28/01/2026
La musica della torta fritta
Nel 1884, Angelo Benecchi non era partito per inventare niente.
Era partito perché a Parma c’era poco da fare e qualcuno gli aveva detto che a Buenos Aires, se proprio andava male, qualcosa da mangiare si trovava.
Arrivò con una valigia messa male, due camicie buone e l’abitudine di parlare troppo. Non era musicista, non era artista. Ogni tanto canticchiava, ma più per compagnia che per talento.
Di giorno lavoricchiava in un’officina di carrozze. Sistemava i mozzi delle ruote: un lavoro sporco, ma che serviva. Per far girare bene le ruote si usavano grassi animali, strutto di maiale o grasso bovino, tenuti in latte lì accanto. Quando nessuno guardava, Angelo ne prendeva un po’. Non gli sembrava una gran cosa.
“Serve per ingrassare i mozzi,” diceva,
“e i mozzi li ingrasso io.”
La sera girava, parlava, rideva. Poi, di notte, quando la fame diventava una cosa seria, faceva sempre lo stesso giro. Passava davanti a un forno dove lavorava un suo amico reggiano. Con gli altri italiani era sempre generoso: pane, dolci, quello che c’era. Con Angelo invece c’era sempre una scusa.
“C’è il capo.”
“È tutto ancora in forno.”
“Stasera no.”
“Anghè, dìmòndi da magnèr.”
Alla fine però gli dava sempre qualcosa: impasti non ancora cotti, avvolti nella carta, come se fosse un favore da non far vedere. Angelo ringraziava e basta.
Arrivato a casa, con quell’impasto e il grasso portato via dall’officina, friggeva. Non seguiva ricette, non sapeva bene cosa stava facendo. Funzionava. L’impasto gonfiava, diventava caldo, buono. Non aveva un nome vero. Lui lo chiamava impasto frittao, perché chiamarlo in un altro modo non gli veniva.
Una sera stava mangiando quella roba insieme a un musicista argentino. Quello gli chiese come si chiamava. Angelo ci pensò un attimo e disse l’unica cosa sensata:
“È l’impasto che usiamo per il pane… o per la torta.”
L’argentino annuì, come se fosse chiarissimo, e disse:
“Ah. Torta fritta.”
Poi lo disse a modo suo: tortas fritta.
Il nome piacque. Suonava meglio di impasto frittao, che sembrava una cosa da officina. Così rimase, senza discussioni.
Mentre mangiavano, Angelo cominciò a canticchiare. Roba vecchia, spezzata, senza un senso preciso. Il musicista argentino prese quella cantilena e la sistemò un po’. Mise insieme il tempo, lasciò dei vuoti, tolse quello che avanzava.
Ne venne fuori una musica strana. Non faceva ridere, non faceva piangere. Era una musica che non finiva mai davvero, come certi discorsi fatti tardi, quando nessuno ha voglia di alzarsi. Qualcuno disse che con quella musica si poteva ballare. Qualcun altro disse che no, che era solo una musica per stare lì.
In ogni caso era nata così, senza pensarci troppo: la musica della torta fritta.
Il nome tango arrivò dopo, quando ormai nessuno si ricordava più perché. Angelo di sicuro no. Lui ricordava solo la fame, l’impasto, il grasso, una parola detta male e una musica venuta fuori quasi per sbaglio.
E forse è per questo che il tango, ancora oggi, non sembra mai troppo convinto di essere una cosa seria.
Un po’ come la torta fritta:
non nasce per stupire,
ma se c’è, è meglio.