07/05/2026
... La vergogna non è negli atti ma sui giornali...
Messaggero, Libero, Il Giornale, La Verità, Mattino, Sicilia, Secolo XIX.
Sette prime pagine, una sola parola in cubitale: SHOCK.
Riferita a una donna ammazzata diciannove anni fa.
Riferita ai suoi video intimi, alla sua intimità trasformata in titolo di giornale.
Chiara Poggi è stata uccisa il 13 agosto 2007. Sui giornali di oggi non la trovate per nome. La trovate sotto la voce “audio shock”, “video intimi”, “il giallo”, “la 26enne”.
Diciannove anni dopo, la sua famiglia è costretta a vedere la figlia fatta a pezzi una seconda volta.
A ogni audio, a ogni intercettazione, a ogni titolista che decide che “video intimi” vende meglio di “Chiara Poggi”.
Si chiama vittimizzazione secondaria. È il colpo che la cronaca aggiunge al colpo dell’assassino.
Quando una donna in Italia viene ammazzata, la cronaca segue sempre lo stesso copione.
Si scava nel telefono. Si cercano le foto. Si rovista nelle relazioni.
Si pubblicano gli ultimi messaggi, gli screenshot, i selfie. Si specula sulla sua vita sentimentale, sulle sue amicizie, sui suoi silenzi.
Come se conoscere in massa le sue abitudini spiegasse perché qualcuno l’ha uccisa.
Yara Gambirasio. Sarah Scazzi. Melania Rea. Elena Ceste. Roberta Ragusa. Pamela Mastropietro. Saman Abbas. Giulia Cecchettin. E tante, troppe altre.
Per ognuna di loro, mentre il processo cercava la verità, i giornali cercavano il pruriginoso.
Una donna ammazzata in Italia è diventata un genere editoriale.
Una donna viva che vede diffuse sue immagini intime senza consenso ha strumenti legali precisi: l’articolo 612-ter del codice penale sulla diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite, il GDPR, il Codice della privacy, il diritto all’oblio, alla rettifica, alla cancellazione.
Una donna morta perde tutto.
La sua intimità diventa “atto processuale”. E da lì, in poche ore, diventa titolo di giornale.
“Video intimi”.
“Shock”.
“Il giallo”.
Questa la chiamate cronaca?
Questa la chiamate informazione?
Oppure è accanimento, mercato, sciacallaggio editoriale?
Rispondetevi onestamente.
Perché se capitasse a una persona che amate, sarebbe esattamente così che ne parlerebbero.
I tribunali facciano il loro mestiere. La revisione di un processo è una garanzia di civiltà.
Se la Procura di Pavia ritiene di avere elementi nuovi, li valuti senza scalpore, senza fughe di notizie, senza copertine.
E noi possiamo fare molto.
Smettere di condividere copertine costruite sulla violazione della dignità delle vittime.
Pretendere di meglio dalle testate a cui ci si abbona.
Sostenere il giornalismo che chiama le vittime per nome, che non rovista nei telefoni, che non specula sulla vita sessuale di una ragazza morta diciannove anni fa.
Garlasco è una vergogna soprattutto perché siamo noi, con i nostri click, a tenerla in vita.
Smettiamo di esserne complici.