01/07/2026
⚠️ Risposte “novecentesche” per incapacità o poca voglia di aggiornarsi della politica nostrana, amministratori regionali che insistono a proporre mere scorciatoie propagandistiche autoreferenziali e inutili alla causa comune, sono il GRANDE PROBLEMA.
Il testo che segue è lungo ma meritevole di essere posto all’attenzione.
👉 Dal CONVEGNO per i 115 anni della nascita della SECAB Società Elettrica Cooperativa Alto Bût
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Qui di seguito abbiamo estrapolato alcuni passaggi della relazione presentata da Andrea Zannini, (Università di Udine) al convegno per i 115 anni della nascita della SECAB. Tanti i temi e i problemi, quanto mai attuali, evidenziati: l’esodo delle nuove generazioni, la risorsa acqua e l’energia, i trasporti, il turismo, l’uso e consumo del suolo.
Economia e mutamento sociale nella montagna friulana
• L’ipotesi di ‘bloccare’ la popolazione che dalle montagne fugge verso le pianure per andare a lavorare nelle industrie invertendo la direzione dei fattori in gioco, cioè portando le industrie in quota, si è rivelata una strada senza uscita: se nel 1975 circa il 50% della popolazione attiva delle Alpi era impiegata nell’industria, l’industrializzazione alpina è progressivamente fallita, salvo che in alcuni distretti che presentano caratteristiche particolari. Il fatto che, sempre più frequentemente, gli impianti di vallata si stiano trasformando in centrali a biomassa è senza dubbio una forma virtuosa di ristrutturazione, che non risolve però la questione della perdita di produzione di ricchezza della montagna. Tutti, naturalmente, vorremmo che le nostre vallate si riempissero di ‘industrie verdi’ a impatto zero sull’ambiente e a forte contenuto innovativo e tecnologico, ma perché queste possano stabilirsi e svilupparsi in mezzo ai monti e non in mezzo alle città, dove è più facile trovare manodopera qualificata e stanziale e dove i trasporti e le comunicazioni sono più efficienti e dunque convenienti, è necessario un forte, e intelligente, sostegno delle istituzioni.
• Uno dei nodi del discorso è senza dubbio l’energia. L’energia è una grande opportunità economica, ma anche un potenziale generatore di conflitti. Le Alpi producono tradizionalmente idroelettrico e hanno potenziale solare e biomassa forestale, ma questo ha luogo in un contesto territoriale scarso, dove le rinnovabili possono facilmente entrare in conflitto con natura, paesaggio e agricoltura. L’acqua è un nodo strategico. Le Alpi alimentano grandi parti d’Europa con acqua dolce, ma gli usi competono tra loro — acqua potabile, irrigazione, sport, idroelettrico, ecosistemi — e il cambiamento climatico modifica accumulo nevoso, ghiacciai, disponibilità stagionale e rischi naturali. Man mano che cresce il peso delle altre rinnovabili e aumenta il riscaldamento climatico, l’acqua della montagna sarà sempre più preziosa, diventerà oggetto – anzi lo è già! - di politiche predatorie, per soddisfare le esigenze di pianure sempre più arse, di un’agricoltura del piano che non si vuole modernizzare per motivi ideologici: penso alla difficoltà di introdurre l’idroponico che consente considerevoli risparmi in termini idrici.
Quando si parla di economia o di sviluppo nelle Alpi non si tratta dunque solo di “fare economia in montagna”, ma trasformare le economie alpine in sistemi a basse emissioni, efficienti nell’uso delle risorse e socialmente sostenibili. Questo è il motivo per cui si discute molto di efficienza energetica, edifici, trasporti. Si tratta di questioni alle quali sembra complicato porre mano ma che devono sempre più entrare nelle agende dei decisori politici.
Penso al tema delle infrastrutture di trasporto, cioè strade e ferrovie. La Strategia nazionale per le aree interne (SNAI), avviata nel 2013, ha rimarcato il fatto che la marginalità è sostanzialmente un problema di connessione. Ma le Alpi sono già attraversate da grandi corridoi internazionali, inclusi flussi merci e turistici, e l’impatto del trasporto è più pesante in montagna per la conformazione delle valli. Il dibattito si concentra quindi su trasferimento modale strada-ferrovia, trasporto pubblico locale, mobilità turistica senza auto, digitalizzazione della logistica e decarbonizzazione dei trasporti. Anche questo è un ambito che genera conflitti. Penso la vexata questio della ventilata limitazione del traffico su alcuni passi delle Alpi orientali sudtirolesi. La questione è in discussione da anni, senza soluzione, se non quella di aver fatto chiarezza su quali siano gli interessi in gioco e le parti in competizione.
• Da un lato, quelli di tutti gli imprenditori coinvolti – e che parlano, più o meno arbitrariamente, a nome delle maestranze alle loro dipendenze – e che hanno un unico argomento: limitare l’afflusso turistico significa ridurre il volume degli affari e l’occupazione. Naturalmente la presa di tali portatori di interesse e di tali argomenti sulle classi politiche locali e provinciali è fortissima.
• Dall’altra parte, l’unica voce a levarsi è quella delle cosiddette “associazioni ambientaliste”, alle quali si è fortunatamente aggregato in modo stabile il Club Alpino Italiano, che non hanno molti argomenti – e meno che meno elettorali – per farsi sentire
Che insegnamento possiamo trarre per la Carnia ? La prima lezione, di una evidenza cristallina agli occhi di chi parla, è semplice: basta strade. Un secolo e oltre di economia automobilistica ha insegnato che dove si costruisce, si allarga, rimoderna un nastro d’asfalto, il traffico viene di conseguenza, e l’idea che più si facilita l’afflusso, maggiori sono i contingenti di turisti in arrivo risollevando o mantenendo attiva l’economia montana ha da tempo dimostrato di essere sbagliata.
La scelta economica e progettuale più vantaggiosa è, casomai, promuovere e difendere come risorsa turistica la dimensione dell’isolamento, che sarà sempre più ricercata da turisti stanchi di ritrovare in montagna le stesse code, lo stesso traffico, gli stessi parcheggi di qualsiasi metropoli. Naturalmente, se si considerano i residenti e il timore che la montagna prosegua il suo spopolamento, la parola ‘isolamento’ giustamente spaventa. Si tratta, in realtà, di pensare ad un modo diverso di vivere la mobilità di montagna. Credo che la Comunità di montagna della Carnia stia già ragionando a questo proposito, spingendo su forme di mobilità a domanda, ossia l’integrazione del trasporto pubblico di linea tradizionale con servizi flessibili, “a chiamata”, organizzati con mezzi di dimensione ridotta, sulla base delle specifiche esigenze di gruppi di residenti (anziani, assistenza socio-sanitaria, ragazzi, ecc); tutte le forme di micromobilità alternativa devono essere promosse. La montagna dispone di una grande fonte di energia pulita, quella dell’acqua: i primi a doverne beneficiare – e sempre di più – devono essere gli abitanti della montagna, che devono essere incentivati più degli altri, ad esempio, per la transizione alla mobilità elettrica o a quella ad idrogeno, come si sta facendo a Bolzano nella strategia Corrioio Verde 22 per rendere l’autostrada del Brennero a zero emissioni carboniche.
• L’altra soluzione alla quale si è, talvolta, pensato come chiave risolutrice di tutti i problemi della montagna è, naturalmente, quella turistica. In Friuli Venezia Giulia l’industria turistica della montagna, pur con numeri e dimensioni ridotte, ha attraversato e sta ancora attraversando tutte le trasformazioni positive e gli effetti negativi osservabili nelle Alpi: capacità di produrre reddito e dunque di migliorare le condizioni di vita e bloccare l’‘esodo’ alpino; scarsa considerazione dell’ambiente inteso come risorsa erroneamente inesauribile; urbanizzazione del paesaggio montano; stagionalizzazione spinta della forza lavoro (e paesi vuoti fuori stagione); l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Come ho già scritto, entrambe le risposte ‘novecentesche’ alla domanda di turismo montano hanno ormai mostrato i loro limiti attuali e potenziali. Il turismo della neve si regge ovunque, salvo alcune rinomate località di richiamo globale, sul sostegno pubblico, altrimenti il sistema della neve programmata e delle aperture degli impianti per l’intera stagione non potrebbe sopravvivere. Nella nostra regione è addirittura un’industria a gestione pubblica, e finanziata con fondi regionali, con un impatto diretto sulle tasche dei cittadini. Al contempo, però, e questo è un aspetto al quale non si presta molta attenzione, essendo in mano pubblica, può essere più facilmente oggetto di politiche complessive e di programmazione a lungo termine.
Le previsioni, anche le più sobrie, sull’aumento delle temperature e sulla fame d’acqua che è destinata ad acuirsi, in un territorio montano come quello friulano i cui poli sciistici sono tutti a bassa quota, lascia infatti intravedere costi crescenti in termini sia economici che ambientali. Anche il numero di passaggi, cioè di sciatori, che da solo non è già più in grado di finanziare il sistema-neve regionale, nemmeno con l’apporto di sciatori stranieri che negli ultimi anni hanno dato ossigeno alle stazioni friulane e giuliane, è anch’esso destinato a contrarsi, per motivi di ordine economico e demografico, e per il costo inevitabilmente crescente che avrà la pratica dello sci.
È necessaria, dunque, una sostanziale riconsiderazione in termini di rapporto costi-benefici, non esclusivamente economici, degli investimenti pubblici e della direzione che vuole intraprendere il turismo invernale: bisogna, cioè, mettere a bilancio un cambio di rotta verso modalità differenti di frequentazione della montagna innevata, più rispettose dell’ambiente e maggiormente responsabili sotto il profilo dell’impiego di denaro pubblico. Come tutti i cambi di rotta, prima questo inizierà, meno brusco sarà: dovrà poi coinvolgere le comunità locali, che sono spesso maggiormente avvertite di quanto si pensi in pianura. Se anticipato, il cambio di rotta potrà poi essere progressivo e misto, tenendo contemporaneamente aperta per l’economia di montagna l’industria della neve, ma inserendovi alternative molto meno dispendiose e dissipatrici. In questo credo che la montagna friulana abbia una rendita di posizione non indifferente, e un patrimonio ambientale e culturale di grande valore.
Merita un accenno, il tema dello spazio. Secondo la Convenzione delle Alpi, meno del 20% della superficie alpina è adatta all’insediamento umano. Per questo la pianificazione spaziale è a tutti gli effetti una leva economica: dove costruire, come limitare consumo di suolo, come rigenerare il patrimonio edilizio esistente, come gestire le seconde case… sono aspetti di un unico problema generale. Penso agli esperimenti che si stanno conducendo nella montagna friulana per porre fine alla frammentazione degli appezzamenti. E’ possibile fare rientrare nel macro-problema della gestione dello spazio anche il tema della gestione del suolo, che in montagna è una risorsa limitata, della quale si tende a interessarsi solo quando le strade vengono interrotte da qualche frana. Il cambiamento climatico sta rendendo il consumo di suolo un tema particolarmente sensibile, per via del dilavamento dei pendii, è quindi ancora più importante costruire e, soprattutto, rigenerare un tessuto edilizio che merita attenzioni e investimenti. Se le nostre montagne avessero edifici di migliore qualità, sarebbe più facile abitarci, e potremmo accogliere più turisti, e magari non solo nei periodi di punta, contribuendo a rivitalizzare i paesi.
In conclusione, più che la pianura, per le sue evidenti fragilità ambientali il territorio della montagna necessita di politiche di ampio raggio, che considerino gli elementi in gioco su una scala temporale ampia. Al tempo stesso proprio per le sue caratteristiche fisiche è un territorio nel quale si possono sperimentare forme avanzate di servizi (della mobilità alternativa si è già accennato); penso a come l’intelligenza artificiale potrà aiutare la gestione dei piccoli comuni alpini, penso alle direzioni verso cui si sta muovendo l’assistenza sanitaria a distanza. Immaginare le vallate alpine come laboratorio di una modernità sostenibile, dopo che nel Novecento sono state regolarmente a rimorchio delle innovazioni della pianura, non è uno slogan vuoto.
Ciò di cui la montagna friulana e giuliana hanno bisogno non sono iniziative estemporanee o che, peggio ancora, obbediscano solo a logiche politiche e di consenso, né calate dall’alto (o dalla pianura): il coinvolgimento e la responsabilizzazione della gente di montagna nel progettare e cambiare il futuro del proprio territorio sono tanto più indispensabili.
Questo in conclusione il succo che è possibile spremere da queste mie riflessioni a ruota libera. In primo luogo il fatto che non si può più pensare, come si è fatto nel secolo scorso, allo sviluppo montano puntando in un’unica direzione, sia questa l’industria, il turismo o altro. Tutte le dimensioni dell’attività economica devono essere tenute in considerazione, e coordinate. Dunque servono più che in ogni altro tempo, visione e cooperazione: l’età dei programmi elettorali e del campanilismo è finita. In secondo luogo, nell’età del cambiamento climatico, il destino della montagna è sempre più inseparabile da quello della pianura, e le decisioni politiche devono tener conto della montagna come mai prima d’ora. Purtroppo nelle due regioni del Nord-Est, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia, il centro del potere è sulla riva del mare: bisogna far sì che da lì il profilo delle montagne si scorga limpido e chiaro, e in tutte le stagioni, anche nelle afose giornate estive quando si prendono le decisioni più importanti.
Infine, bisogna che in tutte le decisioni che riguardano i paesi e le vallate delle Alpi siano coinvolti tutti gli abitanti della montagna. Mi riferisco in primis all’idroelettrico, nelle relazioni tra comunità e grande capitale dell’energia, ma mi riferisco, a livello di paese, anche alla tendenza di ascoltare solo le voci conformi alla maggioranza, emarginando il pensiero ‘diverso’ di chi propone alle soluzioni alternative. Se le comunità alpine vogliono essere trattate con maggiore democrazia, devono anche avere maggiore democrazia al proprio interno, e non sempre questo, nelle dinamiche dei paesi, accade.
Foto storica archivio SECAB