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Women For Women favorisce lo sviluppo della cultura di genere, tutelando e promuovendo il ruolo della donna in tutti gli ambiti della vita civile, culturale, politica, economica e sociale in Italia e nel mondo.

11/05/2026
11/05/2026

Lucca 10.05.26, progetto Nessuno si salva da solo! 7 Associazioni insieme in azioni di aiuto! 👏👏👏

🎈Ricca di belle cose e belle persone la gita a Lucca di ieri! Grazie a tuttə! 👏👏👏👏
11/05/2026

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🎈molto bello, grazie a tutte! E che voglia di scrivere!!!!
09/05/2026

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... La vergogna non è negli atti ma sui giornali...
07/05/2026

... La vergogna non è negli atti ma sui giornali...

Messaggero, Libero, Il Giornale, La Verità, Mattino, Sicilia, Secolo XIX.

Sette prime pagine, una sola parola in cubitale: SHOCK.
Riferita a una donna ammazzata diciannove anni fa.

Riferita ai suoi video intimi, alla sua intimità trasformata in titolo di giornale.

Chiara Poggi è stata uccisa il 13 agosto 2007. Sui giornali di oggi non la trovate per nome. La trovate sotto la voce “audio shock”, “video intimi”, “il giallo”, “la 26enne”.

Diciannove anni dopo, la sua famiglia è costretta a vedere la figlia fatta a pezzi una seconda volta.

A ogni audio, a ogni intercettazione, a ogni titolista che decide che “video intimi” vende meglio di “Chiara Poggi”.

Si chiama vittimizzazione secondaria. È il colpo che la cronaca aggiunge al colpo dell’assassino.

Quando una donna in Italia viene ammazzata, la cronaca segue sempre lo stesso copione.

Si scava nel telefono. Si cercano le foto. Si rovista nelle relazioni.
Si pubblicano gli ultimi messaggi, gli screenshot, i selfie. Si specula sulla sua vita sentimentale, sulle sue amicizie, sui suoi silenzi.

Come se conoscere in massa le sue abitudini spiegasse perché qualcuno l’ha uccisa.

Yara Gambirasio. Sarah Scazzi. Melania Rea. Elena Ceste. Roberta Ragusa. Pamela Mastropietro. Saman Abbas. Giulia Cecchettin. E tante, troppe altre.

Per ognuna di loro, mentre il processo cercava la verità, i giornali cercavano il pruriginoso.

Una donna ammazzata in Italia è diventata un genere editoriale.

Una donna viva che vede diffuse sue immagini intime senza consenso ha strumenti legali precisi: l’articolo 612-ter del codice penale sulla diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite, il GDPR, il Codice della privacy, il diritto all’oblio, alla rettifica, alla cancellazione.

Una donna morta perde tutto.
La sua intimità diventa “atto processuale”. E da lì, in poche ore, diventa titolo di giornale.

“Video intimi”.
“Shock”.
“Il giallo”.

Questa la chiamate cronaca?
Questa la chiamate informazione?
Oppure è accanimento, mercato, sciacallaggio editoriale?
Rispondetevi onestamente.

Perché se capitasse a una persona che amate, sarebbe esattamente così che ne parlerebbero.

I tribunali facciano il loro mestiere. La revisione di un processo è una garanzia di civiltà.

Se la Procura di Pavia ritiene di avere elementi nuovi, li valuti senza scalpore, senza fughe di notizie, senza copertine.

E noi possiamo fare molto.
Smettere di condividere copertine costruite sulla violazione della dignità delle vittime.

Pretendere di meglio dalle testate a cui ci si abbona.
Sostenere il giornalismo che chiama le vittime per nome, che non rovista nei telefoni, che non specula sulla vita sessuale di una ragazza morta diciannove anni fa.

Garlasco è una vergogna soprattutto perché siamo noi, con i nostri click, a tenerla in vita.

Smettiamo di esserne complici.

07/05/2026
Martina, Samia, Sabina, Sara, Chiara, Aurora, Carolina, Edith.  Storie di donne tra i 12 e i 17 anni che hanno conosciut...
02/12/2025

Martina, Samia, Sabina, Sara, Chiara, Aurora, Carolina, Edith.

Storie di donne tra i 12 e i 17 anni che hanno conosciuto la violenza maschile nelle sue diverse forme: assistita, quella che manipola, quella fisica, quella psicologica.

Oggi al Liceo Marconi, abbiamo incontrato le ultime due classi di questo autunno nelle scuole con il progetto ‘Un’altra storia?Senza violenza di genere si può!”.

Durante l’incontro, si è parlato di revenge p**n, di stupro, di femminicidio, victim blaming, di gelosia malata quella che diventa controllo e invade la libertà altrui.

Ma anche di come riconoscere il limite, quel confine oltre il quale il semaforo diventa rosso, oltre il quale non si vuole più subire.

Il tempo sembra non bastare mai quando siamo in classe: c’è ancora tanto da fare, tanto da raccontare.
E soprattutto, tanto da ascoltare la voce delle studentesse e degli studenti, che anche oggi ci hanno fatto capire quanto il cambiamento parta dalla loro consapevolezza e voglia di scrivere un finale diverso.

Grazie a Daniela Abati Spazio Giovani Ausl, a Gianluca Foglia Fogliazza, a tutte le professoresse che ci hanno accolto nelle scuole e alle ragazze e i ragazzi che hanno scelto di partecipare al nostro progetto.

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