06/06/2026
Desideriamo ringraziare le compagne e i compagni di COLPO per aver sottolineato le funamboliche reticenze del discorso pronunciato il 2 giugno dalla Presidente del Consiglio Comunale di Paola.
Anche noi rifiutiamo la surreale equiparazione fra comunisti e nazisti: perché in Italia i comunisti furono, oltre che una componente essenziale della Resistenza e della lotta per la liberazione dal nazi-fascismo, tra i principali artefici dell’architettura democratica nazionale e tali sono rimasti sempre. Probabilmente, dunque, alle “ideologie che hanno ostruito il libero sviluppo della storia italiana del ventesimo secolo” merita di essere ascritta piuttosto l’anticomunismo, ossia il tentativo negazionista di cancellare dalla storia d’Italia il ruolo fondamentale per la democrazia e la libertà svolto dal partito comunista e di discriminare ancora oggi chi, in omaggio alla realtà fattuale, ne apprezza l’operato.
Giusto un paio di riscontri. Primo: il diritto al voto alle donne, che tanto spazio ha occupato nella riscrittura della storia della presidente del consiglio comunale, lo si deve anche all’iniziativa di Palmiro Togliatti, all’epoca ministro del governo Bonomi nonché segretario generale del Partito Comunista Italiano. Così come comunista era Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente. Così come comunisti erano Pio La Torre, Peppino Impastato, Cesare Terranova, Giannino Lo Sardo, Giuseppe Valarioti e tanti altri martiri della lotta alla mafia (che dalle nostre parti somiglia molto al fascismo). Così come comuniste erano le madri costituenti a cui si devono le norme in materia di uguaglianza di fatto di tutti i cittadini di fronte alla legge, di parità morale e giuridica dei coniugi all’interno del matrimonio, a tutela dei diritti delle lavoratrici madri; furono loro, le donne comuniste, a battersi affinché fosse garantita la parità di trattamento economico delle lavoratrici e perché l’indissolubilità del matrimonio non diventasse principio costituzionale, come i settori più conservatori dell’Assemblea Costituente avevano tentato di fare.
Così come pure ci sembra un sintomo di negazionismo anticomunista il tragicomico tentativo di evitare la parola “partigiani”, cui si è fatto riferimento con un generico “centinaia di migliaia di donne e uomini”. È questo un espediente piuttosto datato, che tenta di privare di connotazione politica la guerra di liberazione, “dimenticando” di sottolineare che i liberatori erano in rilevantissima parte comunisti e socialisti e che gli oppressori erano, oltre agli invasori nazisti, i fascisti traditori e collaborazionisti.
Orbene, se appare del tutto surreale il tentativo cancellare la storia e il ruolo dei comunisti e dei Partigiani nella guerra di Liberazione semplicemente evitando di pronunciarne il nome, assai più preoccupanti sono gli effetti di questo negazionismo, che necessariamente estende la sua insofferenza anche al frutto più prezioso della Resistenza, ossia la Costituzione e i suoi valori. Insofferenza che la presidente Ciodaro ha manifestato in più passaggi. Stona anzitutto la lettura parziale dell’art. 1 della nostra Costituzione: l’Italia non è semplicemente una “Repubblica democratica” ma è anche “fondata sul lavoro”, quel lavoro che dovrebbe essere strumento di dignità per l’individuo e per la società e che invece si palesa ancora oggi, anche nella nostra Regione, come occasione di sfruttamento e come causa di morte.
Allo stesso modo, addebitare l’attuale insicurezza nazionale e internazionale ai regimi autoritari o al fondamentalismo islamico, oltreché velatamente razzista, è una lettura di comodo che mira a sorvolare sulla supina adesione del governo italiano ad iniziative che fanno strame di fondamentali principi costituzionali come pace, rispetto del diritto internazionale, dignità dell’Uomo, sovranità e indipendenza del nostro Paese. Non è sempre colpa di altri Paesi, ancorché "autoritari e fondamentalisti" se versiamo nell’attuale situazione, ma è anche del governo italiano e dei partiti che lo sostengono, che quegli Stati bellicisti, autoritari e liberticidi spesso fiancheggiano e con i quali condividono spesso natura, modalità operative e obiettivi. Il governo italiano avrebbe potuto mettere in campo diplomazia e strumenti di pressione politica. E invece ha scelto di partecipare all’osceno banchetto, mettendosi perfino in fila con gli stessi soggetti che attendono di poter trarre profitto dallo sterminio dei palestinesi, cui partecipa attraverso la quotidiana fornitura di materiale bellico.
Ancora: la presidente Ciodaro ha formalmente celebrato la democrazia rappresentativa dimenticando tuttavia il febbrile tentativo dell’attuale maggioranza di governo di cancellarla attraverso l’ennesima riforma della legge elettorale che va ben oltre la famigerata “legge truffa” voluta da Scelba nel 1953 e che appare chiaramente rivolta ad assicurarsi maggioranze tali da poter controllare la Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica. Ma ancora più preoccupante è la prospettiva che quella maggioranza ottenuta truccando il mazzo potrebbe essere usata per raggiungere quell’obiettivo che tanto ossessiona gli eredi di Almirante: avere i numeri per riformare la Costituzione senza dover fare ricorso al referendum popolare, che evidentemente non gli porta bene.
Nessun riferimento all’uguaglianza, all’inclusione, alla tutela dei rifugiati e richiedenti asilo, al divieto di discriminazione per ragioni di razza, lingua, opinioni politiche, anzi: in omaggio alle politiche apertamente razziste del suo partito, la dott.ssa Ciodaro si è esibita nell’imbarazzante dichiarazione islamofoba sopra riportata.
Infine la presidente del consiglio comunale, pur essendo medico, ha accuratamente evitato di parlare del diritto costituzionale alla salute: questo un po’ ce lo aspettavamo, visto che il suo partito da anni sta tentando di radere al suolo la sanità pubblica con iniziative scellerate come l’autonomia differenziata.
In questo quadro appare chiaro il motivo per il quale l’Anpi è stata esclusa dalle celebrazioni comunali del 2 giugno, nonostante la normativa sul protocollo delle solennità nazionali la equiparino all’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, che invece è stata giustamente invitata ad intervenire. Ed è probabilmente lo stesso motivo alla base dello “sfratto” subito dall’A.N.P.I. dalla sua sede di largo sette canali, sebbene con la promessa di attribuirle nuovi locali “entro maggio”, cosa in realtà non avvenuta. Perché l’Anpi, ancora a distanza di 80 anni, continua ostinatamente a conservare quella memoria gloriosa dei Partigiani e a vigilare sulla protezione della Costituzione e sull’attuazione dei suoi principi. Come certamente ricordano i dirigenti dei partiti di destra, ancora doloranti dopo la sonora sconfitta al referendum costituzionale di marzo.