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Appello alla mobilitazione civile:
facciamo sentire la nostra voce

Chiediamo con forza ai ministri degli Esteri, alle ambasciate e alle autorità consolari dei Paesi coinvolti di attivarsi subito per la liberazione immediata delle persone rapite e per la condanna pubblica di questo atto vile, illegale e intimidatorio da parte delle forze di occupazione israeliane.

Invitiamo la cittadinanza a mobilitarsi ovunque:

• Scriviamo ai ministri e alle ambasciate

• Tempestiamo di email i rappresentanti politici

• Contattiamo la stampa, i giornalisti, le ONG

• Riempiamo i social di messaggi di denuncia

Ogni minuto di silenzio è complicità.
È il momento di agire, dal basso, con forza e dignità. La legalità non può essere sospesa ancora una volta quando si tratta di Palestina.

La libertà di Gaza passa anche dal mare.
Noi non ci fermeremo: continueremo a salpare fino a che la Palestina sarà libera.

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Indirizzo

Parma
43125

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